«Caro Pd, smettila di pensare da perdente»

Il segretario del Pd Pierluigi Bersani, il 20 Maggio 2011, a Bologna alla libreria Coop Ambasciatori per la presentazione del suo libro "Per una buona ragione"(ANSA / MICHELE NUCCI)

Il segretario del Pd Pierluigi Bersani, il 20 Maggio 2011, a Bologna alla libreria Coop Ambasciatori per la presentazione del suo libro "Per una buona ragione"(ANSA / MICHELE NUCCI)

La verità, si sa, fa male. Soprattutto quando a spiattellartela in faccia sono gli amici. Perchè stavolta a bacchettare il centrosinistra, e in particolare il suo maggiore partito, il Pd, ci ha pensato Ritanna Armeni, giornalista di sinistra doc, oltre che scrittrice e conduttrice di Otto e mezzo fino al 2008 a fianco di Giuliano Ferrara.

Che è salita in cattedra, in un post sull’edizione online della rivista Gli Altri, per impartire alla sinistra italiana tre lezioni, passata la sbornia dei risultati del primo turno. La prima? «Si può vincere». Anche se la «convinzione di non potere che perdere» ha portato la sinistra in questi anni «a cercare e a sperare in surrogati della politica e della competizione elettorale», dalla magistratura che «punisce l’avversario Berlusconi», agli «scandali che ne demoliscono la figura e quindi provocano, o dovrebbero provocare, contraddizioni interne alla maggioranza». «Tanto – questo il pensiero mai espresso, ma fortissimo – con altri era impossibile battere il governo».

La seconda lezione? Smetterla di inseguire il Carroccio, convinti che i contenuti reazionari siano «radicati nella società italiana da rendere necessaria una mediazione», che però ha portato in questi anni il Pd a non portare avanti «battaglie culturali» sull’immigrazione e Mezzogiorno. La terza lezione, infine, riguarda l’identità della sinistra.

Si sono affermati in queste amministrative (salvo a Torino e Bologna) candidati anomali: Pisapia a Milano e De Magistris a Napoli. Le elezioni, scrive Armeni, hanno indicato una «insoddisfazione, la ricerca di una diversità, persino la curiosità di una sperimentazione». Perché , per esempio, la distinzione tra riformisti e radicali, soprattutto a Milano, è «franata sotto il voto degli elettori». Dunque che fare? Alla fine, dopo una serrata pars destruens, siamo sempre lì: per Armeni queste elezioni sono infatti solo un «piccolo passo». Più in là la giornalista non va. Anche perché in altri lidi si fantastica ancora su improbabili ammucchiate anti Cav, quando addirittura non si ripropone di riesumare il vecchio Pci, unendo il partito di Vendola con quello di Bersani. Staremo a vedere.

Commenti

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Il 24 Maggio 2011 alle 19:44 indigesto ha scritto:

Con tutto il rispetto, non pare che la giornalista in questione abbia detto cose nuove. Nonstante tutti i tentativi di trasformismo essere comunisti non è questione di appartenenza a questo o quel partito: è una mentalità. Una mentalità di potere, da raggiungere comunque, per i capi, e una mentalità di rivalsa per la massa, costituita prevalentemente da incapaci, indolenti o, tuttalpiù, sfortunati. La capacità dei primi a manovrare i secondi è storica. La pessima interpretazione della democrazia delle classi dominanti, soprattutto quella politica, è, poi, il comburente acchè gli scontri si infiammino e si finisca per superare il radicalismo e tendere al totalitarismo. Difatti sono giusto i metodi di stampo totalitaristico quelli che vengono posti in atto da una sinistra non meglio identificata. Meglio sarebbe, appunto, che si desse, questa, una veste consona alla propria storia, definendosi, tutta, frange equivoche comprese, comunista. Senza vergogna, poichè anche dei propri limiti serve a poco vergognarsi. Anzi, li si aggrava!

Il 25 Maggio 2011 alle 19:19 pv21 ha scritto:

Tagliando >

Era il 1994 quando la Zanicchi suggeriva di “provare a far governare” l’imprenditore Berlusconi.
Dopo 17 anni le centinaia di miliardi di debiti accumulati dai suoi governi fanno 1/3 dell’intero nostro Debito.
Ora la Corte dei Conti avverte che dovremo ridurre il Debito di circa 46 miliardi l’anno, per 3 anni.

Non solo.
Nell’ultimo decennio, dice l’Istat, il ritmo di crescita della nostra economia è stato appena la metà della media europea.
Nel 2010 il PIL è fermo al 94,7% di quello del 2007 (ante-crisi) che rivedremo solo dopo il 2014.
La capacità di spesa delle famiglie si è ridotta di oltre 1300 euro e l’indebitamento medio supera i 20mila euro.
Un quarto dei cittadini è a rischio povertà (esclusione) e l’80% dei pensionati (Inps) non arriva a 1000 euro al mese.
Sono 5 milioni gli italiani senza una regolare occupazione e più di 2 milioni sono i giovani nullafacenti.

E l’imprenditore Berlusconi? Il suo reddito è quasi quadruplicato, passando dagli 8,6 milioni del 2000 ai 41 del 2010.
A fine 2009 affermava che eravamo “usciti dalla crisi meglio degli altri”.
Quella crisi che, ex-ripresa passata a “semi-crescita”, continua a gravare sul paese come SE FOSSE STAGNAZIONE …
http://www.vogliandare.it/nat/.....ps1.html

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