Per chi vota il rom a Catanzaro?


Da caso di violenza a caso politico: per chi vota il rom a Catanzaro?

Una zuffa tra bambini nell’aula di una prima elementare. Attaccano in due contro uno, sferrano calci. Il piccolo colpito cade a terra, si tiene la pancia, ha un gran male, ma riuscirà a tornare al suo banco e poi a casa. Col passare delle ore, il dolore cresce, diventa insopportabile. Cristian, 7 anni, finisce in ospedale, operato per un’emorragia interna. E quella lite tra bambini, in una scuola della periferia sud di Catanzaro, diventa un caso: sindaco e giunta si riuniscono per discuterne, la procura della Repubblica apre un’inchiesta, la squadra mobile indaga, la famiglia insorge contro la scuola, giornali e tv rilanciano la storia.

Perché i bambini che hanno colpito il compagno sono calabresi di origine rom. E a Catanzaro, in un’arroventata vigilia elettorale per la guida del comune, mentre il centrosinistra del sindaco Rosario Olivo viene dato perdente, nei sondaggi, contro il centrodestra, la questione rom è un nervo scoperto. La scuola della zuffa, l’istituto comprensivo Casalinuovo, si trova proprio a metà strada fra la nuova edilizia residenziale del quartiere Corvo e i rioni dell’Aranceto e di Pistoia dove, negli anni Ottanta, i rom calabresi sfollati da un disastrato campo nomadi ottennero la casa popolare. In 30 anni quei due quartieri, dove vive una comunità di circa 1.000 persone (meno dell’1 per cento della popolazione di Catanzaro), sono diventati il centro dello spaccio di droga, dei furti d’auto, teatro a volte anche di ferimenti e di omicidi. Da quel degrado arrivano i bambini che frequentano la scuola elementare Casalinuovo: su 150 iscritti, i piccoli rom sono circa un terzo. E figli di pregiudicati per reati di spaccio sono i due alunni che hanno aggredito Cristian, secondo le testimonianze dei tre figli del proprietario di un autolavaggio e di una commessa.

«Ma i bambini di 6 anni sono bambini e basta: rom e non rom» dichiara l’avvocato Gianpiero Mellea, legale della famiglia di Cristian e consigliere comunale uscente, iscritto al Gruppo misto, nell’area di centrodestra. «Il problema è la scuola, non l’etnia: non puoi accompagnare un figlio in classe la mattina e, quando vai a riprenderlo, è in fin di vita». Contro la scuola, l’avvocato preannuncia una richiesta di risarcimento danni. «Quando Cristian è stato picchiato, la maestra non c’era» ricostruisce il nonno del bambino, Alfredo. «Quando è tornata e mio nipote le ha raccontato l’aggressione, gli ha dato del bugiardo». La scuola fornisce un’altra versione, confermata finora dalla ricostruzione della polizia: l’aggressione avviene giovedì 14 aprile, durante l’intervallo, con la maestra voltata di spalle che, quando vede Cristian tenersi la pancia con una smorfia di dolore, chiede che cosa è successo e rimprovera gli aggressori.  Protesta il nonno Alfredo: «L’aggressione è avvenuta venerdì, non giovedì. Mio nipote me l’ha raccontato appena uscito da scuola. Il giorno dopo, sabato, aveva la febbre. Nel pomeriggio i genitori l’hanno portato in ospedale. I medici hanno consigliato una supposta, pensavano a un’influenza. Ma il bambino si lamentava: gli hanno fatto un’ecografia e hanno visto una massa nella pancia».

Lunedì pomeriggio il bambino è stato operato: nell’addome s’era ormai formato un grosso ematoma. Al capezzale del piccolo, in ospedale, tra gli ospiti in visita, sono arrivati anche il sindaco e la giunta. Michele Traversa, deputato del Pdl e candidato di centrodestra alla guida del comune, se ne è astenuto: «Non volevo strumentalizzare» sostiene. E ha affidato a una dichiarazione la solidarietà alla famiglia e la promessa di «liberare i quartieri sud dalla paura». Ma la storia aveva già suscitato un cancan politico.

«La politica deve rifiutare i voti dei rom come si rifiutano i voti della ‘ndrangheta » aveva intimato il Coisp, sindacato di polizia. E un candidato dell’Alleanza di centro, Roberto Rizza, aveva rilanciato quell’appello. «Un messaggio razzista» s’indigna Giacomo Marino, dirigente dell’Opera nomadi calabrese. «A furia di ripetere slogan di questo genere, si consolida l’idea che i rom siano criminali nati e questo fa danni enormi». L’avvocato Mellea, che ha rinunciato a ricandidarsi per il comune («Ho altri progetti»), ci ride su: «Se il voto è libero e segreto, come si fa a rifiutare quello dei rom?». S’arrabbia, invece, Nicola Ventura, assessore ai Servizi sociali nella giunta Olivo: «Non facciamo gli ipocriti: o togliamo a questa gente il diritto di voto o votano come gli pare. Il punto vero è che ci sono 1.000 cittadini che si emarginano e vengono emarginati, molti senza mestiere, troppi non vanno a scuola: o li  mettiamo in una camera a gas o la politica deve occuparsene. E un comune non ha gli strumenti per farlo, è lo Stato che deve pensarci».

Tre anni fa, nel febbraio 2008, la commissione parlamentare Antimafia presieduta da un calabrese, Francesco Forgione, mise nero su bianco, in una relazione sulla ‘ndrangheta, i legami tra la cosca dei Gaglianesi e due clan rom di Catanzaro, indicandone i capi in Domenico Bevilacqua e Cosimino Abruzzese. Il loro fortilizio è rappresentato, appunto, dai quartieri Aranceto e Pistoia. A poca distanza da quei casermoni c’è la bella sede della Comunità d’accoglienza San Domenico, che si occupa di minori in difficoltà. Tra i manovali che l’hanno costruita, ricorda la responsabile, Manuela Marchio, c’erano anche due ragazzi rom. E altri giovani di quell’etnia, figli di famiglie difficili, sono stati ospiti della comunità d’accoglienza. «Qui erano tranquillissimi, molto rispettosi. Se vengono accolti, non sono aggressivi. Ma se si sentono respinti si incattiviscono».

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