

di Stefano Zecchi
Un attimo, e la vita si offusca e sparisce. Quello che è stato è ormai lontano, quasi impensabile, e il presente ha l’immagine indecifrabile delle cose assurde. Assurdo non è il male, ma il modo in cui esso stravolge la normalità. Nelle foto di Yara Gambirasio che Panorama pubblica in esclusiva in queste pagine, si riconosce la semplicità della vita quotidiana: forse l’immagine che più si allontana dalla convenzionale rappresentazione di un’esistenza anonima è quella che ci mostra la ragazza in una statuaria posa da esperta ginnasta. Le altre sono i ritratti dell’adolescenza vissuta con spensieratezza insieme alle amiche, oppure la testimonianza di un momento scherzoso in cui lo sberleffo è il gesto elementare di chi prende con allegria la vita.
Poi tutto cambia; così, all’improvviso, come se un abile regista dicesse con una indiscutibile decisione: «Basta, questa scena finisce qui! Passiamo a un’altra».
Ecco, allora, un campo di sterpaglie, il cielo grigio, larghe pozzanghere sulla strada sterrata, ai lati bassi cumuli di neve sporca. In mezzo, Yara. Immaginiamo il suo corpo esanime, martoriato dalla violenza omicida, consumato dai giorni e dalle intemperie. Adesso sono migliaia gli spettatori che osservano la nuova scena: incuriositi, assetati di verità, interpreti anch’essi di una rappresentazione crudele.
La storia di Yara, che tutti discutono, incomincia in quel campo: sì, certo, avevamo qualche immagine del suo volto con i suoi grandi occhi sgranati, ma sembravano soltanto delle foto pubblicate o trasmesse per farci conoscere la persona di cui si stava tanto parlando. Yara esce dal suo mondo anonimo quando la sera del 26 novembre 2010 non fa più ritorno a casa; Yara diventa una tragica protagonista di cronaca nera il 26 febbraio 2011, quando non ci sono più dubbi sulla sua morte. Ma quale fosse la sua storia prima di quella sera veniamo a saperlo da qualche rapido resoconto di un giornalista, da qualche intervista di amici.
Le fotografie sono il racconto della nostra vita. Sfogliare l’album è come riavvolgere il corso del tempo. Ritroviamo qualcosa di noi che avevamo dimenticato, ricordiamo una persona, un episodio, un momento che ha segnato la nostra vita. Possiamo avere dimenticato, e proviamo a ricordare; ma comunque ciò che lega una fotografia a un’altra sembra essere una strana, ineludibile necessità: come se quel bambino di pochi mesi in braccio alla mamma non potesse essere che quello seduto sul banco di scuola e poi l’impettito e sorridente professionista che ha appena raggiunto un importante risultato nel suo lavoro.
Sfogliamo l’album, e nelle immagini riconosciamo uno sviluppo logico, coerente; siamo convinti che la nostra vita sia esattamente quel susseguirsi di fotografie. D’accordo: c’è qualche imprevisto, un momento di passaggio, un ripensamento; ma poi ecco, la pagina successiva dell’album sembra suggerirci che, nonostante tutto, la nostra vita non poteva seguire che quella strada, proprio quella che ci sta raccontando l’album con la sua sequenza ordinata di fotografie.
Non stupisce la continuità, sconcerta la rottura, che ci costringe a fare i conti con l’imponderabile dell’esistenza. In astratto ne siamo assolutamente consapevoli, in linea teorica sappiamo che c’è sempre qualcosa in grado di infrangere e stravolgere il corso della nostra vita. Ma quando questo qualcosa si manifesta concretamente, e siamo costretti a subirlo, avvertiamo la violenza di un’ingiustificata aggressione alla quotidianità e ai nostri progetti. Generalmente, però, giriamo la pagina dell’album, e una nuova foto ci consola: l’ostacolo era difficile e imprevisto ma, alla fine, ce la siamo cavata, la vita continua il suo cammino. Quella fotografia rasserenante nell’album di Yara non ci sarà mai.
Certo, le foto sono frammenti di vita; chi non conosce il soggetto ritratto deve, con un po’ d’immaginazione, completare il mosaico che sarà sempre parziale, sfumato. Noi non pensiamo di potere conoscere davvero Yara e il suo mondo attraverso qualche immagine, ma ciò che non sfugge è la semplicità della ragazza, quella normalità di un’adolescente lontana dai conflitti della vita. La crudeltà di qualcuno si è insinuata nella sua esistenza, annientando la sua normalità. È questo che sconvolge e lascia attoniti.
Ognuno di noi ha il suo album, c’incolla le fotografie dei propri figli, sfoglia le pagine e ritrova una storia che, pur con le sue luci e le sue ombre, racconta le attese, le ansie, i progetti di una famiglia. Si suppone che quelle immagini abbiano una logica e che, comunque, il loro sviluppo abbia ragionevoli conseguenze. Si spera che i volti sorridenti, i ritratti di situazioni convenzionali possiedano quella serena normalità in grado di rispettare le regole di un’esistenza in armonia con gli altri, incapace di offendere e fare del male.
Poi riguardiamo le foto di Yara e ci chiediamo perché tanta normalità abbia provocato tanta violenza. Osserviamo quelle foto e andiamo a prendere dal cassetto il nostro album, lo sfogliamo e ci domandiamo cosa potrebbe accadere, cosa potrebbe toccare ai nostri figli, ritratti con i volti sorridenti nei momenti più semplici e convenzionali di una giornata. Immagini simili a quelle che vediamo nelle fotografie di Yara.
Temiamo di essere impotenti di fronte all’imprevedibilità del male, e allora cerchiamo nell’album di Yara qualche indizio, una traccia che possa spiegarci ciò che appare inspiegabile. Non si scopre nulla, soltanto l’assurdo: un abile regista che con un gesto crudele e ingiusto ha fatto calare il sipario su una scena che riteneva troppo normale. Ha deciso d’intrattenere e incuriosire il suo pubblico diversamente, gli ha messo sotto gli occhi un’altra storia, altre immagini che non hanno nulla a che vedere con la vita di una ragazza semplice, ma con la sua morte violenta, brutale.
- Lunedì 4 Aprile 2011
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