di Frank Cimini*
Ma se le accuse si dimostrassero fondate, che cosa può avere spinto gli esponenti della sinistra oggi nel mirino a mantenere in piedi il meccanismo dei finanziamenti come se Mani pulite non fosse mai esistita? Che cosa può avere fatto loro credere che l’avrebbero comunque fatta franca? Forse proprio l’esperienza della prima Tangentopoli e le indulgenze che la magistratura milanese ritenne di dovere applicare a Primo Greganti e Achille Occhetto, storici antenati di Penati e Bersani.
Se si torna con la memoria a quegli anni ci si rende facilmente conto che il buco nero di Mani pulite è rappresentato non tanto dalle indagini fatte e come, ma da quelle non eseguite fino in fondo a causa della necessità – secondo l’impostazione del mitico pool coordinato da Francesco Saverio Borrelli – di avere una sponda dentro il palazzo della politica in modo da evitare che l’eventuale coinvolgimento di tutti i partiti portasse a un’amnistia destinata a vanificare tutto il lavoro investigativo. A livello politico a beneficiarne fu il Pci-Pds. Punto centrale dell’intera vicenda fu nel 1993 la decisione del gip storico dell’inchiesta Italo Ghitti di rigettare per ben due volte la richiesta di archiviare le accuse a carico dell’allora tesoriere del partito Marcello Stefanini, ordinando nuove indagini in 12 punti che non furono eseguite, al di là di una folkloristica rogatoria a Berlino quattro anni dopo la caduta del Muro.
Ghitti fece un elenco lungo. Chiese, al punto A (e le sue «tirate d’orecchie» arrivarono sino alla lettera N) di «accertare se Stefanini Marcello o qualche altro funzionario della tesoreria Pci/Pds avesse nel 1990 e 1991 la disponibilità del conto corrente 132316 presso Sbs di Chiasso; in caso negativo, accertare chi ne avesse la disponibilità effettiva nel 1990 e 1991». Su quel conto, secondo indiscrezioni, erano transitati 1 miliardo e 50 milioni arrivati dalla Germania Est sul conto «Gabbietta» di Primo Greganti, più altri 100 milioni.
Nei punti immediatamente successivi, Ghitti indicava di proseguire gli accertamenti su Primo Greganti: conti correnti suoi, delle aziende, della famiglia, patrimonio immobiliare suo, delle sue società, della sua famiglia. Voleva sapere se da questi conti ci fosse stato un movimento di denaro a favore di Stefanini, o di manifestazioni del partito, o di società di cui il partito deteneva o detiene quote di maggioranza. Indagini non eseguite.
Al punto G, Ghitti chiedeva di accertare «quali contributi siano stati erogati dalla Forni impianti industriali ingegner De Bartolomeis spa in ciascuno degli anni decorrenti dal 1988 a oggi, in via ufficiale e occulta, alla tesoreria del Pci/Pds». Seguivano altre richieste di accertamenti per società di Greganti o per altre ancora, e infine la ricostruzione minuziosa dell’acquisto, da parte del compagno G, dell’appartamento di via Tirso a Roma, dove da due anni si era trasferito con la famiglia. A questo punto, dopo un simile cannoneggiamento Ghitti ipotizzava che il pool fosse stato sul fronte Pci/Pds molto meno efficiente di quanto accaduto nei confronti, per esempio, dei socialisti. Tra i 12 punti da approfondire figurava la società Maritalia in rapporto con Greganti, comparsa anni dopo tra le carte del dossier Mitrokhin.
Dopo la primavera, l’autunno. Il pool ribadì la richiesta di archiviazione. Ghitti rigettò per la seconda volta. Il pool dei pm fece in sostanza finta di niente. Accadde che il giudice fu candidato ed eletto al Csm. La pratica passò a una collega che archiviò, come è spesso accaduto nella storia giudiziaria. Nel senso che, se una procura tiene il punto e decide che le indagini non le fa, non c’è verso di schiodarla. A Milano è accaduta in anni recenti una vicenda clamorosa, quella del piccolo aereo finito contro il Pirellone nel 2002. Il gip indicò i punti sui quali indagare, con i nomi delle persone da iscrivere nell’apposito registro; in aula il pm replicò papale papale che non avrebbe fatto nulla di tutto ciò. Il giudice andò in maternità, subentrò un collega che archiviò.
Insomma, il pool era forte di una prassi. Ma sarebbe sbagliato, anche a 20 anni dai fatti, pensare che solo il Pci-Pds beneficiò della logica dei due pesi e due misure. L’elenco è lungo. Basta ricordare la Mediobanca che si era pappata la Montedison con le parole dell’avvocato Giuliano Spazzali al teleprocesso contro Sergio Cusani: «Se il dottor Di Pietro decidesse di farsi una passeggiata in via Filodrammatici lo accompagnerei volentieri». La Fiat «graziata» dopo che Cesare Romiti aveva presentato un elenco di mazzette pagate pieno di lacune. In una riunione con i legali del gruppo nell’ufficio del procuratore capo Borrelli si decise non solo di non chiedere la custodia cautelare per il pericolo di inquinamento delle prove ma di non indagare più. Lo stesso accadde per Carlo De Benedetti, altro imprenditore dalla memoria corta.
L’indagine rispondeva a criteri politici, non nel senso delle «toghe rosse», ma del consenso da ricercare anche tramite i giornali di cui erano editori molti indagati eccellenti i quali si trovavano sotto schiaffo. Gli imprenditori furono salvati a scapito dei politici, con l’eccezione della Quercia. Su una sola azienda si indagherà poi fino in fondo. In tutto l’Occidente non c’è impresa privata che abbia subito il numero di perquisizioni e di arresti di Fininvest e a giustificare il tutto c’era la discesa in campo del fondatore al quale evidentemente non bastò nel 1992 e nel 1993 l’appoggio alla «rivoluzione giudiziaria» con le sue tv e Paolo Brosio 24 ore su 24 davanti al palazzo per conto del Tg4.
Che l’uomo simbolo di quel «repulisti», Gerardo D’Ambrosio, sia stato eletto senatore nelle liste dell’unico partito miracolato dalle indagini è solo la ciliegina sulla torta. Del miliardo di lire pagato sulla defiscalizzazione di Enimont fu accertata la destinazione di Botteghe Oscure ma non l’identità delle persone che incassarono i quattrini e quel gran giurista di Antonio Di Pietro, altro inquisitore finito in politica, ricordò a tutti noi comuni mortali: «La responsabilità penale è personale».
* Negli anni di Mani Pulite, Frank Cimini è stato il corrispondente da Milano del Mattino di Napoli. Sempre presente in Procura e in tribunale, è stato uno dei giornalisti più attenti e affidabili fra quanti raccontarono Tangentopoli
- Giovedì 11 Agosto 2011

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Commenti
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Il 12 Agosto 2011 alle 8:23 pligg.com ha scritto:
Tangenti rosse: gli antenati di Penati - Italia - Panorama.it…
di Frank Cimini*
Ma se le accuse si dimostrassero fondate, che cosa può avere spinto gli esponenti della sinistra oggi nel mirino a mantenere in piedi il meccanismo dei finanziamenti come se M…
Il 31 Agosto 2011 alle 17:30 vabene1931 ha scritto:
delle tangenti rosse di Penati, si potrebbe sapere cosa ne pensa il magistrato GERARDO DAMBROSIO,deputato PD ? Sanno sempre tutto quando si tratta degli avversari politici !
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