Damiano Iovino
L’ho votato con il naso turato. Sembra capitato lì per caso: o ci darà sorprese straordinarie o ci pentiremo». La signora della Milano bene, che tiene al suo anonimato, confessa di avere votato per Giuliano Pisapia al ballottaggio rispolverando la frase storica con la quale Indro Montanelli nel 1976 invitò gli italiani a votare per la Dc. Più severo il marito, sempre anonimo, che dal suo nobile palazzo spiega: «Ho votato Pisapia, e tanti come me lo hanno fatto, perché Silvio Berlusconi ha presentato le elezioni a Milano come un referendum sulla sua politica, e noi abbiamo colto l’occasione per dargli una bordata».
La Milano borghese ha bocciato il suo candidato naturale, Letizia Moratti, e la sua campagna elettorale dai toni strillati. Ma forse nei palazzi che contano è arrivato anche l’effetto della saga del «bunga bunga», alimentato dalle rivelazioni della procura di Milano. Potere e sesso vanno a spasso insieme, ma la Milano formalmente calvinista non ama sentirne parlare. Comunque, negli ultimi giorni prima del ballottaggio molte telefonate sono corse per convincere chi non aveva votato Moratti al primo turno. Qualcuno ha raccolto l’appello, convinto che Pisapia non abbia le capacità per guidare Milano, ma non è bastato a cambiare il risultato finale: il 55,1 per cento al candidato del centrosinistra, il 44,9 a Moratti.
Una spinta forse decisiva per Pisapia è giunta dal «Comitato oltre il 51%» guidato da Piero Bassetti, il primo presidente della Regione Lombardia dal 1970 al 1974, esponente storico dell’area sociale della Dc, che ha riunito oltre 200 esponenti della borghesia milanese moderata. Tra i firmatari anche due ex avvocati di Berlusconi: Ennio Amodio, legato da antica amicizia a Giandomenico Pisapia, padre di Giuliano e del nuovo Codice di procedura penale, e Vittorio Dotti, deputato di Forza Italia fino a quando la sua compagna Stefania Ariosto non diventò la teste Omega delle inchieste milanesi. Ma anche personaggi come l’avvocato Lodovico Isolabella, «monarchico e cattolico», che ha votato Pisapia perché sa «che non è condizionato né condizionabile» e ritiene che sia «capace di costruire nuove aggregazioni». Non mancano gli economisti: dai banchieri Alessandro Profumo e Piero Schlesinger al guru della finanza Guido Roberto Vitale e al suo omonimo Marco Vitale, ex assessore al Bilancio col leghista Marco Formentini, convinto che «il voto borghese sia stato più contro Letizia Moratti, per come ha gestito male la città, che per Pisapia», sul quale esprime qualche perplessità in attesa delle prime mosse.
Bassetti invece pensa che «la borghesia milanese ha deciso di puntare su Pisapia quando ha capito che può costruire un’alternativa». «Ci siamo schierati perché non ha cavalcato una coalizione formata dai ferri vecchi dei partiti o dai gruppi sociali, ma si è messo al servizio di una convergenza di forze che avevano una proposta» spiega il vecchio leader dc. «Abbiamo fatto fuori Letizia in letizia, non c’è stato dramma» ironizza Bassetti, che pure dà a questa vittoria della sinistra un valore di nuova «liberazione di Milano, dopo quella del 25 aprile 1945». Non solo: «Milano con questo voto si riconquista il ruolo di capitale morale» perché secondo lui «nel bene e nel male, ha sempre segnato il cambiamento nel Paese: da qui sono partiti la marcia su Roma, il centrosinistra, Berlusconi e Mani pulite».
E, a proposito dell’inchiesta che negli anni Novanta spazzò via la Prima repubblica e il Psi, la campagna di Pisapia ha visto il ritorno in campo di molti socialisti milanesi: da Guido Aghina, assessore nelle giunte socialiste, a Stefano Rolando, direttore generale di Palazzo Chigi dal 1985 al 1995, a Mario Artali, oggi vicepresidente della Bpm. «La candidatura di Giuliano è stata mitterrandiana, perché ha saputo unire la sinistra con la destra riformista» ricorda Franco D’Alfonso, segretario del Club socialista Porto Franco e coordinatore della Lista civica per Pisapia che, ci tiene a sottolineare, «non è una lista socialista sotto mentite spoglie, anche se molti di noi hanno quelle radici. La sinistra a Milano non ha mai avuto il 51 per cento e ha sempre governato grazie all’alleanza con la borghesia illuminata».
«C’è un pezzo di alta borghesia che comincia a pensare alla fine di una fase e sta studiando come ricollocarsi» spiega Artali, che ha alle spalle anni di politica e importanti incarichi da manager. «Pisapia ha avuto la fortuna di interpretare al meglio questo momento. E la sua vittoria segna la riapertura di un confronto democratico serio nel Paese. Chi ha capacità tesserà la tela».
Ne sarà capace il nuovo sindaco? L’avvocato Augusto Bianchi, che ha firmato con più di 200 colleghi un appello a votare Pisapia, ricorda che «Giuliano ha mostrato una grande disponibilità ad ascoltare. Ai protagonismi degli altri ha saputo reagire tenendo chiusa la bocca e aperte le orecchie». Una «gentilezza» che gli è valsa l’apprezzamento del finanziere Francesco Micheli; di Dario Rivolta, che è stato tra i fondatori di Forza Italia ma ritiene «Pisapia persona disinteressata e animata da un evidente impegno civico»; di Cesare Romiti, che lo ha definito «il prototipo del moderato»; e di Massimo Moratti. Stretto tra la moglie Milly, impegnata a sinistra, e la cognata Letizia, il presidente dell’Inter ha riconosciuto che «a Milano c’è voglia di cambiamento e con Pisapia la città volta pagina».
«Mi ha convinta che rappresenterà una rottura con il passato» afferma l’imprenditrice del settore ambientale Bibiana Ferrari «perché mi è sembrato lontano dalla casta intoccabile dei nostri politici». Ora tocca a questo 62enne, che non urla mai e ama Paperoga, il cugino geniale ma disordinato di Paperino, convincere la borghesia milanese di non avere sbagliato cavallo.
- Lunedì 6 Giugno 2011

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