Manovra: le ricette liberali non vanno più di moda

Il ritratto di Margaret Thatcher uno dei personaggi riconoscibili nella mostra ''Ritratti del potere volti e meccanismi dell'autorita'' in mostra nel settembre 2010 al centro di cultura contemporanea Strozzina alla fondazione Palazzo Strozzi di Firenze (ANSA /MAURIZIO DEGL'INNOCENTI)

Il ritratto di Margaret Thatcher uno dei personaggi riconoscibili nella mostra ''Ritratti del potere volti e meccanismi dell'autorita'' in mostra nel settembre 2010 al centro di cultura contemporanea Strozzina alla fondazione Palazzo Strozzi di Firenze (ANSA /MAURIZIO DEGL'INNOCENTI)

Il sintomo è la spaccatura del PdL tra frondisti e governativi: “Ci sono capigruppo, ministri e ben oltre il 50 per cento del partito - ha spiegato il senatore piemontese Lucio Malan - che non voterebbero a scatola chiusa questa manovra” (il provvedimento da 45,5 miliardi oggi approda al Senato).

Due fazioni che si rispecchiano anche nella stampa di area, ora divisa tra la linea de il Giornale, a sostegno della manovra così come è, e quella di Libero, decisamente critico con il provvedimento, soprattutto sul fronte tasse.

La malattia, invece, potremmo chiamarla “declino del liberalismo” in Parlamento. Del resto sono mesi che vediamo sbuffare, per esempio, uno degli esponenti “storici” della corrente liberale prima in Forza Italia e poi nel PdL, come l’ex ministro Antonio Martino. Che giorni fa se n’è uscito così:“La manovra non riduce le tasse, non rilancia la produttività, non serve a nulla”.

Ma cosa è successo nel centrodestra? In gioco, a detta di molti osservatori, non c’è solo il rapporto con la Lega, che in questi giorni ha puntato i piedi su pensioni ed enti locali, ma anche l’identità stessa del suo maggiore partito, il PdL.

Perché l’obiettivo di una manovra fiscale, secondo i frondisti liberali, dovrebbe essere (qui alcune proposte in un editoriale sul il Tempo) quello di sempre: ridurre le spese e l’intervento dello Stato e, soprattutto, limitare anzi evitare nuove tasse.

Da quello che sta emergendo in questi giorni, pare che si sia imboccata la direzione esattamente opposta, un neodemocristianesimo di ritorno che appare a molti come fuori tempo massimo.

Con questo effetto sugli elettori: Roberto Weber, presidente di Swg, ha detto che “gli italiani non hanno capito nulla” della manovra e che “Pdl e Lega non sono riusciti a fare massa critica e a spiegare la capacità risolutiva dell’intervento. Il tutto dopo aver negato la crisi perfino in Parlamento”.

Se si votasse oggi, ha aggiunto, il PdL non prenderebbe più del 22%, la Lega del 7%. Indovinate chi sarebbe il primo partito?

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