Enrico Morando (Pd): “Ma le pensioni si possono toccare”

Enrico Morando, esponente liberal del Pd

Enrico Morando, esponente liberal del Pd

Claudia Daconto “Fare una manovra progressista e di crescita con l’Europa che ci soffia sul collo è ancora possibile a patto che non si qualifichi come progressista soltanto una manovra che spende di più”.
Al termine della prima riunione della Commissione Bilancio del Senato sulla manovra economica, Enrico Morando, senatore liberale del Pd, risponde a Panorama.it sui tanti nodi ancora in discussione e spiega che oggi in Italia il progressismo si misura nella sua capacità di proporre e realizzare interventi decisi di correzione degli squilibri di finanza pubblica, sulla base dell’obbiettivo del pareggio di bilancio nel 2013, e nello stesso tempo di promuovere maggiore sviluppo, maggiore crescita e giustizia sociale.

“Qualunque manovra non tenga conto di questi obbiettivi – spiega Morando - è una manovra sbagliata. E non c’è un’iniziativa progressista che ne affronti uno lasciando da parte gli altri”.
Tuttavia, mentre Bruxelles ha gli occhi puntati su di noi, i mercati ci tengono sulla graticola e gli speculatori non aspettano altro di tornare all’assalto, l’impressione è che né la maggioranza né l’opposizione siano riuscite a trovare ancora il bandolo della matassa. Sulle pensioni, ad esempio, nel centrodestra è la Lega a dire no a qualsiasi ipotesi di anticipo della cosiddetta “quota 97” (36 anni di contributi + 61 di età o 35 + 62 per i lavoratori dipendenti; un anno in più per quelli autonomi); anche nella minoranza manca l’accordo.

Il Pd è contrario, eccetto, almeno a quanto riportano i giornali, Morando e la presidente Rosy Bindi. “Io non ho mai parlato di quota 97, io dico che non c’è nessuna riforma da fare ma che basterebbe anticipare l’andata a regime di quella Dini con il metodo di calcolo contributivo pro rata temporis, che prevedeva la flessibilità dell’età di pensione tra 57 e 65 anni. Ora, visto che la riforma Dini è del 95 e nel frattempo l’attesa di vita è aumentata, sarebbe opportuno innalzare progressivamente l’età di uscita dal lavoro con una flessibilità tra i 61-62 anni come età minima e i 68-69 di età massima”.


Secondo lei una soluzione del genere potrebbe servire a ridurre un po’ i tagli ai comuni?

L’Ifel, il centro studi dell’Anci, prevede che con 7,4 miliardi in meno, anche portando al massimo l’addizionale Irpef, il 60% dei sindaci dovrà aumentare le tasse e ridurre i servizi ai cittadini.

No attenzione, anticipare la Dini non deve servire a trovare i soldi per togliere il contributo di solidarietà o a ridurre i tagli agli enti locali, per i quali le risorse devono essere trovate in altri modi, ma come intervento strutturale a favore dei giovani lavoratori, in particolare donne, per promuovere il loro ingresso nel mondo del lavoro in condizioni accettabili.

Ma perché allora, quando si toccano le pensioni, anche per voler aiutare i giovani, ampi settori della sinistra italiana gridano allo scandalo?
Se vogliamo parlare dei sindacati allora diciamo che ognuno fa il proprio mestiere e non si può pretendere che ragionino come un partito politico. E un grande partito progressista dovrebbe riconoscere che mentre oggi il privilegio concesso alle donne di andare in pensione prima degli uomini non ha più alcun senso, continua invece una discriminazione negativa a loro sfavore che deve essere affrontata e questa mi sembra la cosa più di sinistra che si possa fare.

Si discute anche di articolo 18. L’idea è quella di abolirlo cancellando il diritto al reintegro dopo ingiusto licenziamento sostituendolo con un indennizzo economico. Il Pd si opporrà?
Per onestà bisogna chiarire un punto: da nessuna parte è prevista l’abolizione dell’articolo 18. Quello su cui ci opporremo è quanto contenuto nell’articolo 8 della manovra e in particolare alla possibilità che il contratto aziendale deroghi rispetto a quello nazionale e che in base a intese specifiche tra le parti sociali si violino principi generali di tutela del lavoro.

Capitolo tagli ai costi della politica. Finalmente tutti i partiti sembrano d’accordo sulla cancellazione delle province. Eppure poco più di un mese fa il Pd alla Camera votò contro. Vi siete pentiti?
Sì, abbiamo sbagliato. Adesso lo riconosciamo ma lo dissi anche allora nonostante già poco dopo presentammo una proposta al Senato per la trasformazione delle province in organi di secondo grado con l’assemblea dei sindaci della provincia stessa che svolge le funzioni del consiglio provinciale e il sindaco del comune capoluogo che svolge il ruolo di presidente.

Da Rimini il presidente Giorgio Napolitano non ha risparmiato parole dure anche nei confronti dell’opposizione che vorrebbe attribuire tutti i mali dell’Italia al governo Berlusconi. Cambierete atteggiamento?
Credo che anche con una proposta insolita per chi fa opposizione come quella avanzata oggi di fissare il termine per gli emendamenti entro questa settimana, il Pd abbia dato risposta alle valutazioni critiche che ci ha rivolto il presidente della Repubblica. Peccato che Pdl e Lega l’abbiano ignorata decidendo di allungare i tempi nonostante la casa bruci e ci sia bisogno di trovare in fretta un estintore.

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