Province: se il rimedio è peggiore del male

Calderoli e Maroni scherzano con i giornalisti con guantoni da box (ANSA/CAMILLO BALOSSINI)

Calderoli e Maroni scherzano con i giornalisti con guantoni da box: Cota guarda divertito (ANSA/CAMILLO BALOSSINI)

Parafrasando un celebre filosofo, il rimedio potrebbe essere peggiore del male. Come nel caso dell’ennesimo taglio delle province. Quello inserito nell’ultima manovra approvata al Senato, ora approdata in commissione alla Camera, prevede la loro sostituzione con enti intermedi “di area vasta”, che dovranno avere almeno 300 mila abitanti ed essere superiori a 3.000 metri quadri.

Per questi nuovi enti locali, che potrebbero diventare una sorta di assemblea di rappresentanti dei sindaci, è prevista anche l’elezione diretta di un presidente scelto tra i rappresentanti di Regioni e Comuni.

Ma c’è chi ha visto in questo provvedimento solo un taglio apparente - alla fine un vero e proprio taglio non è. Le province, infatti, rispuntano a livello regionale. Una decisione, però, che accontenta tutte le forze di maggioranza, sia i favorevoli alla soppressione, sia i contrari.

Come il Carroccio che in un documento, firmato ieri dai vertici del partito assieme ai presidenti delle province leghisti, sottolinea la necessità di “un ente di area vasta, disciplinato dalle Regioni” che “rappresenta un concreto esempio di Federalismo e che mira a riordinare ed accorpare anche tutti gli enti e organismi intermedi, con l’obiettivo di rafforzare i servizi per i cittadini”.

Come andrà a finire? I pessimisti, in prima fila l’Unione della Province italiane (Upi), contraria ad ogni tipo di taglio, prevedono una proliferazione di “mini Province” e un aumento dei costi (attorno ai 600 milioni di euro) dovuto al passaggio di molti dipendenti provinciali alle Regioni.

Fabio Melilli, presidente della Provincia di Rieti, ha detto che dalle attuali 108 si arriverà a 200 - 250 associazioni tra Comuni: “Ci avviamo verso il modello Sardegna che ormai ha otto Province”.

Senza contare che l’iter scelto per la cancellazione è quello di un disegno di legge costituzionale: quattro passaggi parlamentari, più quelli necessari per il referendum confermativo, se non ci sarà la maggioranza dei due terzi in aula. Nessuno, insomma, è in grado di prevedere i tempi per l’approvazione: potrebbero essere necessari anche diversi anni.

Chissà se se ne sono accorti i burocrati dell’Eurotower, che ci hanno chiesto di ridurre i costi della politica e dello Stato in cambio dell’acquisto a man bassa dei buoni del Tesoro.

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