

Ex presidente della Camera in quota Lega neghli anni 90, Irene Pivetti appare così durante una trasmissione tv
Era l’8 maggio 1996. Mentre Romano Prodi si accingeva a giurare da premier, Irene Pivetti e Carlo Scognamiglio dovevano mestamente scendere dalla prestigiosissima «cadrega» su cui erano stati precedentemente issati. Due anni prima, l’ex leghista era stata eletta presidente della Camera, ad appena 31 anni. La più giovane di sempre. L’economista, nell’aprile 1994, aveva sconfitto invece per un voto Giovanni Spadolini, diventando presidente del Senato a 49 anni. Pure lui, il più giovane di sempre. A 15 anni dal loro addio, lo Stato non ne ha dimenticato i servigi. Appena 752 giorni ai vertici di Montecitorio e Palazzo Madama sono valsi a Pivetti e Scognamiglio eterna riconoscenza: auto a disposizione, segretarie, uffici nei palazzi più belli della capitale e un bel numero di viaggetti spesati.
Presidenti per sempre, in saecula saeculorum: della Camera, del Senato o della Corte costituzionale. Anche decenni dopo l’abbandono i papaveri delle istituzioni italiane rimangono appollaiati ai loro privilegi come poiane. A dileggio di ogni crisi. Di ogni accorata invocazione agli stringimenti di cinghia. Si stritolino pure la pancia, i poveracci. Chi dovrebbe dare l’esempio sta benone così.
«Ho un ufficio?» domanda retorica e alterata Pivetti. «E va bene, ho un ufficio e una segretaria. Ammazzatemi, allora» conclude drammaticamente. E’ lunedì pomeriggio: lei risponde al telefono dal suo studio. Uscita dal Parlamento 10 anni fa, dopo una parentesi da conduttrice televisiva si è ributtata nella mischia: assessore alla Piena occupazione a Berceto, nel Parmense, paesino di 2.292 anime noto per il più alto indebitamento d’Italia e il gemellaggio con la tribù indiana dei Lakota. «L’unico mio errore è stato quello di fare tutto onestamente» lamenta Pivetti. «Se mi facevo piazzare alla guida di qualche ente avrei avuto quello che volevo. Potevo fare le corna dal finestrino, invece mi devo guadagnare il pane». Nel 2013, compiuti i 50 anni, a renderle più lieve l’esistenza arriverà la pensione da ex parlamentare: almeno 6 mila euro lordi al mese per nove anni di onorato servizio.
Per il resto, riverita a vita. Meglio di chi fu premier. «Macchine?» risponde Manlio Strano, segretario generale della presidenza del Consiglio. «Non le hanno più dal 1992» ridacchia. Altri benefit? «Nessuno». Chi ha occupato lo scranno più alto di Montecitorio invece fa maramao a tutti. Ingrao Pietro, 96 primavere, 44 da deputato e 9.947 euro di pensione al mese, uscito dal Parlamento nel 1992. Violante Luciano, uguale vitalizio accompagnato da «un assegno di solidarietà», la volgare buonuscita, da 271 mila euro, ha abbandonato la politica attiva nel 2008. Casini Pier Ferdinando, leader dell’Udc, ancora nell’agone. E Bertinotti Fausto, ex leader di Rifondazione comunista, costretto all’abbandono tre anni fa causa penuria di consensi. Al «parolaio rosso», da ultimo ex, spetta pure l’onore di presiedere la Fondazione Camera dei deputati: «Un giocattolo inventato da Casini nel 2003, che ci costa 2 milioni di euro all’anno» dice sulfureo Amedeo Laboccetta, esuberante parlamentare del Pdl. «Ha un unico scopo: far rimanere gli ex nel circuito» chiosa l’onorevole napoletano.
Ingeneroso… La fondazione, illumina il sito, si adopera per «una più ampia conoscenza e divulgazione dell’attività»: libri dalle ottocentesche rilegature, dvd e cd rom. «Tutte cose che la Camera potrebbe svolgere direttamente senza dovere ricorrere a questa entità» ha scritto Laboccetta a Gianfranco Fini, presidente della Camera, invocando «immediato scioglimento» dell’ente. Che per il momento vive e prospera, sotto la guida di Bertinotti.
Alla fondazione lavorano quattro dipendenti e un caposervizio della Camera: i loro uffici occupano il secondo piano del Palazzo Theodoli-Bianchelli, alle spalle di Montecitorio. Il piano superiore è invece il regno di Bertinotti. Che dispone di altri tre collaboratori personali. Ricapitolando: auto blu, uffici di rappresentanza, una decina di collaboratori, robusto vitalizio. L’ex segretario di Rifondazione un privilegiato? Lui risponde filosoficamente: «Se si ritiene che persone come me possano essere utili, va bene. Altrimenti mi metto da parte senza problemi». Via i collaboratori? «Facciano loro». E la sua pensione quanto è cospicua? «La prego» replica infastidito esaltando la sua celebre erre arrotata «non mi domandi di queste materialità». Materialità che al momento non disdegna. Lo scorso agosto lo hanno pizzicato con la moglie a Bordighera, Ponente ligure. Loro in spiaggia. E l’auto blu in sosta vietata, davanti allo stabilimento balneare.
Macchina, uffici e segretarie anche per gli ex presidenti del Senato: Carlo Scognamiglio, Nicola Mancino, Marcello Pera e Franco Marini. Dieci anni dopo la sua ultima seduta da senatore, Scognamiglio, 66 anni, 6.590 euro di pensione al mese, insegna economia a tempo pieno. I benefici della sua parentesi presidenziale, dal 1994 al 1996, resistono però a tempo e usura. Segreteria di Roma: «Il professore non c’è». Segreteria di Milano: «Il professore è in vacanza». Pronto e baldanzoso è invece Marini, 78 anni. Il «lupo marsicano», senatore del Pd, sta per entrare in aula: «C’è molta demagogia» premette «ma se ci sono squilibri con i colleghi europei vanno appianati». Marini dispone di due ampie stanze a Palazzo Giustiniani, sei collaboratori (tre part-time) e l’auto blu con autista. Ma si mostra bendisposto: «Se il Paese stringe la cinghia, pure gli ex presidenti devono farlo».
Mancino condivide: «I costi della politica sono un problema. Li dobbiamo affrontare». Pera esplode: «Benissimo, mi tolgano tutto! Pure la pensione, se credono». Provoca, Pera. «È partita una caccia all’untore, di manzoniana memoria, pericolosissima!». Cannoneggia su Giulio Tremonti, ministro dell’Economia e novello alfiere dell’anticasta: «Siamo un falso bersaglio, individuato da un palese incapace. Anch’io, diplomato in ragioneria, posso tagliare la spesa come fa Tremonti».
Oltre che ai vecchi dioscuri della politica, laute prebende vengono però assicurate anche agli ex giudici costituzionali. Ventiquattro illustrissimi giuristi a cui, vita natural durante, vengono garantiti: auto blu con chauffeur sempre a disposizione, cellulare, 12 viaggi aerei all’anno, biglietti ferroviari e pedaggi autostradali. E una pensione stratosferica: 250 mila euro in media all’anno. Troppa grazia anche per i beneficiari. Empatico Antonio Baldassarre, giudice costituzionale per nove anni (e brevemente presidente della Consulta): «I nostri benefici non sono più giustificabili. La gente non arriva a fine mese…». Illuminante Valerio Onida, in carica dal 1996 al 2005: «La macchina la tengo a Roma, dove vado un paio di volte al mese». Fanno una ventina di giorni all’anno, più o meno. Ma vuoi mettere la soddisfazione di tutti gli italiani, che non vedranno mai un emerito chiamare il taxi?
- Martedì 5 Luglio 2011
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Commenti
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Il 5 Luglio 2011 alle 16:38 micuomo ha scritto:
MOLTO MOLTO MOLTO bene……..un precedente presidente degli USA..tale JFK….. neanche ritirava lo stipendio….siamo negli USA,non in ITALIA.BENE BENE BENE
Il 7 Dicembre 2011 alle 17:12 Conflitti d’interessi, privilegi e buoni esempi | DestraLab ha scritto:
[...] godere, dopo la cessazione della carica gli ex presidenti di Camera, Senato e Corte Costituzionale? Presidenti per sempre, in saecula saeculorum. Perché nessuno parla dell’indennità supplementare che continuano a ricevere tutti i [...]
Il 3 Gennaio 2012 alle 15:40 E’ comunque evidente | DestraLab ha scritto:
[...] a quanto pare vengono trattati altrettanto bene, se non decisamente meglio. E i loro Presidenti, come quelli di Camera e Senato, godono a vita di alcuni privilegi. Non proprio paragonabili al basso costo del caffè alla [...]
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