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- Un commento
Lo confesso. Una ventina d’anni fa, per pagarmi gli studi universitari, ho fatto per qualche anno l’ispettore della Siae, la «famigerata» (per alcuni) Società Italiana Autori Editori contro la quale si stanno scagliando in questi giorni blogger e internauti per via della discutibile decisione di far pagare i diritti sui trailer dei film diffusi su Internet. Benché ben remunerato era un lavoro ingrato. Ogni notte, montavo sul motorino e facevo il giro delle «sette chiese», quei locali del centro di Milano - soprattutto night club e discoteche - dove gli esercenti, con un sorriso a 24 denti e una serie di free drink in mano, mi consegnavano uno striminzito foglio con l’elenco delle canzoni che avevano filodiffuso durante la settimana e mi aprivano le porte dei loro uffici.
Ho conosciuto spogliarelliste e papponi, proprietari di locali equivoci che mi salutavano romanamente e naturalmente, anche, persone normali, preoccupate che potessi fare loro le pulci. Non ricordo di aver mai dato una multa che fosse una, salvo una volta che prestai servizio assieme al Bigazzi, un collega corpulento che era lo spauracchio di quella fauna umana dei locali notturni milanesi che, a quanto ricordo, aveva rapporti assai intimi con alcuni dirigenti politici proiettati sulla scena nazionale. Insomma, personalmente chiudevo volentieri un occhio, come la stragrande maggioranza delle persone con cui lavoravo. Chiudevo un occhio io, chiudevano gli occhi gli altri: erano i tempi delle «vacche grasse». Tempi in cui gli autori incassavano le loro ricche parcelle mensili e la Siae poteva continuare a foraggiare la sua trabordante macchina burocratica, senza che la mia, la nostra, «flessibilità» ispettoriale, procurasse danni di sorta.
Ora è cambiato tutto e, accanto agli esercenti, ci sono tra le vacche da mungere - grazie a un’interpretazione estensiva di una norma assai contestata dai blogger - anche i siti internet che diffondono trailer. Da vecchio ispettore posso capirne la logica economica. Ma non posso che comprendere anche, proprio perché mi sono tolto la divisa, quegli oltre 6 mila fan che hanno aderito alla pagina facebook Non canto sotto la doccia per paura della Siae. La questione è semplice, in fondo: i siti internet che mettono un link a un trailer fanno pubblicità gratuita all’industria del cinema e, quindi, anche, alla Siae. Va bene che i tempi sono cambiati. Ma perché, anziché ringraziarli, il mio vecchio datore di lavoro sceglie di accanirsi contro di loro? Si vogliono proprio segare il ramo su cui sono seduti?
- Lunedì 31 Ottobre 2011
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Il 31 Ottobre 2011 alle 14:31 Siae e diritti d’autore su Internet: confessioni di un ex ispettore | Editori Online ha scritto:
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