

di Laura Maragnani
Il primo segnale era stato piccolo così. Una battuta da niente, eppure ferocissima: «Massimo D’Alema è ormai un patrimonio dell’Unesco» lo definì Pippo Civati, consigliere regionale pd in Lombardia, 35 anni, leader dei «rottamatori» insieme con il sindaco di Firenze Matteo Renzi. Era l’estate 2010 ed era di gran moda dire che bisognava mandarli tutti a casa, «questi tristi leader del Partito democratico» (copyright Renzi). L’Unesco è un’immagine che richiamava un vecchio rudere cadente, un nonnino universale in sedia a dondolo. Buono. Inoffensivo. Proprio lui, il cattivissimo che da quarant’anni fa il bello e il cattivo tempo nella sinistra italiana? Che negli anni Settanta era già segretario della Federazione giovanile comunista e che oggi, a 62 anni, è ancora sulla breccia come presidente del Copasir, il Comitato parlamentare di controllo sui servizi segreti, e uomo forte del Pd? Ma non scherziamo…
Anche il secondo segnale è stato piccolo. Così piccolo e così silenzioso che in pochi se ne sono accorti. Molto silenzioso. Troppo silenzioso. Un grandissimo silenzio ha infatti accompagnato le ultime inchieste giudiziarie dove D’Alema è stato, più o meno direttamente, chiamato in causa. I suoi rapporti con Luigi Bisignani. I voli aerei gratis. I legami dei suoi ex compagni di barca con il mondo della cosiddetta P4. Ebbene, sarà pure un patrimonio dell’Unesco, Massimo D’Alema, ma sono stati praticamente zero i comunicati di solidarietà in suo favore. Poche le voci, anche nel suo stesso partito, che si sono levate a difenderlo quando Marco Travaglio sul Fatto quotidiano lo ha preso di petto: «È dai tempi di Mani pulite che, ogni volta che scoppia uno scandalo, salta fuori il suo nome o quello di un suo amico». Mentre il pezzo di prima pagina era su Enrico Berlinguer e sulla questione morale: dimenticata. Uno schiaffo.
Silenzio, dunque, o quasi. Nel centrosinistra sulla vicenda c’è disagio, anche se molti assistono agli imbarazzi giudiziari di «Baffino» con un certo gusto. Perché D’Alema è D’Alema, e col suo carattere spigoloso, coi suoi modi sprezzanti, di nemici in quarant’anni se ne è fatti tanti. Forse troppi. Come il famoso titolare della tessera numero uno del Pd, l’editore di Repubblica Carlo De Benedetti, con cui nel 2010 ci fu uno scambio al vetriolo. Nel libro Guzzanti vs De Benedetti (Aliberti) l’Ingegnere aveva osato criticare D’Alema per avere fatto solo politica nella sua vita. E peggio ancora: «Coi suoi comportamenti ammazza il Pd» disse De Benedetti. D’Alema gli diede del «Berlusconi di serie B»; De Benedetti gli rispose definendolo «un problema umano». Fine dei rapporti.
Ma Massimo D’Alema da Gallipoli non è solo un brutto carattere. È anche un sistema di potere, una rete di rapporti che dalla politica arriva alle scalate bancarie, dalla sanità pugliese alle autostrade toscane. E che suscita molti dubbi pure a sinistra. Non c’è solo Travaglio, anche Beppe Grillo lo critica da anni. E se un tempo era soprattutto il settimanale Diario a monitorare le sue gesta, oggi sulle operazioni del circuito dalemiano ci sono interi capitoli di libri: da Compagni che sbagliano di Gianni Barbacetto (Il Saggiatore) a Il caso Genchi di Edoardo Montolli (Aliberti), passando per Fratelli d’Italia di Ferruccio Pinotti (Rizzoli). C’è bisogno di dire che autori ed editori tengono ovviamente d’occhio la cronaca di questi giorni con golosa soddisfazione?
Non sono gli unici. Perché D’Alema è come Silvio Berlusconi e Umberto Bossi: «vecchio», gridava la prima copertina di The Week, il settimanale dedicato agli «italiani nati dopo il 1970» e diretto da Mario Adinolfi, pd anche lui ma vent’anni più giovane di Baffino. Ecco: «D’Alema impersona un problema serio per il Pd» teorizza addirittura Adinolfi, in singolare consonanza di vedute con De Benedetti. «Ha sempre e solo fatto politica per tutta la vita: il segretario di partito, il premier, il ministro degli Esteri. È in Parlamento da sette legislature. Era premier negli anni Novanta, quando i leader planetari si chiamavano Bill Clinton, Tony Blair, Gerhard Schröder, Lionel Jospin… Ora tutti questi fanno un altro lavoro. Solo D’Alema fa ancora politica. Ma è credibile?».
Domanda pleonastica. C’è un intero mondo nel Partito democratico che ormai si propone di «uccidere i padri», e che in D’Alema, come nei vari Pier Luigi Bersani, Walter Veltroni, Rosy Bindi e Dario Franceschini, vede il simbolo di una politica che ha strozzato il ricambio e fatto ampiamente il suo tempo. Una politica «ombelicale, introversa e che non parla più a nessuno» come dice Civati, fresco autore di un Manifesto del partito dei giovani (Melampo). I giovani pd si chiamano Generazione U («U» come Un solo partito), i Mille, i Rottamatori. Ci sono quelli di Prossima Italia che si sono riuniti lo scorso novembre alla stazione Leopolda di Firenze e da allora hanno girato mezzo Paese, incrociandosi con altri gruppi ed esperienze, dal Popolo viola agli Arancione per Pisapia. Ci sono le neonate Officine democratiche di Firenze (8 luglio); c’è l’appuntamento (dal 15 al 17 luglio) con Change, ad Acquapendente (Viterbo), per discutere di cambiamento con Ivan Scalfarotto, Jean-Leonard Touadi, Andrea Sarubbi, Claudio Camarca, Luca Sofri, Delia Vaccarello e la nuova star Concita De Gregorio, appena giubilata dall’Unità. Seguirà il campeggio democratico di Albinea (Reggio Emilia, 22-24 luglio), che l’anno scorso aveva per tema «Andiamo oltre» e quest’anno «Ancora oltre».
Oltre D’Alema? Sì, ma non solo. Anche «il tradizionale derby tra dalemiani e veltroniani alla fine addormenta tutti» sostiene Renzi. Morale? «Se D’Alema va a casa ce ne faremo una ragione».
D’Alema non è andato a casa, come si sa; ma alla presidenza del Copasir. Il suo candidato, Pier Luigi Bersani, ha vinto le primarie ed è diventato segretario del Pd. Il biografo di Bersani, Claudio Sardo, è appena diventato direttore dell’Unità al posto di De Gregorio, e al suo fianco siede l’ex direttore della dalemiana Red tv, Francesco Cundari. Sul sito dell’Unità già sono cominciati ad arrivare simpatici commenti come «W il vecchio, W gli inciuci, W il tatticismo tanto caro a D’Alema. Spezzare il vento del cambiamento, questo vogliono le mummie del Pd». Allegria.
Quanto alle scaramucce coi veltroniani, sono andate velenosamente avanti fino all’ultima faida, quella sui referendum elettorali: pro Mattarellum per Walter Veltroni, con l’appoggio di Italia dei valori e Sinistra e libertà, e pro maggioritario per i dalemiani (con la simpatia di Rifondazione comunista). Facile indovinare, a questo punto, chi altri stia godendo silenziosamente nel leggere le cronache giudiziarie: Antonio Di Pietro, che ha rischiato di vedersi negare l’apparentamento col Pd bersaniano, e Nichi Vendola, che con D’Alema ha qualche ruggine dai tempi delle primarie in Puglia. Si raccolgono infine scommesse su Veltroni: potrebbe essere molto dispiaciuto. Ma, più probabilmente, anche no.
- Martedì 19 Luglio 2011
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