

Tre Eurofighter Typhoon (AFP PHOTO/PAUL ELLIS)
Colpisce in queste settimane il dibattito in Italia sulle ragioni della guerra in Libia e il fatto che destra e sinistra si siano scambiate di ruolo: i primi scettici, i secondi interventisti.
Prendiamo due quotidiani diametralmente opposti: Libero e il Manifesto. Il quotidiano di viale Majno stamane mette in prima pagina un botta e risposta tra Vittorio Feltri e il giornalista conservatore britannico Nicholas Farrell, che rimprovera agli italiani un eccesso di cinismo sull’affaire Gheddafi. Ottenendo in cambio un sonoro ceffone dal direttore: «Non hai capito niente», scrive Feltri, spiegando che l’Italia, a differenza della guerra in Iraq, ha più da perdere che da guadagnare in questo conflitto; concetto sintetizzato dallo stesso quotidiano martedì con un titolo dai toni decisamente forti: A loro il petrolio, a noi i clandestini.
E se a destra si litiga, la sinistra non è da meno. Ormai, infatti, contro l’intervento militare in Libia è rimasto solo Gino Strada. Tutti gli altri, o quasi, sono per i bombardamenti. Persino un quotidiano comunista come il Manifesto, da sempre avverso agli interventi armati dei paesi occidentali, stavolta è spaccato in due: da una parte Valentino Parlato, che interpreta l’intervento guidato dai franco - britannici come l’ennesima guerra «vetero - colonialista» a un paese del terzo mondo per fini prettamente economici; dall’altra Rossana Rossanda che stavolta proprio non se la sente di difendere un dittatore che spara sulla propria popolazione: al Manifesto, la sua critica ai colleghi in redazione, «non riesce di dire che la Libia non è una democrazia».
Ma in mezzo al chiasso di un dibattito più acceso che mai, e diviso come sempre tra favorevoli e contrari, con difficoltà si riescono a sentire le voci fuori dal coro. Che suonano un diverso campanello d’allarme. Lo fa Sergio Romano, su Panorama: questo intervento, scrive, lascerà ammaccate tutta una serie di istituzioni, dalla Ue all’asse franco - tedesco, su cui si regge l’Europa, fino alla Nato, il cui destino sembra essere quello di una «società per azioni di supporto alle avventure militari».
Più duro Gianni Vattimo nel suo blog: questa è una guerra condotta da un «mondo vecchio» e con metodi vetusti. I rapporti di forza tra i paesi, infatti, non sono più quelli di vent’anni fa e i protagonisti oggi si chiamano Brasile, Russia (che non è più il paese guida del blocco sovietico ma un’altra cosa), India (che è la più grande democrazia al mondo con 1 miliardo di abitanti) e ovviamente Cina. Ecco perché il paradigma che ha regnato nei conflitti dal dopoguerra fino all’Afghanistan rischia di essere spodestato a causa della sua inadeguatezza.
In questo contesto, puntualizza il filosofo ed eurodeputato, è difficile dare un senso a un’alleanza, come quella atlantica, che raggruppa le potenze vincitrici di un conflitto terminato nel 1945: perché «tutto il nostro mondo è troppo vecchio: è vecchio l’Fmi, è vecchia l’Europa, è vecchia l’Onu. E, alla prossima crisi, i Bric non staranno a guardare». L’avvertimento è lanciato. Ma a Parigi, Londra e Bruxelles, e in misura minore anche a Roma, c’è ancora chi fa orecchie da mercante.
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Il 25 Marzo 2011 alle 15:41 Sulla guerra in Libia destra e sinistra si scambiano i ruoli | Editori online ha scritto:
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