
È la linea del Piave su cui sono attestati tabaccai, coltivatori di tabacco e industriali della trasformazione: basta con la caccia alle streghe contro fumo e fumatori, basta con le restrizioni alla vendita delle sigarette. E proprio il 24 maggio si riuniscono a Bruxelles per riaffermarlo forte e chiaro, senza pudori perbenisti né furori salutisti. La Commissione europea, infatti, medita
di vietare l’esposizione delle sigarette nelle tabaccherie, costringendo i commercianti a nasconderle sottobanco (com’è già stato deciso in Gran Bretagna), a partire dai supermercati e dall’anno prossimo. Non solo, i pacchetti, secondo l’orientamento dell’agguerrita Dg Sanco, che nell’euroburocratese sta per Direzione generale salute e consumatori della Commissione, non avranno più scritte e loghi colorati e accattivanti, ma dovranno essere tutti uguali, bianchi, oppure grigiastri. E le sigarette dovranno essere prodotte con tabacco puro, senza altri ingredienti, il che può mandare fuori mercato per ragioni tecniche il 40 per cento dell’attuale produzione mondiale, azzerando in particolare il tabacco italiano. Questione di settimane, forse due o tre, e poi la ommissione scodellerà nelle mani del Parlamento europeo la revisione della direttiva vigente da 10 anni sulle sigarette. Proprio per evitarlo, il 24 maggio il fronte dei resistenti si mobiliterà nella capitale d’Europa per dire no allo straniero, nel senso che questa nuova crociata antifumo è di schietta e diretta ispirazione di Michael Bloomberg, tabagista pentito che ha praticamente
messo al bando le sigarette nel suo territorio, New York City, di cui è sindaco. «Un momento, mi accendo una sigaretta e ne parliamo» sorride Rita Bernardini, deputato radicale nel gruppo del Partito democratico a Montecitorio e convinta antiproibizionista. «Se passasse una direttiva del genere, otterrebbe l’effetto contrario: più fumo, più nocivo, e più contrabbando. Il proibizionismo ha sempre avuto questi risultati, fin dai tempi del furore americano contro l’alcol, un gran regalo ad Al Capone. Si possono e si devono fare campagne di dissuasione. Ma quando si proibisce un consumo, in realtà lo si incentiva».
Pare sia andata così in Irlanda: quando il governo ha introdotto queste norme dissuasive, il 30 per cento del mercato legale si è spostato sul contrabbando. «Il risultato è che oggi a Dublino si fuma quanto prima» sostiene Carlo Sacchetto, direttore dell’Associazione piccoli trasformatori italiani, quelli che acquistano il tabacco in foglie dai coltivatori e lo prelavorano per conto delle major del fumo. «Però oggi si bruciano sigarette che arrivano dall’import parallelo, illegali, e quindi più nocive. Lo stato perde entrate, produttori e distributori ci rimettono e i consumatori stanno peggio. Sta andando così anche in Canada, dove hanno imitato l’Irlanda. Geniale, eh?».
Per questo, il 30 marzo 2011, il parlamento svedese ha respinto due leggi che puntavano a introdurre nel paese il pacchetto «no logo» e il divieto di esposizione dei prodotti di tabacco al punto vendita. «Impedendo la visibilità dei pacchetti» ha detto il ministro della Salute, Maria Larsson, «si registra un aumento delle vendite illegali: ciò che è nascosto risulta più attraente di ciò che è esposto. Almeno questo abbiamo riscontrato nei paesi che hanno introdotto il divieto». Un po’ come a New York, dove il proibizionismo di Bloomberg ha fatto spuntare come funghi sui marciapiedi i pusher di sigarette sciolte e di contrabbando. Il magnate, non contento di avere proibito il fumo persino nei parchi pubblici, ha stangato il prodotto con una sovrattassa locale, che
ha portato fino a 15 dollari il prezzo di un pacchetto: più di 10 euro. Per cui i venditori di «loosies» (così si chiamano le sciolte) prosperano, e nutrono una microillegalità difficilissima da contrastare. «Il commercio delle sigarette è già oggi abbastanza circoscritto, introducendo norme ancora più restrittive si finisce col promuovere il mercato illecito» ritiene Diego Rispoli, capo
della direzione per le accise dell’Azienda dei monopoli di Stato. «Ma oggi in Italia l’accisa sul tabacco rende all’erario circa 13,7 miliardi di euro all’anno. Un gettito importante, che proviene da un mercato ormai costituito da operatori seri, con sacche di illecito minime». Se però si dovessero introdurre ulteriori restrizioni al commercio legale, rifiorirebbe quello illecito. «Le previsioni che si fanno sulla nuova direttiva comunitaria» aggiunge Rispoli «lasciano interdetti».
«Noi siamo determinati a non mollare » avverte Luigi Risso, presidente della Federazione italiana tabaccai. «Abbiamo un ufficio permanente a Bruxelles, che sta curando la mobilitazione
del 24 maggio. Contro questa deriva proibizionista solo dall’Italia abbiamo mandato 30 mila email alla Commissione e qualche segnale di ripensamento già arriva. Per noi significherebbe non lavorare più. La gente entra in tabaccheria determinata a comprare le sigarette: non poterle più esporre significa deludere il cliente, complicargli la vita. Dovremmo smantellare i distributori automatici visibili dall’esterno. Un disastro».
D’altronde, è difficile smontare le convinzioni dei fautori del no smoking. «Ogni anno» recita una scheda informativa della famosa Dg Sanco «650 mila europei muoiono prematuramente a
causa del tabagismo, più della popolazione del Lussemburgo o di Malta. E 19 mila europei muoiono di fumo passivo. Generando una perdita economica per le nostre società di oltre 100 miliardi».
Cifre impressionanti. Ma è anche vero che nel campo delle drogh e sociali tollerate solo il tabacco è sottoposto a una simile censura. «Nessuno attacca il consumo e l’abuso di alcol con la stessa severità» osserva Sacchetto, leader dei piccoli produttori. Eppure l’alcolismo è il terzo fattore di rischio sanitario europeo, dopo fumo e ipertensione, ma solo perché non si calcolano gli
effetti devastanti dell’«alcol passivo», responsabile per esempio di metà degli incidenti automobilistici.
«La ragione è semplice» polemizza Sacchetto «negli Usa il giro d’affari dei prodotti farmaceutici legati alla disintossicazione dalla nicotina o alla sostituzione della sigaretta con gadget di vario tipo ammonta già oggi a un terzo del giro d’affari delle sigarette al netto delle tasse. È chiaro a chi interessa stroncare il consumo di tabacco?».
La riforma in arrivo prevede un dettaglio particolarmente rilevante per i produttori italiani: il divieto di produrre sigarette con tabacco trattato con ingredienti. Appunto il tabacco prodotto in
Italia: Veneto, Umbria e Campania (con qualche ettaro anche in Toscana e Lazio). Essiccando all’aria e non negli essiccatori a caldo, le foglie del tabacco italiano perdono alcune componenti zuccherine che vanno reintegrate in fase di elaborazione, altrimenti il macinato risulta non lavorabile. Si chiama tabacco «burley», od orientale, e costituisce il 40 per cento delle sigarette prodotte nel mondo. Le altre usano tabacco Virginia, essiccato a caldo e non integrato con ingredienti. La direttiva medita di proibire ogni additivo per prevenire eventuali inquinamenti,
ma così uccide le produzioni di burley.
«È una norma che spazzerebbe via il posto di decine di migliaia di coltivatori» protesta Gennarino Masiello, presidente della Coldiretti Campania, «soprattutto qui e in Lazio». «Una manodopera
concentrata in aree agricole a forte specializzazione, difficili da riconvertire» rincara Oriano Gioglio, che dirige l’Unione italiana tabacco presieduta da Roberto di Bucchianico. Trentamila ettari di colture dove, secondo i dati Nomisma, circa 7 mila aziende coltivano e passano a 23 imprese di trasformazione quasi 100 mila tonnellate di foglie ogni anno.
Primo produttore europeo, sesto mondiale per valore e decimo per volume, l’Italia del tabacco è insomma ad alto rischio di stangata europea. L’ex ministro Giancarlo Galan aveva iniziato
a fare fuoco e fiamme. Bisogna vedere se si accenderà anche il suo successore, Saverio Romano.
- Martedì 24 Maggio 2011

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Commenti
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Il 24 Maggio 2011 alle 19:14 indigesto ha scritto:
Mah..il tabacco, come qualsiasi altra cosa, è dannoso quando se ne fa abuso. Considerarlo una droga solo perchè dà dipendenza è un pò troppo. Anche l’alcol dà dipendenza se usato in eccesso. Ma non c’è dietologo che non consigli una modica quantità di vino a pasto. Eppure l’uso eccessivo di questa bevanda, lasciando da parte i superalcolici, può avere effetti devastanti su chi ne abusa, e su chi può restarne indirettamente vittima.
Il fumo, si sa, dà piacere e andrebbe gustato nelle quantità e nelle occasioni giuste. La favola, poi, del fumo passivo, quando non ricorrono condizioni di concentrazioni volumetriche tali da paragonarlo ad un uso smodato ed eccessivo del fumo attivo (circostanze che raramente si verificano) fa un pò sorridere.
In ogni caso girava voce che alcuni tabacchi siano trattati con sostanze che ne incrementano la dipendenza, come pure girava voce che le multinazionali del tabacco per molto tempo abbiano “foraggiato” governi ed “addetti” per favorirne la commercializzazione. E chissà poi se una piccola parte del ricarico di tasse, praticato sistematicamente soprattutto in Italia con il solito “moralismo” d’accatto, non possa ristorare lo Stato delle spese che affronta per curare qualche bronchitella o le patologie cardiache, di cui il fumo può essere solo co-fattore. Ben altri cause sono certamente all’origine delle patologie che si vogliono imputare al fumo (anche queste ricerche “mirate” fanno un po’ sorridere) a cominciare dall’inquinamento delle nostre città. Ma l’Europa, e i suoi pagatissimi esponenti, si interessano solo di ridicolate ed alle cose serie non pongono mente. D’altronde come potrebbero?
Il 2 Giugno 2011 alle 18:27 dr.elio ha scritto:
Ci vorrebbe una Commissione d’inchiesta per indagare coloro che lottano il fumo, come le case farmaceutiche produttrici di preparati per smettere di fumare, “scenziati” che pubblicano ricerche fasulle sui danni provocati dal fumo, politici che portano avanti battaglie proibizioniste contro il fumo. Probabilmente ci sarebbe da indagare anche la malavita organizzata: Non mi meraviglierei se si scoprisse che essa finanzi le lobby antifumo per potere organizzare una loro produzione di sigarette e/o il contrabbando.
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