Come ci si sente ad essere rapinato 46 volte?

Forze dell'ordine a Secondigliano, quartiere a Nordi di Napoli (ANSA/CESARE ABBATE)

Forze dell'ordine a Secondigliano, quartiere a Nordi di Napoli (ANSA/CESARE ABBATE)

Un negozio di ottica di Secondigliano, quartiere periferico di Napoli,  rapinato per 46 volte. L’ultima sabato pomeriggio. Ed è così da trent’anni: insomma, una vera e propria odissea quella della signora Carmela, come riporta oggi La Stampa. Ma lei non molla: se ne devono andare i delinquenti, non io, dice. E lo Stato che fa?

«Le forze dell’ordine mi sono sempre state vicine e pattugliano il territorio in maniera ammirevole», ha ammesso la signora Carmela. Vicino al suo negozio c’è persino un commissariato nuovo. Eppure le rapine non si fermano: i delinquenti sono troppi. E le risorse a disposizione dello Stato, in alcune parti del paese, risultano spesso non sufficienti per la difesa di chi cerca, in mezzo a mille difficoltà, di mandare avanti onestamente i propri affari.

Forse che la signora Carmela non abbia diritto a misure straordinarie di protezione, come del resto ce l’hanno altre persone in Italia, magari più per motivi di prestigio che per reali rischi alla propria incolumità? Forse, anche se vien da pensare che a Secondigliano, come in altre periferie italiane sotto il perenne giogo della microcriminalità, il caso della signora Carmela, pur nella sua eccezionalità, non sia purtroppo il solo. Così di scorte ne servirebbero altre centinaia, oltre a quelle già in attività: non sarebbe, insomma, una soluzione praticabile. Per tutti.

Spesso, poi, in situazioni limite, i governi ricorrono ai presidi di militari. Li ordinò Maroni, proprio a Secondigliano, nel novembre del 2008, dopo un feroce agguato in cui rimasero feriti cinque minori. Risultato? In quel quartiere si continua a delinquere e la signora Carmela sabato è stata rapinata per la 46esima volta.

E se lo Stato comunque fa il possibile, qualcuno prova lo stesso a farsi giustizia da solo, passando però da un’odissea a un’altra: quella nei tribunali italiani. Giovanni Petrali, un tabaccaio di Milano, nel 2003 sparò a due rapinatori che avevano puntato la pistola alla tempia della moglie che era alla cassa. Il suo negozio aveva già subito tre rapine e di lì la decisione di dotarsi di un’arma. Petrali quella volta premette il grilletto: un malvivente morì, l’altro se la cavò. Venne accusato di omicidio volontario: in primo grado fu condannato a un anno e otto mesi. All’appello il procuratore chiese nove anni e sei mesi. La Corte, la scorsa settimana, dopo otto anni, l’ha assolto: legittima difesa. Ma poteva finire diversamente.

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