Cold case: quali riaprire e quali no


Raniero Busco, ex fidanzato di Simonetta

Raniero Busco, ex fidanzato di Simonetta

L’arresto di Winston Manuel Reves per il delitto dell’Olgiata sulla base di una traccia di Dna raccolta nel 1991 si aggiunge al rinvio a giudizio, e alla condanna in primo grado, di Raniero Busco per l’omicidio di Simonetta Cesaroni a vent’anni dai fatti. I cold case riaperti grazie ai progressi fatti da alcune scienze forensi (ad esempio genetica, medicina legale, criminologia) si moltiplicano, ma tanti altri fascicoli aspettano di essere ripresi in mano dagli investigatori. Esiste un criterio per scegliere i vecchi delitti da riesaminare? “Esiste ed è puramente scientifico”, spiega Vittorio Rizzi, capo della Squadra mobile di Roma.

Perché ha deciso di occuparsi di cold case?
Dirigo la Mobile, in diverse città, da quindici anni e oltre a conseguire successi ho dovuto fare i conti con i casi irrisolti. Da qui l’esigenza di trovare un tempo e uno spazio per rimeditare gli omicidi rimasti senza colpevole. Appena arrivato a Roma, ho creato all’interno della Omicidi una squadra dedicata ai cold case, con il compito di spulciare tra i fascicoli polverosi e dimenticati in archivio, di fare ricerche in Procura e all’ufficio reperti e di chiedersi quali casi potevano essere riaperti. Il nostro primo risultato è stato l’arresto sette anni dopo il delitto dell’assassino di Maria Scarfò, violentata e uccisa nel dicembre del 2000.

Tra tanti faldoni non sarà facile.
In realtà non stiamo parlando di grandi numeri, si tratta di una ricerca su piccola scala. I casi di omicidio sono calati negli anni, a Roma come nel resto d’Italia. Lo scorso anno in città ne abbiamo avuti 22, in passato la media era di 42-43, se quindi consideriamo che i casi irrisolti sono circa il 10 per cento del totale, abbiamo 30-35 cold case in tutto. Risaliamo infatti indietro di 20-25 anni al massimo, un tempo ragionevole per sperare di trovare ancora tracce utili alla risoluzione.

In che modo decidete quali indagini riaprire?
Sulla base di un criterio puramente scientifico: utilizziamo la statistica bayesiana. Il Teorema di Bayes (dal matematico Thomas Bayes, ndr) è un metodo per calcolare il livello di fiducia in un’ipotesi alla luce di una nuova informazione. Prendiamo in considerazione le scienze forensi e ci chiediamo quali progressi hanno fatto, dalla medicina legale, alla genetica forense, alla dattiloscopia, alle altre branche della criminologia. Poi elenchiamo gli elementi a disposizione nel singolo caso e a queste due basi di partenza assegniamo un punteggio. Ad esempio: ho un reperto biologico? Allora ho un Dna e il punteggio è alto. La chiave del mistero è l’ora della morte? L’analisi dei tessuti umani è sempre più precisa, quindi anche in questo caso ho un buon punteggio. Se il risultato finale è soddisfacente, il cold case ha buone possibilità di essere risolto, altrimenti non vale la pena di riaprirlo.

Nessuna pressione mediatica?

L’aspetto emotivo esiste, ma il metodo deve essere scientifico. È inutile riaprire un fascicolo, se non sono stati fatti passi avanti rispetto a quello che aveva in mano l’investigatore del passato. Un’indagine procede spesso per induzione, cioè per ipotesi più probabili, che vengono formulate e poi verificate con le analisi scientifiche e gli altri riscontri. Quando riapro un vecchio caso, devo essere in grado di formulare nuove induzioni grazie alle conoscenze attuali e ai sistemi informatici di analisi, che un tempo non c’erano. Un altro esempio: se ho una traccia di sangue, oggi cerco un profilo genetico, mentre vent’anni fa cercavo al massimo un gruppo sanguigno.

La voce si è sparsa, le capita mai che i parenti delle vittime le chiedano di riaprire il loro caso irrisolto?

Succede. Alcuni mi scrivono anche da altre città. Io informo i colleghi della questura competente, che verificano se ci sono i presupposti per riprendere l’indagine. Fosse per me, li riaprirei tutti, ma è bene non dare speranze se non ci sono le condizioni necessarie.

Come può essere ancora valido in un processo un reperto vecchio di vent’anni?

La conservazione di un reperto legato a un omicidio è fondamentale. È anche un insegnamento per il futuro: un elemento che con le tecniche attuali non mi dice nulla, tra dieci anni con nuovi metodi potrebbe diventare la chiave del delitto. Un giorno si potranno valorizzare tracce che oggi sembrano inutili.

Negli anni si guadagna in strumenti scientifici, ma si perde su altri aspetti dell’indagine.
Indubbiamente col passare del tempo perdiamo in termini di testimonianze, di verifica di alcuni elementi, di precisione del ricordo delle persone coinvolte. In questo senso la validità dell’indagine fatta al momento rimane imprescindibile. E chi riapre cold case fa del proprio meglio, ma non fa miracoli.

A che anno si può fissare la svolta nelle tecniche investigative?

L’accelerazione delle scienze forensi e delle tecnologie è costante. Si pensi a Internet, ai telefoni cellulari. Nel 2002 la rivendicazione dell’omicidio Biagi è stata spedita per posta elettronica, per la prima volta da un computer collegato a un telefonino. Oggi è un gesto banale, allora per saperlo fare occorreva una laurea in Ingegneria: parliamo del 2002, non di un secolo fa. In futuro avremo di certo strumenti d’indagine ancora più sofisticati.

Con cui cercare di risolvere anche i grandi “misteri” della nostra storia recente?
Perché no? Si tratta di metodi in teoria applicabili a tutti i delitti, non solo agli omicidi. Alle luce delle nuove tecniche si potrà valutare se esistono i presupposti per riaprire altri tipi di gialli italiani. Sempre rimanendo con i piedi per terra però.

Perché riaprire casi così vecchi e magari condannare persone ormai difficili da rieducare?

A noi spetta il compito di restituire giustizia alle vittime, con cui abbiamo un conto aperto da saldare. Saranno i giudici a decidere se e come infliggere le pene ai colpevoli.

Commenti

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Il 7 Dicembre 2011 alle 11:45 Alberto Stasi assolto anche in appello | La rosa nera ha scritto:

[...] si finisce per ricominciare da zero, cercando nuove piste e nuovi colpevoli. In America si chiamano cold case, ma per noi hanno il nome di Meredith, Chiara, Simonetta, Yara, Melania. Tutte donne vittime di una [...]

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