Lobbying: in Italia si fa, ma non si dice

Una immagine di scena del film " Thank you for smoking " , diretto da Jason Reitman. ''C'e' Attila, Gengis Khan... e io''. Si presenta cosi' Nick Naylor (intepretato da un brillante Aaron Eckhart), suadente e brillante portavoce a Washington della Big Tobacco, gruppo di pressione (le cosiddette 'lobby') creato dai produttori di sigarette (ANSA)

Una immagine di scena del film "Thank you for smoking ", diretto da Jason Reitman. Si presenta così Nick Naylor (intepretato da un brillante Aaron Eckhart), suadente e brillante portavoce a Washington della Big Tobacco, gruppo di pressione creato dai produttori di sigarette (ANSA)

Dici lobby e in Italia pensi subito a una tresca tra poteri forti e loschi affaristi, alla massoneria, a uomini che operano nell’ombra per inquinare la vita democratica del Paese. Difficile negarlo: siamo il Paese dei complotti e dei segreti, anche quando non ci sono. Come nei normali rapporti tra gruppi di interesse e politica, tornati alla ribalta nell’inchiesta sulla P4 che vede al centro delle indagini un personaggio come Luigi Bisignani. Perché non è banale, per capire qualcosa dell’intera vicenda, chiedersi quale sia in realtà il suo mestiere: un lobbista, un uomo d’affari o un losco faccendiere?

Difficile dirlo, visto che in un’Italia che affoga nella melma dei sospetti e dei complotti spesso i termini sono sinonimi. Ma la differenza, invece, è sostanziale. Prendiamo la stampa di casa nostra in questi giorni: per quella di centrodestra Bisignani è addirittura il «lobbista perfetto nel Paese sbagliato», come ha scritto giorni fa l’Occidentale, perché l’Italia ha il vizio di demonizzare le lobby; per quella vicina all’opposizione, l’ex giornalista e direttore delle pubbliche realzioni del Gruppo Ferruzzi era, manco a dirlo, l’uomo che lontano dai riflettori «tesseva trame in tutti i palazzi» (copyright Repubblica). Chi ha ragione? Staremo a vedere l’esito delle indagini (il gip ha cassato la maggior parte dei capi d’accusa ipotizzati dai pm della procura di Napoli) e come andrà a finire, se mai ci sarà, il processo.

Intanto dall’intera vicenda mediatico - giudiziaria è emerso, se non altro, un aspetto positivo. Ossia il dibattito sull’attività e sul mestiere del lobbista (per farsi un’idea leggere qui e qui). Che in Italia non è ancora regolamentato, anche se in Parlamento giacciono da anni proposte di legge per portare alla luce del sole l’attività lobbistica, come ha fatto notare il Chiostro, un’associazione che vuol promuovere «la cultura, la pratica e la regolamentazione della trasparenza nella rappresentanza degli interessi». Proposte che sono state presentate sia dai governi di centrosinistra (Prodi) sia di centrodestra, ma che sono finite sempre nel cassetto. E pensare che i rapporti tra i gruppi di pressione e i partiti non sono una novità, come nel caso di Coldiretti e la Dc o delle cooperative rosse con il Pci e i suoi eredi.

Ma chi sono e dove lavorano i lobbisti italiani? Spesso, spiega in un intervento Fabio Bistoncini, titolare di uno studio di lobby e advocacy fondato nel 1996, come interni nelle grandi aziende o come addetti alle pubbliche relazioni. Poi ci sono i cani sciolti (tipo Bisignani?) molto attivi nell’attività di dossieraggio e ricatti, ma anche gli one man show, seri professionisti che offrono ai clienti la propria agenda di contatti. Negli ultimi anni, inoltre, sono nati diversi master all’università sull’attività di lobbying, un settore che stando al Sole 24 ore, impiega 1.500 persone con un giro d’affari di 150 milioni di euro, realizzato prevalentemente a Roma. Tra questi, l’ex dalemiano Claudio Velardi, fondatore di Reti, importante società di lobbying che ha sede, tra l’altro, a Palazzo Grazioli. Insomma, in Italia lobbista si è ma spesso non si dice. E quando lo si dice, gli altri raramente capiscono.

Commenti

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Il 22 Giugno 2011 alle 19:29 Lobbying: in Italia si fa, ma non si dice | Notizie Più ha scritto:

[...] the article here: Lobbying: in Italia si fa, ma non si dice Segnala presso: Articoli CorrelatiL’appello di Rondolino: sinistra, liberati [...]

Il 23 Giugno 2011 alle 16:47 indigesto ha scritto:

Per quanto non ci siano tutte le premesse, se in Italia ci fermassimo alle “Lobbies” il danno che ne deriva al Paese sarebbe contenuto. Ma, in assenza di vera concorrenza, gruppi di potere e di pressione, industriali e non, non possono che agire nell’ombra per orientare interessi specifici (e personali) nella politica e nell’affarismo, nonchè flussi di danaro pubblico, molto spesso anche a vantaggio di stati e potentati economici stranieri. Resta evidente che tuttociò ha bisogno di organizzazioni che servano allo scopo ed esercitino attente regie a mezzo delle capacità e delle relazioni di poche persone: quelle stesse che con un benevolo eufemismo continuiamo a chiamare “faccendieri”!

Il 29 Giugno 2011 alle 17:49 Il Chiostro | Lobbismo e pregiudizio ha scritto:

[...] 2011-06-22 Panorama.it [...]

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