Caso Penati: psicodramma nel Pd

Filippo Penati, ex presidente della provincia di Milano

Filippo Penati, ex presidente della provincia di Milano

Claudia Daconto Filippo Penati non andrà in carcere: il gip di Monza ha respinto la richiesta d’arresto per concussione in merito alle presunte tangenti relative all’area ex Falck di Sesto San Giovanni mentre l’accusa di corruzione è decaduta per decorrenza dei termini. Ma l’ex presidente della Provincia di Milano, l’uomo forte del Pd lombardo, il braccio destro del segretario nazionale, colui al quale Pierluigi Bersani aveva affidato il compito di strappare il Nord al centrodestra, il “modernizzatore” di cui parlano oggi con costernazione i suoi compagni locali di partito, farebbe bene o no a rinunciare alla prescrizione per dimostrare in tribunale la sua innocenza? La questione ha aperto l’ennesima crepa all’interno del Pd. Quelli che nel partito lo vorrebbero vedere sottoposto a giudizio, anche se magari non lo dicono esplicitamente, non sono pochi. Per Pierluigi Bersani, con  cui  Penati aveva un rapporto di stretta collaborazione, si tratta di una scelta personale. Dello stesso avviso il sindaco di Milano Giuliano Pisapia il quale, però, a suo tempo rinunciò all’amnistia pur di dimostrare in appello la sua innocenza rispetto all’accusa di furto d’auto ottenendo poi l’assoluzione nel merito. “Queste sono scelte personali – ha risposto a chi gli chiedeva un commento alle vicende di oggi - ognuno parla con la propria coscienza e decide sulla base della propria coscienza”.
Di diverso avviso il vicesegretario democratico Enrico Letta: “Non c’è dubbio - ha scandito - che Filippo Penati debba rinunciare alla prescrizione”. Già, ma se non si decide lui, cosa può fare il suo partito? Sibillino Luigi Berlinguer, presidente della commissione di garanzia del Pd, che parla della necessità di mettere mano allo Statuto per una più chiara definizione del principio di “correttezza” di un politico “visto che un politico deve essere più corretto di un cittadino comune”, ma non ipotizza come.
Severo il giudizio del sindaco di Firenze Matteo Renzi: lui, garantista dichiarato, non ha dubbi sul da farsi “Penati rinunci alla prescrizione e si dimetta anche da consigliere regionale”. “Mai creduto alla diversità etica – assicura il sindaco Pd in un’intervista - la differenza e’ tra chi scappa davanti ai giudici e chi si difende”.
Intanto il Pdl va all’attacco e con il capogruppo al Senato Maurizio Gasparri denuncia l’esistenza di un “sistema partito” che va ben oltre l’isolato caso del “sistema Sesto” per configurarsi come un più generale modello pugliese “D’Alema-Tedesco”.
“L’illegalità è riferita al partito nella migliore, si fa per dire, tradizione del Pci” ha attaccato il senatore che considera Penati “solo una pedina di un sistema più ampio”.
Resta insomma sul tavolo la questione della presunta superiorità morale rivendicata dal Pd. A che titolo, però, dal momento che finora lo stesso Bersani si è rifiutato di aggiungere una parola in più a una sdegnata autodifesa e alle minacce di querela anche contro i giornalisti?
Quelli che nel Pd invocano allora un passo indietro di Penati, non farebbero bene a pretenderne anche uno in avanti da parte del loro segretario?

Commenti

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Il 29 Agosto 2011 alle 18:58 indigesto ha scritto:

Il vero scandalo sta nello scandalizzarsi di tutti questi signori. Si sa perfettamente che anche nel più piccolo comune di questo paese, quale che sia il colore della giunta, agiscono professionisti che, per “snellire” le pratiche (soprattutto nell’edilizia), vengono “segnalati” dagli addetti al malcapitato di turno che è costretto a pagare lauti compensi: ed il gioco è fatto! Ciò accade nel “micro” per chi deve realizzare la propria abitazione come nel “macro” per chi intende fare speculazione.
“Ma di che cosa stiamo parlando?” verrebbe da dire con
Bersani!
Del resto non si capirebbero le lotte a coltello tra politici delle diverse fazioni, nonchè nelle stesse, per occupare certe posizioni. Per passione politica? Ma per favore!

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