Yara: ma l’inchiesta si blocca nel cantiere fantasma


Yara: ma l’inchiesta si blocca nel cantiere fantasma

L’ultimo a finire sotto torchio è stato un piccolo imprenditore di Brembate di Sopra. La sua sfortuna è stata quella di avere la sede dell’impresa proprio nel tratto di strada che porta dalla palestra di Brembate al cantiere di Mapello. Ma contro quest’uomo di età compresa tra i 40 e i 50 anni si è abbattuta pure la scure dei tabulati telefonici.

Intorno alle 18.30 del 26 novembre 2010, il momento in cui Yara Gambirasio sparisce nel nulla all’uscita della palestra dov’è andata a portare lo stereo alle amiche, il cellulare dell’imprenditore risulta prima agganciato alla cella di Brembate; poco più tardi il suo telefonino transita per la cella di Chignolo d’Isola: sono i due luoghi dove la ragazzina è scomparsa e dove tre mesi più tardi è stato ritrovato il suo corpo. Qui, secondo indiscrezioni raccolte tra gli inquirenti, sembra si sia consumato anche il delitto. Yara, insomma, sarebbe stata uccisa proprio nel campo di Chignolo.

L’imprenditore nei giorni scorsi ha dovuto faticare parecchio per dimostrare agli investigatori che la sua presenza in quei due luoghi era frutto solo di una sfortunata coincidenza e dei suoi spostamenti abituali, tra lavoro e casa. In realtà, come hanno appurato gli inquirenti, nulla aveva a che vedere con l’omicidio della tredicenne. Dopo una serie d’interrogatori durati ore e ripetuti per più giorni, l’uomo è riuscito a dimostrare la sua totale estraneità al caso.

Questa notizia non viene confermata né smentita dagli investigatori. Ma Panorama l’ha raccolta da una fonte molto attendibile. Non è un elemento di poco conto. Perché dimostra la fragilità di uno degli ultimi pilastri della complessa indagine sulla morte di Yara: quello dei tabulati telefonici. Si aspettava da tempo il risultato dell’analisi dei periti sugli incroci dei passaggi tra le due celle di Brembate e Chignolo d’Isola; ci si chiedeva quanti telefoni avessero fatto lo stesso percorso di Yara quella sera. Si confidava molto nell’ipotesi che l’assassino avesse lasciato una traccia indelebile, quella del suo cellulare. Oggi invece, anche grazie al «buco nell’acqua»  sull’imprenditore di Brembate, pare evidente che questi risultati siano ormai a disposizione degli inquirenti almeno da una decina di giorni, e che probabilmente non porteranno da nessuna parte.

Prende sempre più corpo l’idea che chi ha rapito e ucciso la ragazzina conoscesse bene i rischi che comporta l’avere un telefono acceso in tasca. Lo fanno pensare anche la stranezza della scomparsa del telefono di Yara e il parallelo ritrovamento accanto al corpo della sim card e della batteria, entrambe smontate. L’ipotesi, però, pesa come un macigno sulle speranze degli investigatori, che stanno disperatamente cercando di risolvere l’enigma che dura da oltre quattro mesi.

Intanto si aspetta il risultato delle indagini scientifiche: da un lato quelle dei Ris dei carabinieri sugli abiti della ragazza, dall’altro quelle dell’équipe guidata dall’anatomopatologa milanese Cristina Cattaneo sul cadavere di Yara. Finora, però, sono emerse soltanto due tracce di dna sui guanti neri che la tredicenne aveva in tasca. Si sa solo che appartengono a un uomo e a una donna, entrambi sconosciuti alle indagini. Troppo poco per individuare l’assassino o gli assassini.

Ecco allora che l’indagine continua a girare attorno al punto da dove è partita alla fine di novembre: il cantiere del grosso centro commerciale in costruzione a Mapello, poco fuori Brembate di Sopra. È la zona dove il cellulare di Yara fa perdere le sue tracce, il luogo dove s’interrompe misteriosamente la pista seguita da tutti i cani bloodhound usati nelle ricerche, il posto di lavoro di colui che rimane formalmente l’unico indagato di tutta questa triste storia: il marocchino Mohamed Fikri, prima bloccato in mare con un’azione degna di un action movie e poco dopo rilasciato con tante scuse da un giudice del tribunale di Bergamo su richiesta dello stesso pubblico ministero Letizia Ruggeri.

Il provvedimento non ha mai convinto alcuni investigatori, i quali restano convinti che il marocchino non sia il colpevole ma abbia probabilmente visto qualcosa d’importante la sera del delitto. A carico di Fikri, del resto, il quadro indiziario resta controverso anche a causa della strana frase pronunciata al telefono dallo stesso indagato, e intercettata dagli inquirenti: «L’hanno uccisa davanti al cancello». È stato Panorama a dare la notizia di questa frase, che incomprensibilmente non è stata contestata a Fikri nell’interrogatorio. Il procuratore aggiunto Massimo Meroni ha liquidato la rivelazione come «una stupidaggine », ma Panorama ribadisce quanto ha scritto sul numero 13: la frase è sicuramente inserita nel fascicolo d’indagine che è stato messo a disposizione dei magistrati prima dell’interrogatorio di Fikri.

Voci che trapelano dalla procura sostengono adesso che la frase del marocchino vada inserita in un contesto che la svuoterebbe di significato e ne ridurrebbe il peso indiziario. Ma gli investigatori che hanno intercettato e pedinato Fikri hanno un’opinione assai differente. Per loro esistevano numerosi indizi, non solo nelle intercettazioni, che meritavano un approfondimento maggiore. Chissà. Intanto c’è un’unica certezza, che l’inchiesta è ferma e torna sul punto dal quale è partita alla fine di novembre: il cantiere di Mapello.

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