La protesta dei lampedusani. Parla la cuoca che guida la rivolta

La palestra di Linosa dove sono ospiti le donne con i loro bambini, immigrati arrivati dalla Libia e sbarcati nell'isola, oggi 28 marzo 2011. A Linosa in arrivo un barcone proveniente dalla costa libica, con oltre 200 persone a bordo.  Intanto a Lampedusa e' rischio epidemia. Oggi arrivano gli ispettori sanitari della Regione per verificare le condizioni igieniche in tutti i centri d'accoglienza ed effettuare sopralluoghi nei punti piu' critici. ANSA / FILIPPO VENEZIA

La palestra di Linosa dove sono ospiti le donne con i loro bambini, immigrati arrivati dalla Libia e sbarcati nell'isola, oggi 28 marzo 2011. A Linosa in arrivo un barcone proveniente dalla costa libica, con oltre 200 persone a bordo. ANSA / FILIPPO VENEZIA

Claudia Daconto

Troppi. 6mila immigrati sono un numero di fronte al quale anche regioni vaste e attrezzate come il Lazio, il Veneto, la Lombardia, stanno alzando braccia e barricate. Lampedusa ci prova da giorni, ma loro, clandestini, rifugiati, migranti, sono già lì e riuscire a gestirli, senza nemmeno strutture adeguate a disposizione, sta diventando impossibile. Anzi, già lo è e se domani non arriveranno le navi promesse per caricarli e portarli altrove, sull’isola sarà sciopero generale. Parola di Rosetta Gervasi, cuoca dell’albergo Nautic, alla guida della protesta di cui, in questi giorni, si stanno rendendo protagoniste soprattutto le donne di Lampedusa, che a Panorama.it spiega come da capo-cuoca si finisce per diventare capo-popolo. “Capo popolo è una parola grossa. Non ho fatto altro che rendermi conto, giorno dopo giorno, che io, come tanti altri, aspettavamo qualcosa che non arrivava”.

Come è cambiata la vostra vita in questi ultimi giorni?
Può sembrare banale, ma nessuno qui può più farsi la sua passeggiata quotidiana; i bambini non possono più uscire a giocare dopo la scuola e nemmeno ce lo chiedono più. Io ho un figlio di 9 anni che già da quando ne aveva 7 si organizzava il sabato per andare a mangiare il panino con i suoi amichetti, ormai ha lasciato perdere.

Ma lei no.
Da mamma mi sono detta: qui stiamo proprio morendo dentro, ci stiamo arrendendo, dobbiamo fare qualcosa! All’inizio eravamo solo una decina di mamme, tutte persone che non hanno nemmeno idea di cosa significhi protestare, ma di fronte a questo declino abbiamo capito che dovevamo tentare qualcosa.

Di cosa avete più paura?
Innanzi tutto non sappiamo come si può evolvere questa situazione perché ci ritroviamo con 5mila, 6mila, 7mila profughi, clandestini, o quello che sono, che non possiamo assolutamente continuare ad ospitare sull’isola perché l’unico centro che abbiamo può dare da mangiare a non più di 4mila persone e non sappiamo quanto questa gente, tutti giovani, può resistere e cosa può passargli per la testa. Stamattina c’è stata un’aggressione, l’altra sera sono entrati in un appartamento. Questa fa paura o no?

Fa anche un po’ pena.
Ma certo, lei si immagini quando ti vengono a bussare alla porta, un ragazzino che può avere l’età di tuo figlio e ti dice che ha fame ma non ha il coraggio di chiederti da mangiare e preferisce farsi offrire una coperta, tu che fai? Chiudi la porta e vai a dormire tranquillamente? Nessuno di noi è riuscito a negare un pezzo di pane a un profugo.

Sinceramente, a parte il pezzo di pane che non si nega a nessuno, che sentimenti prova lei per questa gente?
Le dico la verità, all’inizio li ho visti come nemici: mi stavano togliendo quello che avevo realizzato, stavano mettendo a rischio la mia vita, il mio lavoro.

Poi?
Poi mi sono educata a guardarli negli occhi e ho capito che lì in mezzo c’è gente come te, persone con dei progetti, degli ideali, dei pensieri che vorrebbe riuscire ad esprimere e che se fossi stata al posto loro forse avrei fatto lo stesso.

Cosa pensa, invece, di quelle regioni che inizialmente si erano dette disponibili a prendersi una quota di immigrati e che adesso stanno facendo marcia indietro?
Ma credo che sia normale, no? Nessuno li vuole, è inutile prenderci in giro, solo che se lo diciamo noi siamo razzisti, se lo dice l’Unione europea o le altre regioni è normale. Con chi devo prendermela io?

Ma è vero che stamattina avete occupato il Comune?
No, no, no. Non è stata assolutamente un’ occupazione, abbiamo fatto solo un presidio pacifico in attesa dell’arrivo delle navi.

Dovrebbero arrivare domani. Si sente fiduciosa?
Guardi, io mi auguro davvero che lo Stato faccia qualcosa, che queste navi arrivino sul serio, perché altrimenti io ho davvero paura che succeda qualcosa.

Cosa?
Che gli immigrati si rivoltino contro di noi nel momento in cui, non vedendo arrivare le navi, tutta Lampedusa decide lo sciopero generale per cui tutti chiuderemo le nostre attività e scenderemo in piazza, non apriranno i negozi, le scuole resteranno chiuse. A quel punto, chi ci assicura che questi ragazzi, non capendo la nostra protesta, non capendo che la nostra vita è finita insieme a quella loro, non se la prenderanno con noi? Io vedo dentro i loro occhi una disperazione assoluta che fa paura. Comunque già stasera sapremo se le navi sono in viaggio verso Lampedusa.

Si farà in tempo, secondo lei, a salvare la stagione turistica?
Glielo dico da donna e da albergatrice: a me di come va la stagione non me ne frega niente. Se la stagione dovesse, per quest’anno, andare a monte, vorrà dire che me ne andrò in vacanza io. L’importante è che rientri l’emergenza, che riprenda in mano la mia vita, che riveda mio figlio tranquillo, lui e tutti gli altri figli di quest’isola.

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Il 1 Settembre 2011 alle 17:58 ESCLUSIVO L’ESPRESSO – Lampedusa, la prigione dei bambini « Solleviamoci’s Weblog ha scritto:

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