
Claudio Scajola e Giuseppe Pisanu durante il voto per l'elezione di un giudice della Corte Costituzionale - ANSA/GIUSEPPE LAMI
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Tutti in agitazione, maggioranza e minoranza, e sembra sempre che debba venirne fuori un grande sfracello. Ma poi si scopre che non succede nulla, malgrado un gran fracasso di piatti e bicchieri. Adesso è la volta dei maldipancisti democristiani Scajola Pisanu e Formigoni che sollevano la fronda che potrebbe far saltare il governo. Non si capisce bene perché, con quali vantaggi per il Paese e anche con quali vantaggi per loro.
Voglio ricordare a chi legge che anche io il 14 dicembre votai contro il governo perché ci avevano garantito che esisteva una nuova maggioranza moderata che avrebbe potuto rispondere ai problemi del Paese. Al momento della conta però la maggioranza non c’era. E oggi? C’è davvero una nuova maggioranza? E di che colore? Con quale leader, chi la sosterrebbe?
Suvvia. Non c’è nulla. C’è invece il vecchio gusto italiano che proviene dall’antica marina militare borbonica, quando ai marinai si ordinava di “fare ammuina”, cioè gran movimento senza far nulla: chi sta sopra vada sotto, chi sta sotto vada sopra e così via. Non si capisce, nessuno ce lo dice perché nessuno lo sa, che cosa succederebbe se il governo Berlusconi saltasse. La risposta che viene data a questo quesito banale e inevitabile è: si deve fare subito la crisi di governo per evitare le elezioni anticipate.
Cioè? Cioè, viene spiegato, se il governo salta oggi, allora Napolitano può trovare in questo Parlamento una maggioranza diversa e dare un incarico che duri fino al 2013, mentre se il governo saltasse a Natale a causa del processo Mills o altre scadenze giudiziarie del capo del governo, poi non si potrebbe che andare ad elezioni anticipate. Questa concitata previsione non dice perché Berlusconi si dovrebbe dimettere, visto che non l’ha fatto finora e assicura che non lo farà mai.
Perché questo è il punto secondo: per fare un nuovo governo non basta fare la fronda di notte nelle cene degli amici congiurati, ma bisogna che prima il governo in carica non ci sia più. E affinché il governo non ci sia più occorre che succeda una delle due cose: o che Berlusconi si dimetta (e non intende farlo) o che un voto di sfiducia lo disarcioni. Esclusa la prima, resta la seconda: vogliono Pisanu, Formigoni e Scajola sfiduciare il governo? Gli interpellati negano.
E allora sfugge il senso della questione. C’è chi ne dà una versione psicologica e antropologica: Pisanu Scajola e Formigoni sono tre democristiani, abituati a una prassi democristiana della politica, con congiure di palazzo, cene fra amici, fronde e ribaltini interni. Avrebbero cioè perso il pelo, magari imbiancato, ma non il vizio. Ci convince poco perché resta inalterata la domanda: per far che?
I sondaggi, questo è vero, danno il Pdl ai minimi storici e il Pd in crescita con Id e Udc, e Fini al 3,3 per cento, cioè sotto la soglia del quattro per cento che permette di entrare in Parlamento. Si andrebbe a votare con il porcellum a meno che non arrivi il referendum. Ma, anche qui, sorpresa, i pronostici dicono che la Corte Costituzionale boccerà il referendum, al quale anch’io ho aderito. Su quale base la Corte boccerebbe? Sulla base di una buona ragione: il referendum può essere in Italia soltanto abrogativo, può cancellare una legge, ma non “fare” una legge. Finora si era vissuti nella convinzione che abrogato il “Porcellum” automaticamente si tornasse al precedente “Mattarellum”.
Errore: non esiste l’istituto della rivitalizzazione di una legge decaduta. Dunque non tornerebbe automaticamente in carica proprio nulla. Risultato: l’Italia si troverebbe senza una legge elettorale con cui votare. Qualcuno dice: ma il Parlamento potrebbe subito fare una nuova legge. E’ vero, potrebbe. Ma nessuno può obbligarlo: il referendum non ha il potere di imporre alle Camere di fare una nuova legge elettorale, anche perché tutti si dicono d’accordo nel deprecare il “porcellum” ma rutti sono in disaccordo su quale legge fare. L’11 ottobre Berlusconi ha detto che è disposto a rivedere la legge ma sempre in senso bipolare. E i proporzionalisti dei piccoli partiti, o medi, che fanno? Non vogliono il bipolarismo. E allora? Allora la Corte Costituzionale quasi certamente negherà l’agibilità al referendum e si voterà con il “porcellum”. Con quali conseguenze? Per esempio che il partito di Fini non entrerebbe, se non dopo essersi fuso con l’Udc di Casini, il che sembra improbabile per non dire impossibile essendo Fini e Casini due galli nello stesso pollaio.
Ecco dunque la serie di motivi per cui alla fine la cosa più probabile – ma non ci giuriamo, ovviamente – è che non succeda assolutamente nulla. Che le fronde rientrino, che il referendum non si faccia, che si vada a votare nel 2013 e che per quell’epoca il governo Berlusconi possa avere almeno in parte risalito la china, o almeno questo è quanto lo stesso Berlusconi, che ha più di sette vite, spera se la crisi dei mercati allenta la presa, l’economia si riprende un pochino e cala la febbre.
Ci sono insomma due finali di partita e noi per esperienza e prudenza crediamo che il secondo sia più realistico e forse anche meno traumatico per un Paese che è in mezzo alla tempesta
- Martedì 11 Ottobre 2011
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Il 11 Ottobre 2011 alle 20:36 I frondisti del PdL? Fanno ammuina | Editori Online ha scritto:
[...] the original post: I frondisti del PdL? Fanno ammuina Posted in Stampa Tagged beppe-pisanu, berlusconi, claudio-scajola, corte, corte-costituzionale, [...]
Il 11 Ottobre 2011 alle 21:17 Notizie e Cronaca : I frondisti del PdL? Fanno ammuina ha scritto:
[...] Italia Pubblicato: 11 ottobre 2011 Autore: aggregatore Sezione: Notizie e Cronaca [...]
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