Da Autop ai black bloc: riecco l’album di famiglia

Roma, 2001. Milano, 1977  - ANSA

Roma, 2011. Milano, 1977 - ANSA

Quando, il 2 aprile 1978, a rapimento Moro in corso, Rossana Rossanda scrisse un memorabile corsivo su Il Manifesto intitolato L’Album di Famiglia, i più sconcertati furono proprio i dirigenti del Pci, partito nel quale la «ragazza del secolo scorso» - come si sarebbe definita più tardi nella sua autobiografia - aveva militato fino al 1969, anno della sua espulsione insieme a Lucio Magri, Luciana Castellina, Valentino Parlato, insomma a tutto il gruppo fondatore del quotidiano comunista. Quello che scrisse Rossanda era la rottura di un tabù.

Le Brigate Rosse, lungi dall’essere «sedicenti» e «presunte», lungi dall’essere «agenti provocatori» dell’imperialismo come credeva (o voleva credere) il partito di Enrico Berlinguer, erano appunto parte integrante di quell’«album di famiglia» che era la storia del comunismo internazionale, con le sue «sette», i suoi tic, le sue diverse articolazioni, spesso in guerra tra loro. «In verità, scriveva Rossanda, chiunque sia stato comunista negli anni Cinquanta riconosce di colpo il nuovo linguaggio delle Br. Sembra di sfogliare l’album di famiglia: ci sono tutti gli ingredienti che ci vennero propinati nei corsi di Stalin e Zdanov di felice memoria. Il mondo – imparavamo allora – è diviso in due. Da una parte sta l’imperialismo, dall’altra il socialismo».

Che i brigatisti fossero, non alieni, ma  figli di quella storia ce lo hanno, del resto, ricordato gli stessi protagonisti, come Enrico Franceschini, fondatore insieme a Renato Curcio del partito armato, che nel suo libro Mara, Renato e Io racconta di come le prime armi usate per i sequestri lampo dei capi reparto delle grandi fabbriche del nord fossero arrivate dagli stessi partigiani comunisti del reggiano che, diventati vecchi nel mito della  «Resistenza tradita», avevano partecipato alla guerra  di liberazione contro il nazifascismo.

Quanto queste riflessioni di Rossanda, che allora i comunisti accusarono di «fare il gioco del nemico», parlino dell’oggi, e di quanto accaduto a Roma, è difficile da dire. Il movimento indignato che ha invaso le strade della capitale (con la sua coda violenta) non è certo la  riproposizione delle  manifestazioni operaie dell’autunno caldo, né assomiglia, per organizzazione interna e composizione sociale, ai grandi cortei degli anni 70 e 80, nei quali i servizi d’ordine del sindacato mantenevano, e quasi sempre riuscivano a mantenere, l’ordine.
Ci sono però alcuni «riflessi condizionati» - tipici di quella «storia» e di quell’«album di famiglia - che ci fanno ripiombare al secolo scorso e ci parlano dell’estrema attualità di quelle riflessioni. Il più evidente è quello di cercare di bollare come «infiltrati» coloro che hanno preso parte agli scontri, allo stesso modo in cui il Pci bollava come «fascisti» i primi brigatisti. In queste ore, la rete pullula di fotografie che tenderebbe a dimostrare che gli scontri sono stati provocati da agenti provocatori. Lo stesso film che molti manifestanti pacifici vollero vedere a Genova nel 2001, dove l’impreparazione della polizia e la determinazione del «blocco nero» provocarono danni ben più pesanti di quelli avvenuti a Roma.

Anche allora, il movimento gridò al complotto. Anche allora, come oggi, non volle vedere che dietro quelle facce, quei ragazzi in nero a volto coperto armati di caschi, mazze e un impressionante carico di rabbia, appartengono anch’essi all’«album di famiglia». Che risale, non a Pietro Secchia, Amedeo Bordiga o a Joseph Stalin, ma alle riflessioni  dei teorici dell’Autonomia operaia del 1977, i quali, mentre gran parte dell’ultrasinistra guardava alla funerea fascinazione militarista e leninista del partito armato e cominciavano ad apparire durante le manifestazioni le prime p38, invitavano i giovani a «riprendersi il presente» nelle manifestazioni di piazza. Era l’epoca degli «espropri proletari» e degli assalti alle banche. I dotti lo avrebbero chiamato «spontaneismo armato». I black bloc sono, forse, senza p38, nipoti di quella storia lì. Ma ci vorrebbe un’altra Rossanda a ricordarlo.

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Il 18 Ottobre 2011 alle 18:57 Da Autop ai black bloc: riecco l’album di famiglia | Editori Online ha scritto:

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