
13 ottobre 2011: i banchi vuoti dell'opposizione durante l'intervento di Silvio Berlusconi alla Camera. ANSA/ ETTORE FERRARI
Che l’opposizione sia alla canna del gas, è cosa nota. Tra chi agita la clava delle elezioni anticipate e chi punta all’inciucio senza passare per il voto. È il dopo Berlusconi, bellezza. Al premier almeno un merito dobbiamo riconoscerglielo. Il bipolarismo, pur nella sua versione claudicante, lo ha importato lui in Italia. È stato l’ambizioso imprenditore, che nel ’94 padroneggiava (a parole) la Rivoluzione Liberale sulle ceneri della Prima Repubblica spazzata via a colpi di avvisi di garanzia, a superare la “democrazia senza alternanza” dei primi quarant’anni della storia repubblicana. L’antidoto a una democrazia bloccata, dove i cittadini votavano e il giorno dopo i partiti si accordavano su chi sarebbe andato al governo. Forza Italia inaugura una svolta copernicana: i cittadini votando scelgono il governo.
Certo, non è con questa svolta che la democrazia italiana è uscita dal tunnel della partitocrazia. E lo spettacolo, cui abbiamo assistito oggi, è la spia di una democrazia malata.
Il Presidente del Consiglio tenta il “rilancio” in Aula Montecitorio. Domani si voterà la fiducia. L’aula non è “sorda e grigia”, ma semplicemente semivuota. Dei 630 deputati 290 sono assenti. PD, Idv, Udc e Fli si sono ritirati sull’Aventino. Iniziativa che, francamente, anche solo assimilarla a quella del 1924 dopo l’assassinio del socialista Giacomo Matteotti fa arrossire di vergogna.
Forse è più adeguato volgere lo sguardo alla metà degli anni Settanta, quando, non appena il “nero” Giorgio Almirante si accingeva ad intervenire, “l’unità nazionale del fascio partitocratico”, con il PCI in testa, abbandonava l’aula, per poi ricomporsi prontamente non appena c’era una legge da votare. Chissà come i partiti, che in Aula simulavano l’acerrima e frontale lotta, nell’ombra delle commissioni tornavano a parlarsi e ad accordarsi, votando insieme la stragrande maggioranza delle leggi, ivi comprese quelle alimentatrici di spesa e debito pubblico.
È stata la deputata radicale Rita Bernardini a ricordare la presenza solitaria dei quattro parlamentari radicali quando Almirante prendeva la parola in Aula. I radicali c’erano allora, e ci sono oggi ad ascoltare le comunicazioni del Presidente del Consiglio. Forse il leader di Fli Gianfranco Fini, comodamente adagiato sulla poltrona del Presidente della Camera, ha la memoria corta.
Si dà il caso che per alcuni il senso dello Stato e delle istituzioni non sia il feticcio da ripescare ogni tanto, quando conviene, ma piuttosto una pratica, che si nutre di memoria storica e di rispetto per l’avversario.
L’avversario non è nemico. L’avversario merita la dignità dell’ascolto, sia che si chiami Almirante o Berlusconi. Tirarsi indietro significa rinunciare a un confronto maturo, allo scontro (anche aspro) a colpi di idee ed argomentazioni. Significa trincerarsi dietro al muro dell’inanità, sperando di capitalizzare non sulle proprie forze, ma sulle debolezze e divisioni dello schieramento opposto. Si capisce che questa appaia la strategia vincente a chi mira soltanto a conquistare il governo senza passare per il voto. A quattro opposizioni che non ne fanno una.
- Giovedì 13 Ottobre 2011

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Commenti
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Il 13 Ottobre 2011 alle 23:33 mimmomalagnino ha scritto:
Che cactus hanno voluto mostrare i vari Bersani , DiPietro , Bindi ;Casini , e gli altri che contano , tutti , quanto il due di coppe a briscola di denari!ahahahahahahah,che bella opposizione : ma dov’è?Esiste?
Il 14 Ottobre 2011 alle 0:50 map49 ha scritto:
io non sono un fans dei radicali ma devo dire che ieri hanno dato uno schiaffo morale e non solo a questa opposizione da baraccone
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