

Dall’Afghanistan al Libano: i militari italiani scrivono dai fronti caldi della guerra al terrorismo e delle missioni di pace. E chiedono di non essere dimenticati. Questa settimana il caporal maggiore Elisabetta Ilaria Pinna, del 3° Reggimento Genio guastatori, racconta la sua esperienza come sminatrice in Libano. Le altre lettere e le risposte dei lettori si possono leggere sul sito www.panorama.it.
Mai avrei pensato, all’età di 27 anni, di sentirmi protagonista e così viva all’interno di un campo minato. Avevo appena compiuto 19 anni quando ho deciso di arruolarmi. Ancora è vivo in me il ricordo di quando mi hanno comunicato la prima destinazione: 3° Reggimento Genio guastatori con sede a Udine, lontano dalla mia Sardegna. «Guastatore»: quella parola mi incuriosiva e mi ipnotizzava. In un batter d’occhio mi sono trovata sui libri a studiare per mesi, sottoposta a continue prove su come entrare in un campo minato, trovare una mina e distruggerla. Dicevo tra me e me: quanta teoria, quanto studio, che fatica, che follia… In Italia i campi minati non ci sono più, al massimo andrò a distruggere qualche residuato bellico. Invece il destino mi ha portato qui, in Libano, a sud del fiume Litani, con l’incarico di «guastatore Minex», inquadrata nell’unità del Genio guastatori della Brigata di cavalleria Pozzuolo del Friuli, responsabile del settore sud-ovest. Un domani potrò raccontare a mio figlio di essere stata al confine tra Libano e Israele a bonificare un campo minato. Eccomi, sul mio terreno di lavoro, sola con le mie emozioni, sicura e timorosa al centro del campo minato. Inginocchiata, con addosso la tuta antiframmentazione e il pesantissimo elmetto con visiera antischegge, sondo e scavo dolcemente la terra. Passo il cercametalli che inizia a suonare. Penso tra me e me: è un’altra scheggia o un bossolo, ne abbiamo trovati tanti sino a oggi…
Continuo fino a quando il mio attrezzo per scavare impatta su qualcosa di duro: percepisco un toc… non è un sasso. Questo rumore è cupo, un brivido mi scende lungo la schiena. Afferro il pennellino e inizio ad asportare ogni granello di terra che avvolge l’oggetto incontrato. La mente è concentratissima. L’elmetto che mi spezzava il collo diventa leggerissimo. Non provo paura, per anni mi sono addestrata per questo momento… ho solo un giusto timore. Eccola, è una mina! Scopro solo una piccola porzione del suo angolo arrotondato, ma è come se la vedessi tutta, nella sua interezza. Il comandante di squadra, dietro di me, sta parlando alla radio, lo sento ma non lo ascolto, fisso quell’angolo scoperto, mi giro, lo osservo, mi capisce, annuisce col capo e indicandola dice: «Distruggiamola!». Prepariamo con cura la carica di tritolo che collochiamo vicino alla mina. Ci allontaniamo, con l’esploditore in mano attendiamo l’ordine di brillamento: 3,2,1 fuoco! Il frastuono dell’esplosione è tremendamente liberatorio. Le nuvole di fumo nero che si dissolvono portano via tutto l’odio che la «scatoletta» custodiva in sé. Il cielo ritorna azzurro e l’eco del boato si allontana. Il silenzio torna a regnare sul campo minato.
- Giovedì 24 Marzo 2011
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