La morte di Bin Laden cambierà la politica estera italiana?

Un momento del saluto degli alpini  dell' 8/o Reggimento  prima della partenza per l'Afgahanistan. ANSA/ STEFANO LANCIA

Un momento del saluto degli alpini dell' 8/o Reggimento prima della partenza per l'Afgahanistan. ANSA/ STEFANO LANCIA

L’uccisione di Osama Bin Laden certo non mette la parola fine alla guerra contro Al Qaeda, ma come ha ricordato il ministro della Difesa La Russa rappresenta «un atto simbolico che vuole fare giustizia» e, soprattutto, «far comprendere che lotta al terrorismo non è inutile, non è vana». Quasi un trofeo che l’Occidente (gli Usa e i suoi alleati, tra cui l’Italia), ferito al cuore dieci anni fa con l’attentato alle Torri gemelle dell’11 settembre 2001, ora vuole mostrare al mondo e anzitutto ai propri cittadini.

Negli ultimi anni la guerra per assicurare un governo democratico all’Afghanistan, minato dalle tribù talebane, sembrava quasi non avere più un perché. L’impressione, a volte, è stata quella di aver smarrito il vero obiettivo di questa missione. E un senso ce lo ha restituito la cattura e la morte di Bin Laden. Che, e bisogna sottolinearlo, non è avvenuta in Afghanistan, ma in Pakistan a una manciata di chilometri da Islamabad, la capitale, dove il leader dei terroristi pare vivesse indisturbato in una villa. E dove è stato catturato grazie a un blitz delle forze speciali americane. Segno che le cose in quella parte del mondo non sono così semplici come a volte appaiono.

Ora ci si domanda, considerato un tale epilogo a una caccia durata dieci anni, a cosa siano serviti (e servano ancora) i combattimenti in Afghanistan, quando sarebbe bastata una missione top secret dell’intelligence. Lo ha ammesso, in parte, anche lo stesso ministro della Difesa, dicendo che la cattura del numero uno di Al Qaeda «può determinare qualche cambiamento» nella partecipazione italiana alle missioni all’estero, anche se quelli dell’Italia «non saranno cambiamenti unilaterali»: il nostro Paese, ha poi spiegato, «finora non ha mai preso una decisione al di fuori degli organismi internazionali che ci hanno determinato a partecipare alle missioni». E lo stesso discorso vale per la Libia.

Tuttavia la morte di Bin Laden pur segnando un passo decisivo, a parere unanime degli esperti, non significa la sconfitta del terrorismo. Purtroppo no: l’Afghanistan è ancora un Paese che rischia di cadere di nuovo nelle mani di un regime talebano (cosa da non augurare alla popolazione, soprattutto alle donne). Bin Laden, secondo gli 007, era diventato «ininfluente», ma ciò non ha fermato gli attentati, compiuti in questi anni da molte fazioni proprio in suo nome. Anche perché Al Qaeda è una rete formata da gruppuscoli spontanei e da singoli individui che possono entrare in azione ovunque, senza un ordine impartito chissà da dove.

L’Italia è nel mirino; come tutta l’Europa. Soprattutto nelle prossime settimane, quando i seguaci dello sceicco del terrore potrebbero cercare di reagire, anche solo per dimostrare che l’idea, come si suol dire, sopravvive al suo leader. Insomma, la lotta al terrorismo di matrice islamista non si è affatto conclusa: la morte di Bin Laden non è come quella di Hitler che segnò la fine del nazismo. Per questo si combatte e si continuerà a farlo in Medio Oriente, con le missioni internazionali. E anche a casa nostra, con l’intelligence e le forze dell’ordine.

LEGGI ANCHE: le lettere dal fronte afgano dei nostri soldati su Panorama.it

Commenti

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Il 2 Maggio 2011 alle 23:41 aldo1110 ha scritto:

Speriamo che le pallottole di acciaio dei fucili da guerra dei Navy Seals,abbiano procurato a l mostro Bin Laden,dolore e sofferenza ai limiti del sopportabile,se non altro per pareggiare il conto,con questo “esemplare” del islamismo internazionale.Che il Presidente Obama gratifichi tutti i Navy Seals che hanno partecipato a questa azione,con bei soldini e ferie pagate nei migliori paradisi dei mari del sud.

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