Angelino Alfano spiazzatutti

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Questi del centrodestra hanno in mente uno schema che va bene pure a Berlusconi, l’unico che può garantirgli il salvacondotto giudiziario: nel 2013 fanno Angelino Alfano premier, Pier Ferdinando Casini presidente della Repubblica e Maroni nuovo capo della Lega». Roma, 3 agosto 2011, interno Camera (dei deputati). Alle 19.33 si chiude il dibattito sulla crisi economica. Nel pomeriggio hanno esternato il premier Silvio Berlusconi e tutti i leader di partito. Più un debuttante in aula, il segretario del Pdl. Ecco: Alfano è andato bene. Fin troppo inaspettatamente.
Alla buvette ne discutono pure alcuni giovani deputati del Pd. Sono avviliti. L’opposizione si è divisa. La maggioranza, almeno, è sembrata unita e ha guadagnato la timida apertura dell’Udc. E così, come d’abitudine nel Palazzo, nell’incertezza la fantapolitica diventa certezza, nonostante Casini giuri e spergiuri di rimanere contro Berlusconi: «Se nel 2013 l’asse Alfano-Udc-Maroni si salda definitivamente, noi finiamo all’opposizione per sempre» borbottano a più riprese gli onorevoli democratici. «Sono vent’anni che proponiamo sempre le stesse facce, e quell’Angelino lì è un quarantenne che fa sembrare i nostri leader dei vecchi babbioni». È un sentimento che l’under 40 Matteo Orfini, dalemiano, membro di spicco della segreteria nazionale del Pd, ufficializza qualche giorno dopo, seppur in forme più equilibrate: «Si parla di Enrico Letta, Rosy Bindi, Dario Franceschini e Anna Finocchiaro come possibili ministri. Un po’ poco per voltare pagina». Ma la novità Angelino è colta già il 4 agosto dal quotidiano del Pd. L’Unità annuncia infatti «il nuovo organigramma del Pdl» e titola: «Tra il premier e Tremonti, Alfano vince la sua partita». Non male per uno che il 1° luglio, non un secolo fa, Pier Luigi Bersani aveva sfottuto quale «segretario di Berlusconi».
Invece del Pdl e della sua sede di via dell’Umiltà, a Roma, Alfano ha preso pienamente possesso, anche fisicamente. Ha occupato la stanza più importante e si è pure portato dietro qualche collaboratore «pesante»: il segretario particolare Giovannantonio Macchiarola e la portavoce Danila Subranni. Soltanto due unità, per ora, suscettibili di ampliamento a fine settembre. Angelino punta comunque a essere minimal, onde evitare gli elefantiaci organigrammi del passato. Né, peraltro, intende enfatizzare i consigli degli intellettuali d’area, i cosiddetti ideologi, spesso inconcludenti. Piuttosto, prende spunto da giornalisti come Mario Sechi e Francesco Verderami, più concreti dei pensatori di professione. In assoluto, però, il segretario preferisce gli iscritti e le loro email, utili a esaltare, secondo lui, «l’anima popolare del partito». Il pop della libertà.
Confermando le abitudini del ministero della Giustizia, Alfano arriva in sede al mattino presto, dopo avere letto i giornali. Si chiude dentro e, produttivo o meno, inizia un lavoro che nessuno, né in Forza Italia né nel suo partito succedaneo, il Pdl appunto, aveva mai fatto: per risolvere problemi incontra persone al ritmo di 40 minuti ad appuntamento. Il guaio più grosso il siciliano Alfano ce l’ha proprio nella sua isola. A Palermo nel 2012 si voterà per il primo cittadino. Una sconfitta gli risulterebbe simbolicamente devastante. E però, al netto del «tradimento» di Raffaele Lombardo e della defezione di Gianfranco Miccichè, qui pesa il discusso mandato di Diego Cammarata. Non per caso, Alfano è già alla ricerca di un candidato. Ma deve prima sedare le risse interne.
Sono infatti le antipatie personali tra i vari capataz locali il problema più devastante del Pdl, e non soltanto in Sicilia. Nella visione del segretario, per superarne molte, servono nuove regole, la scadenza del tesseramento entro il 30 settembre e la convocazione, a fine novembre, delle primarie per eleggere gli oltre 100 coordinatori provinciali e comunali. Per farla breve, Alfano vuole portare la democrazia nel Pdl: auguri.
Quest’anno niente ferie, dunque, complice sì la crisi economica ma anche il partito e il nuovo nome da dare al partito, che dovrà ovviamente piacere a Berlusconi. Anche se, suggerisce uno tra i consiglieri più fidati del premier, «Silvio non ha bisogno di uno che dice troppe volte di sì. Di tipi così ne ha avuti accanto a decine negli ultimi vent’anni». Viceversa, «Alfano dovrebbe scuoterlo un po’ di più, farlo riflettere, spingerlo a osare». La prudenza del segretario dipende dal background ultramoderato e, soprattutto, dalla ricerca dell’equilibrio costante con Berlusconi. E però, replica il suddetto consigliere, mentre il Pdl avrebbe bisogno di rock, «Angelino è ancora un po’ lento».
Comunque: dalle prime chiacchiere informali, nel simbolo parrebbe certo il riferimento al Ppe. A quel Partito popolare europeo, cioè, che secondo il segretario sarà presto il contenitore di tutti i moderati italiani, dall’Udc di Casini a Fare Italia di Adolfo Urso. È un partito per ora di carta, ma che le gerarchie ecclesiastiche alimentano. D’altronde la Conferenza episcopale è più che incuriosita da questo segretario di 40 anni, taciturno, di formazione cristiana (padre dc, ha studiato alla Cattolica, ha iniziato in politica nel Movimento cristiano lavoratori) e cattolico praticante sul serio: va a messa appena può e tiene una boccetta di acqua di Lourdes sulla scrivania. Soprattutto, è un uomo politico cattolico, sposato una sola volta. Una rarità.
È persino scontato, quindi, che molti movimenti clericali e paraclericali tengano aperta la porta verso il mite Angelino. Per dirne una: il 19 luglio, Cisl, Compagnia delle opere, Mcl, Coldiretti (e altri ancora) hanno lanciato il manifesto per la Dc del Terzo millennio, dichiarandosi equivicini ad Alfano e Casini. Il che spiega pure i biglietti scambiati in aula e le telefonate, ormai quotidiane, tra i due. Domeniche comprese.
E Roberto Maroni? Con Alfano è pronto a siglare un patto per un «nuovo inizio» del centrodestra, fondato sul principio di legalità. Certo, le ironie sul «partito degli onesti» inseguito dal segretario pdl sono state tante, varie e motivate. E però il 3 agosto il governo ha approvato il codice antimafia, redatto assieme proprio dagli eredi di Bossi e Berlusconi. I quali, sia chiaro, sono in sintonia assai più di quanto si dica. Per intenderci, Maroni ha ricevuto in largo anticipo le bozze di La mafia uccide d’estate, il libro di Alfano in uscita per Mondadori, un pellegrinaggio nella memoria dei magistrati ammazzati dalla Piovra. Più di tutti, Alfano adora però il «giudice ragazzino» Rosario Livatino e una sua frase: «Quando moriremo, nessuno ci verrà a chiedere quanto siamo stati credenti, ma credibili».
In conclusione: armonizzandosi con Casini e Maroni, Alfano ha anzitutto «invecchiato» il Pd. Poi ha compromesso le rendite di posizione, nel Pdl, dei tanti che campano da anni sul dialogo con i centristi e sul rapporto privilegiato con la Lega. Infine ha costretto Gianfranco Fini a inseguire l’Udc nell’apertura al governo. Ecco: uno che fa davvero impressione è Italo Bocchino. Da ultrà anti Cav ha riscoperto d’improvviso il feeling politico con Berlusconi. Al punto da dire pubblicamente che «ora non è il caso di litigare con il premier». Ma la sua non è una botta di caldo, semmai di calcolo: il marpione ha intuito come butta il vento. Il troppo sole l’ha invece portato, dopo l’affaire Mara Carfagna, a farsi scoprire dal settimanale Chi mentre ostenta pubbliche effusioni con una fan di Berlusconi: Sabina Began. La accarezza e la vezzeggia. È il famoso Italo Cocchino.

Commenti

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Il 18 Agosto 2011 alle 11:12 alex_incanto ha scritto:

Diciamolo pure, a Berlusco’: non è che Angelino sia stata una grande scelta…http://bit.ly/pqtAgS

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