- Tags: amministrative 2011, centrodestra, Lega, pdl
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Il centrodestra sembra il Manchester United suonato nella finale di Champions league di calcio. E fa nulla che di fronte non ci siano né il Barcellona né Pep Guardiola: Silvio Berlusconi e Umberto Bossi escono sconfitti dalle urne come sir Alex Ferguson dal campo di Wembley. Certo, nessuno dei due rischia l’esonero. E però il deficit di colpi di genio dei leader-allenatori non copre gli errori di alcuni loro uomini. Che pure escono ammaccati dal voto, a vantaggio di altri. Evidentemente più in forma.
Denis Verdini e Ignazio La Russa. Cantare il «pareggio tecnico» dopo il primo turno è stato un errore grossolano di comunicazione politica. I risultati erano evidenti, negare la realtà li ha aggravati al secondo turno. Ma il Pdl è andato male «a prescindere». Colpa anche loro e del terzo collega coordinatore, Sandro Bondi, che si è dimesso immediatamente. Scontentando il Cavaliere ma facendo felice se stesso, la sua compagna Manuela Repetti e molta parte del partito. Per Verdini e La Russa, invece, solo un passo indietro in favore di Alfano.
I tre tenorini.
Angelino Alfano. Acclamato come il salvatore della patria, cioè del Pdl, è riuscito a fare campagna senza farsi travolgere dai risultati nefasti. Uomo del dialogo, porta con sé un’idea di partito che superi tensioni e divisioni. Sembra che verrà acclamato dalle primarie del Pdl. Auguri.
Chi va Alfano va sano e va lontano.
Renata Polverini e Gianni Alemanno. Loro sì che avevano intercettato il trend negativo. Perciò, veltronianamente, si sono posizionati dentro «ma anche» contro il partito, candidando come sindaci nel Lazio (a Sora e Terracina) un paio di loro uomini in opposizione a quelli del Pdl. Ne sono usciti sconfitti. Un risultato fin troppo scontato: in politica queste alchimie non hanno mai funzionato. Né bastano le giustificazioni di Polverini: «Abbiamo solo voluto dare un contributo al centrodestra».
Bifronti.
Giorgia Meloni e Giuseppe Scopelliti. Sono il nuovo che avanza, e non solo dentro l’area degli ex An, peraltro finita in diaspora, ma nel Pdl nazionale. Meloni ha ribattuto, sanguigna, a Polverini e Alemanno; e ha avuto ragione nella urne. In controtendenza con il dato nazionale, tranne che a Crotone, in Calabria Scopelliti ha invece vinto dappertutto, pure nella storica roccaforte rossa di Cosenza. Come ha fatto? Si è accordato con l’Udc. E chissà che il suo non serva da modello anche a Roma per Berlusconi…
Coppia di fatto.
Nicola «Nick» Cosentino e Luigi «Gigino» Cesaro. Finora, nelle urne, non ne avevano sbagliata una. E però la sconfitta di Napoli pesa eccome. Anche se, a differenza di quanto è stato scritto e detto, Gianni Lettieri non è mai stato il candidato di Cosentino bensì l’unica mediazione possibile tra i gruppi di «Nick» da un lato e Mara Carfagna e Stefano Caldoro dall’altro (poi però Carfagna e Caldoro si sono sfilati). Ed è anche vero che il Pdl a Caserta ha stravinto, confermando qui l’appeal elettorale di Cosentino, ma resta intera la responsabilità sui comuni della Provincia di Napoli, tutti politicamente riferibili a «Gigino» e tutti persi in favore dell’opposizione.
La coppia che scoppia.
Maria Stella Gelmini e Renato Brunetta. Figure parallele e convergenti, sono gli unici due ministri ad aver finora prodotto riforme riconoscibili e popolari. Linfa, insomma, per l’esecutivo berlusconiano, che vuole rilanciarsi come «governo del fare».
La strana coppia.
Roberto Formigoni. Sarebbe meglio se indossasse una camicia hawaiana in meno per concentrarsi su qualche voto in più. La sconfitta di Letizia Moratti è anche sua. In giro si è visto poco e (vestito) male. E poi, per andare a votare, meglio la maglietta di Gastone che quella con Paperino. Almeno porta fortuna.
Ego-eccentrico.
Franco Frattini. Come ministro degli Esteri non brilla di luce propria, ma ha trovato nuova energia nelle ultime vicende del partito, reclamando subito «una nuova fase» e rilanciando l’idea delle primarie, che ormai piace a tutti (o quasi) nel Pdl. a cominciare da Giancarlo Galan.
Rilanciato.
Clemente Mastella. Ha annunciato il suicidio in caso di vittoria di Luigi De Magistris. Ma poi non ha sostenuto Gianni Lettieri al ballottaggio. I conti non tornano.
Misterioso.
Francesco Pionati. Il 16 maggio la sua listarella, l’Adc, ottiene a Napoli, città nella quale si pensava andasse forte, 1061 preferenze e lo 0,25 per cento dei voti. Due giorni dopo, assente in aula alla Camera, dichiara: «Devo seguire i ballottaggi, non posso sdoppiarmi». E poi aggiunge: «Silvio mi faccia ministro: sarebbe un riconoscimento al partito che rappresento». Ecco Pionati, dunque, il più straordinario dei già fastidiosi Responsabili. Ai quali non resta che sostenere il governo. Ineleggibili a sinistra, se si tornasse a votare verrebbero spazzati via per sempre. Lo farà presente anche il Cavaliere.
Pavone gonfiato.
Daniela Santanchè. C’era una volta una donna capace di intercettare gli istinti più veraci dell’italiano medio, di assecondarli ed esaltarli. Poi però quella stessa donna l’italiano di cui sopra ha cercato di sobillarlo, arringando su zingari, moschee, magistrati brigatisti e un Giuliano Pisapia intento a portare la droga fin dentro il municipio. Ma ccà nisciuno è fesso. Nemmeno a Milano.
Esagerata.
Maurizio Gasparri e Gaetano Quagliariello. Insieme a Maurizio Lupi e Fabrizio Cicchitto, combattono da sempre in piazza e in televisione. E rappresentano un raro caso nel partito. Provenienti da culture diverse, si sono amalgamati come se fossero davvero una cosa sola. Ora, dagli spifferi di corridoio, sembra che Quagliariello possa andare in Campania e Lupi in Lombardia. A rimettere assieme i cocci. Gasparri già lo fa tutti i giorni: media tra ex An ed ex Forza Italia. Ma che fatica… I tre moschettieri.
Mario Borghezio e Roberto Cota. Il generale arretramento leghista in Piemonte, a partire da Novara, è passato inosservato. Ma un problema c’è, ed è l’icona della crisi del Carroccio. I due alfieri locali più diversi tra loro non potrebbero essere: ultrà Borghezio, moderato Cota. Ma non si può essere di lotta e di governo assieme. Soprattutto se guidi la Regione e in parte il Paese.
Gemelli diversi.
Matteo Salvini. La Lega ha una nuova stella. Classe 1973, è combattivo quando c’è da procurare i voti, puntuale se c’è da reclamare col Pdl, furbo nel rifiutare l’investitura (superflua) a vicesindaco di Milano.
Si Salvini chi può.
Roberto Castelli, Roberto Maroni, Roberto Calderoli. Castelli è stato il candidato vicesindaco di Milano per 48 ore, pensando forse di poter scavalcare Salvini. Maroni ha sponsorizzato la corsa solitaria della Lega a Gallarate, e la Lega è uscita al primo turno, salvo poi far vincere il Pd al secondo. Calderoli ha prodotto una serie impressionanti di pasticci in campagna elettorale, dal trasferimento dei ministeri al nord alla presidenza della Repubblica spostata a Milano. Intanto hanno però sfrattato (anche) la Lega da Milano…
Il bello, il brutto e il cattivo.
Giulio Tremonti. È il re degli ignavi di questo giro elettorale. Ne esce dunque senza infamia e senza lode, come molti altri d’altronde. Solo che lui nel governo ha in mano la cassa, e la tiene ben stretta (vedere anche l’opinione di Oscar Giannino a pag. 73). Berlusconi ora vorrebbe aprire i cordoni della borsa («Non è Tremonti che decide. Lui propone»), magari per assegnarla a una cabina di regia utile a riconquistare elettoralmente il Paese. È un’idea che confligge con quella di Tremonti. Che il Paese vuole conquistarlo per sé e per i suoi. Ma, dice, non in opposizione al Cavaliere. A meno che non lo mettano con le spalle al muro, «altvimenti mi avvabbio davvevo»: par di sentirlo.
Controverso.
- Venerdì 3 Giugno 2011

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Commenti
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Il 3 Giugno 2011 alle 16:56 micuomo ha scritto:
Il BUONO:Berlusconi………IL BELLO:FRATTINI……..IL BRAVO:TREMONTI…….degli altri ……….niente ci importa!micuomo
Il 3 Giugno 2011 alle 18:58 pv21 ha scritto:
Replay >
Era il 1994 quando la Zanicchi suggeriva di “provare a far governare” l’imprenditore Berlusconi. Già allora confidava che se non entrava in politica lo mandavano in galera e lo facevano fallire.
Passati 17 anni Berlusconi continua a denunciare come “patologia” della democrazia la “persecuzione” di quei magistrati che tentano di “toglierlo” dalla scena politica e di “aggredirlo” nel patrimonio.
Con la discesa in campo Berlusconi prometteva di “cambiare” il paese. Prometteva un paese più prospero e libero dalle regole e dai “comunisti”.
Dopo 17 anni Berlusconi continua a lamentare di essere un Premier “imprigionato” da vecchie leggi e di non aver mai deciso nulla neppure “nel partito”.
Continua a vedere “comunisti” dappertutto, anche quando sono gli imprenditori a sfilare in corteo.
Un replay diventato “ossessivo” quanto i toni di un DOSSIER ARROGANZA …
http://www.vogliandare.it/nat/.....sd1.html
Il 3 Giugno 2011 alle 20:18 Centrodestra: chi sale e chi scende dopo la sberla | Notizie Più ha scritto:
[...] the original post: Centrodestra: chi sale e chi scende dopo la sberla Segnala presso: Articoli CorrelatiOsvaldo Napoli (Pdl): “Serve una riflessione sul voto, ma [...]
Il 4 Giugno 2011 alle 17:43 foxgreen ha scritto:
Quando si è ministri del governo bisogna sempre ricordare da dove si viene e come abbiamo fatto ad arrivare.
Il 7 Giugno 2011 alle 15:00 gratis ha scritto:
Di tutti i menzionati toglierei subito dall’elenco: Ignazio La Russa, Frattini, Bondi, Renata Polverini, Alemanno, Maroni, Mastella, i suddetti sono solo un disastro annunciato, appena si muovono o parlano fanno solo che danni.
Mentre: Formigoni, Brunetta e Calderoli li terrei solo di riserva solo perché non ci sono altri.
Gli unici promossi a pieni voti direi: Maurizio Lupi, Maria Stella Gelmini, Matteo Salvini, Giulio Tremonti, Angelino Alfano, Roberto Castelli, Maurizio Gasparri, Daniela Santanchè, hanno operato bene anche se non sono andati oltre ciò che i due capi politici Berlusconi e Bossi hanno permesso loro di fare.
Per gli altri è troppo presto per dire, visto che di loro non si sa esattamente cosa abbiano fatto di valido.
Da rimproverare sono proprio Berlusconi e Bossi che hanno agito contro le loro stesse promesse elettorali, dandosi a giochetti politici inutili o a dichiarazioni di guerra controproducenti d’altronde del tutto inesistenti o riducibili a poca cosa, invece di limitarsi a fare fatti e realizzare le promesse elettorali.
Infine devono comunicare con i loro elettori, facendo sapere cosa stanno facendo o cosa vogliono fare nella maniera più chiara possibile e non fare come gli pare senza spiegare un accidente a nessuno.
Solo il programma elettorale possono realizzarlo senza spiegazioni di sorta e senza fare dichiarazioni che quando le cose sono state realizzate, e non prima creandosi da soli inciampi e ostacoli creatigli da chi li vuole bloccare.
Speriamo che si sveglino, ma già dalle prime mosse sembra che non abbiano capito un bel niente della sconfitta elettorale e il tempo per rimediare ormai è agli sgoccioli.
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