Sono passate le 21 di lunedì 3 ottobre quando nel carcere di Viterbo, dove dal 2007 sta scontando una pena definitiva a 30 di reclusione per concorso nell’omicidio di Meredith Kercher, Rudy Guede, considerato ora dagli altri detenuti e dagli stessi agenti “un capro espiatorio”, si è ritrovato ad essere l’unico condannato per quel delitto. Un barbaro assassinio rimasto, dal momento della sentenza d’appello, senza autori materiali visto che Amanda Knox, accusata di aver sferrato la coltellata mortale, e Raffaele Sollecito sono stati assolti per non aver commesso il fatto.
Non se l’aspettava nessuno, a Viterbo, che sarebbe finita così, con Amanda libera e già di ritorno a Seattle e Raffaele accolto nella nuova villa-bunker di Bisceglie con una cena a base di pesce, suo primo desiderio prima di poter cominciare a “ritrovare se stesso”.
Mentre l’americana “faccia d’angelo”, trasformata in pochi istanti da mantide assassina a vittima di un clamoroso errore giudiziario dovuto a grossolani errori d’indagine, si scioglieva in un pianto liberatorio davanti ai giudici che l’avevano appena liberata; mentre lo studente pugliese si girava intorno stralunato cercando di incrociare lo sguardo del padre, lui, Rudy Guede, è rimasto a lungo inchiodato alla sedia con gli occhi fissi sullo schermo.
“Da quel momento è completamente cambiato” riferisce chi si trovava con lui, i compagni del reparto di massima sicurezza dove l’ivoriano condivide la cella con un altro condannato a una pena definitiva, e le stesse guardie carcerarie che proprio per questo hanno permesso che il giorno dopo altri due detenuti gli facessero visita.
“Quando sono arrivato li ho trovati che chiacchieravano in quattro, Guede, un altro giovane di colore e due italiani” racconta a Panorama.it il consigliere regionale di Rifondazione comunista Ivano Peduzzi che ieri pomeriggio si è recato nel penitenziario di Viterbo.
Guede, digiuno dalla sera prima, aveva appena finito di divorare i giornali del mattino con i titoloni in prima pagina. Sbarbato e vestito, aveva poi incontrato uno dei suoi avvocati e con lui era scoppiato in lacrime. “Attenderemo le motivazioni della sentenza d’assoluzione – ci spiega oggi Walter Biscotti – e se passa in giudicato in questi termini valuteremo se chiedere una revisione del processo”.
L’unica speranza a cui pare, a questo punto, aggrapparsi il 25enne che da ieri mattina ripete come un mantra a chiunque gli chieda come si sente che lui “deve andare avanti, pensare a se stesso, essere ottimista”.
“L’avevamo preparato a qualunque tipo di verdetto – aggiunge l’avvocato – e gli avevamo raccomandato di rimanere tranquillo qualsiasi cosa fosse successa”.
Ma tranquillo Rudy non è. Chi lo ha incontrato lo descrive come una persona sconvolta, completamente cambiata dal momento della sentenza, quasi in stato di choc al punto da far temere qualche atto di autolesionismo. “L’ho trovato molto depresso – racconta Peduzzi – non mi ha concesso nemmeno un sorriso. Il suo volto era totalmente inespressivo. Quel suo ripetere di continuo che deve essere ottimista e andare avanti mi è sembrato più che altro un riflesso del colloquio avuto con l’avvocato. È molto tirato, parla pochissimo. Su Amanda e Raffaele nemmeno un commento”.
Ma se Guede tace, nelle celle e tra i corridoi del carcere di Viterbo serpeggia un forte disappunto per una sentenza che si ritiene essere stata condizionata da eccessive pressioni internazionali ma anche dall’ostentazione di potere e ricchezza soprattutto da parte della famiglia Knox. Non è passato inosservato, per esempio, il fatto che la nonna di Amanda abbia messo a disposizione della difesa della nipote ben 250mila dollari e che a Roma, nel carcere di Viterbo ne sono convinti quasi tutti, fosse pronto, già prima del verdetto, un aereo privato per riportare la ragazza a Seattle da dove, dicono, sicuramente non tornerà più.
Viene allora da chiedersi, se Amanda e Raffaele sono rimasti in cella quattro anni da innocenti, Guede è detenuto come complice dell’omicidio ma gli autori materiali non sono mai stati individuati e i genitori di Mez non possono ancora darsi pace sapendo che gli assassini della figlia circolano liberamente per strada, quella che ha permesso tutto ciò, che giustizia è?
- Mercoledì 5 Ottobre 2011

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Commenti
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Il 5 Ottobre 2011 alle 15:17 Notizie e Cronaca : Rudy Guede sotto shock dopo la sentenza di Perugia ha scritto:
[...] Italia Pubblicato: 05 ottobre 2011 Autore: aggregatore Sezione: Notizie e Cronaca [...]
Il 5 Ottobre 2011 alle 16:33 nhico ha scritto:
C’è stato un processo di secondo grado a Perugia e, con la sentenza di assoluzione, per Knox e Sollecito si sono aperte le porte del carcere. Tagliando, si spera definitivamente, le unghie a quel modo stolto di fare i processi per teorema: non può che essere così. E quindi si raccolgono e si portano a giudizio soltanto tutti quegli aspetti del presunto reato che possano portare all’approvazione della tesi. All’assioma. Alla condanna. Dimenticando, anzi cancellando del tutto dal diritto italiano che la colpevolezza va dimostrata oltre ogni ragionevole dubbio. Ma, mentre i due ex detenuti fanno i primi passi in libertà, il pm Manuela Comodi dice che quella è: «Una sentenza che non fa giustizia». Una battuta a dir poco kafkiana. Ma in quella partita tra la prima e la seconda corte di giustizia, se c’è stato un baro, certamente si è potuto esibire soltanto nel primo processo. Perché questo è solo questo testimonia la sentenza di Perugia. Una nazione senza giustizia è una nazione senza avvenire, e in Italia non c’è giustizia. Perché così ha voluto e vuole la magistratura. Molti commentari dalla penna d’oro, ieri in tv, senza vergognarsi di quello che dicevano, asserivano che i giudici non hanno potuto che emettere quella sentenza, per la grande pressione mediatica alla quale sono stati sottoposti. Come dire, che da innocenti, Knox e Sollecito, per non creare sconquassi tra le toghe, sarebbero rimasti in carcere, se a fare la guardia alla democrazia e alla giustizia non ci fosse stata la stampa internazionale. Allora viene naturale sostenere che se la stampa domestica, in tutti questi anni, avesse fatto davvero il cane da guardia alla legge invece di partecipare al gioco dei giudici per proprio tornaconto e per quello dei propri editori, gli italiani non starebbero in mezzo alla merda. Ma questo non è avvenuto. E la caccia continua. Con molti giornalisti che vi partecipano come cani da riporto. Felici di farlo.
Il 5 Ottobre 2011 alle 19:53 eiaeia ha scritto:
Come dire, una giustizia che ha ormai toccato il fondo e “sa” infliggere pene solo ai ladri di polli e ai deboli, mentre i ricchi e coloro che hanno appoggi prima o poi la sfangano… in Italia è sempre stato così, del resto il pesce puzza dalla testa… e che bella testa d’asfalto che c’abbiamno.
Il 5 Ottobre 2011 alle 21:38 indigesto ha scritto:
Per pronunciare condanne ed infliggere pene non bastano tute, mascherine e guanti bianchi; occorrono prove! serie!
Il 5 Ottobre 2011 alle 23:52 Zione ha scritto:
Nel pensare con tristezza alla povera Meredith e alla sua sfortunata Famiglia, devo anche dire ad Amanda: “Grazie al Cielo, finalmente e dopo averti messo a dura prova, ti ha concesso la (rara) ‘Fortuna’ di imbatterti nella MAGISTRATURA (quella Onesta, operosa, competente e giudiziosa) e quindi in un Signor Presidente e in una Corte Coscienziosa e Giusta; pertanto è auspicabile che immantinente venga attuata una Rivoluzionaria Riforma della Giustizia (e dell’intoccabile, ignobile e Turpe Giudiciume politico) in modo che in futuro non si verifichino più tante Macellazioni Giudiziarie, da parte di presuntuosi e spavaldi Legulei e dei loro servili e fanatici Sbirri. — Cordiali auguri per un sereno avvenire, pure a Raffaele e alle vostre Famiglie Esemplari, che hanno sofferto (forse ?) anche più di voi”.
Il 6 Ottobre 2011 alle 6:22 raffaccordi ha scritto:
Certamente il mio primo pensiero va alla povera Meredith e alla sua inconsolabile famiglia.
In risposta a tutte le opinioni espresse in merito al giudizio, dedico queste autorevolissime parole di (F. Imposimato)
Bisogna anzitutto partire da un dato. Nella realtà processuale, nell’esame dei diversi casi giudiziari, esistono due verità antitetiche: una verità reale e una processuale. Queste due verità non coincidono quasi mai. L’obiettivo fondamentale del giudice consiste nel fare emergere la verità storica, affinché tra questa e il giudizio finale vi sia una perfetta coincidenza. Questo risultato, tuttavia, difficilmente viene raggiunto per una serie di ragioni sia di ordine processuale che professionale.
L’aspetto drammatico del processo è che il giudice, nel conflitto tra le due verità, è tenuto a seguire soltanto e semplicemente quella processuale. Questa contraddizione può manifestarsi in due modi: il giudice può avere la convinzione morale della colpevolezza della persona imputata nei confronti della quale però manchino le prove o queste non siano sufficienti. In questo caso il giudizio non può che essere di assoluzione. Nel secondo caso, il giudice può avere l’intima convinzione dell’innocenza di una persona, ma le prove processuali - testimonianze, riconoscimenti, perizie - depongono contro l’imputato. La conseguenza è drammatica: la condanna di un imputato è “giusta” sul piano processuale ma ingiusta su quello sostanziale. E’ la tragedia dell’Enrico VIII di Shakespeare, nella quale il duca di Buckingham, condannato a morte per le accuse calunniose dei suoi servi, non impreca contro i giudici ma ne accetta il verdetto: Il giudice deve decidere solo in base alle emergenze processuali. Anche se intuisce la verità reale, egli ha l’obbligo di applicare la legge, quindi di tener conto delle risultanze processuali che molto spesso, portano lontano dalla verità reale.
Il 6 Ottobre 2011 alle 12:39 cini ha scritto:
Se il Rudy Guede fosse stato a conoscenza di un´altra verità, avrebbe dovuto sputarla fuori durante il suo processo.
È inutile adesso pretendersi scioccato per la liberazione degl´altri due imputati del delitto Meredith.
Da come stanno le cose l´ultima sentenza è quella giusta, le prove per condannare Amanda e Raffaele non erano sufficienti avendo i Gip e gl´nvestigatori eseguito un lavoro a dir poco, da dilettanti.
Sempre meglio avere un colpevole libero che un innocente in galera.
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