

Un momento del saluto degli alpini dell' 8/o Reggimento prima della partenza per l'Afgahanistan. ANSA/ STEFANO LANCIA
Ogni settimana Panorama dà voce ai nostri militari impegnati nelle missioni all’estero. Per non dimenticarli e per non dimenticare che sono lì anche per noi. Stavolta il caporal maggiore Serafino Blanco ci racconta come si vive a Bakwa, tra le montagne, dove si nascondono gli «insurgent».
Metto piede nell’avamposto più rischioso dell’Afghanistan, Cop «Snow», Buji, un triangolo grande come un campo da calcetto fra una strada nel deserto e il greto di un fiume ormai privo di acqua, un territorio surreale, silenzioso, dove tutto sembra in ordine, i pastori e le loro greggi, gli asini, le moto, le macchine, i bambini a piedi che osservano curiosi il nostro lavoro. E invece non è tutto così sereno: gli «insurgent» sono sulle montagne piene di caverne, pronti ad attaccare in ogni momento. Per lavarsi bisogna affidarsi alle bottigliette di acqua, si scaldano sul fuoco oppure sulla marmitta della cella frigo. Il bagno? Non c’è, rigorosamente «wag bag»: buste di plastica con all’interno della polvere bianca che serve a solidificare
i bisogni e ad assorbire i cattivi odori. La cabina della doccia, l’unica, e il water sono costruiti con legno, teli mimetici e tanta, tantissima inventiva.
Si mangia ciò che il Ch47 o il Mi8 ci lasciano. I rifornimenti sono una corsa: «safe landing zone», atterraggio, tutti (o quanti più possibile) fuori a scaricare e poi si rientra. Bisogna fare in fretta, perché Buji fa paura anche agli angeli del cielo. Il pane non riesci a scovarlo neanche con il binocolo. Per i primi 15 giorni sempre fagioli e tonno. Poi le cose migliorano, arrivano pasta, riso, Coca-Cola, yogurt, insalata, pomodori, ananas, crocchette di pollo e birra, un miraggio! Non è molta, ne bevi un bicchiere massimo due, non importa, chi immaginava che l’avrebbero mandata. Il caffè si vede ogni tre giorni, bisogna tagliare una bottiglia di plastica, si versa il caffè e poi in 20 persone si beve nella stessa bottiglia, forse è questo che ci ha fatto sentire così uniti.
Ma a Buji non si può pensare a mangiare, c’è poco tempo, si pensa al nemico. Ed eccoli subito in azione, uno, due, tre, quattro, cinque colpi di mortaio alle 9 del mattino, un buongiorno a tutti gli effetti, e poi ancora un ingaggio, scontro a fuoco, e poi altri scontri si susseguono quasi giornalieri… un inferno. Un inferno per noi ma un inferno anche per loro, siamo infatti una spina nel fianco ai loro traffici, una presenza costante, rassicurante e amica per la popolazione locale.
C’è uno svago: internet. Un solo punto di connessione per oltre 30 persone, un flusso a 64 Kb, ma almeno si riesce ad accedere alla posta elettronica per leggere o inviare qualche email a familiari, fidanzate e amici, o per seguire i risultati del campionato di calcio. Dopo quasi 40 giorni, arriva il cambio, sono contento e allo stesso tempo triste per quel pezzo di mondo così strano da sembrare irreale, per quell’angolo di «paradiso» dove il lavoro, il servizio, l’amicizia hanno conquistato un sapore che mai avevano avuto prima.
- Lunedì 4 Aprile 2011
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Commenti
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Il 4 Aprile 2011 alle 22:05 anna2011 ha scritto:
le vostre lettere mi mettono tanta tristezza,prego ogni giorno perchè possiate tornare tutti alle vostre case,l’italia è tanto orgogliosa di voi, così come lo sono io di mio marito che è un militare e presto vi raggiungerà in quell’inferno,ma così grande come l’orgoglio è il dolore di ogni giornata passata senza di lui, dove 24 ore durano un secolo aspettando l’unica telefonata che almeno per un attimo mi può far tirare un sospiro di sollievo, e sei mesi un’eternità…siete grandi, fatevi forza gli uni gli altri perchè questo è l’unico modo per andare avanti là……a tutti voi mando il mio più affettuoso abbraccio e l’augurio dal profondo del cuore di tornare presto dalle vostre famiglie
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