C’è solo una via d’uscita in democrazia: il voto

(EPA/GIUSEPPE LAMI)

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Quel che è accaduto l’8 novembre era già previsto: non si sapeva esattamente in che giorno e a che ora, ma era scritto che il governo sarebbe andato sotto e sotto è andato. Conseguenze alla moviola: annuncio di dimissioni, calendari, scadenza finale
Il vero punto oggi è uno e uno solo: nuovo governo o elezioni?
Io dico, in buona compagnia, elezioni. Ma a prescindere dalle opinioni personali, sono i fatti a suggerirlo. Capisco che tutte le opposizioni si gettino come un sol uomo sull’ipotesi del famoso e vagheggiato “governo Monti” che dovrebbe far risorgere il Paese da una nuova alba. Ma questa è soltanto propaganda e fumo negli occhi.
Primo. In una democrazia – guardate la Spagna – quando un governo votato dal popolo si dimette, è il popolo che sceglie da chi altro vuol essere governato e non è un tutore esterno, per quanto saggio e canuto, che lo fa in nome e per conto del popolo. Questo per dire che l’ ipotesi di affidarsi alla indubbia saggezza del Presidente Napolitano ha un limite. Napolitano è superba figura, personalmente spero anche che diventi il primo presidente rieletto per un secondo mandato, ma il suo carisma consiste nell’imparzialità, nella vigilanza costituzionale, nella moral suasion, non nell’abuso di un ruolo che ha precisi confini.
La questione del Quirinale in Italia è sempre stata complicata e un po’ incerta. Quel che è certo è che il Presidente della Repubblica, chiunque sia, gode di una legittimazione democratica di secondo grado, cioè frutto dell’elezione da parte di eletti, e non una elezione diretta. Paradossalmente, un governatore regionale eletto dal popolo gode di una legittimazione democratica maggiore di quella del Presidente della Repubblica, il quale è costretto a tener sempre conto di questo limite.
Napolitano in questi mesi è sempre stato tirato per la giacchetta da Repubblica e da Eugenio Scalfari affinché – evitando le elezioni – proceda alla nomina di un “governo del Presidente”, espressione infausta che nel passato portò ai fatti di luglio del 1960 quando il presidente della Repubblica Antonio Segni nominò Fernando Tambroni capo di un “governo del presidente” il cui esito furono tumulti insurrezionali in tutta Italia (cosa che ricordo bene perché io ero fra i rivoltosi di Porta San Paolo a Roma, caricati a sciabola piatta dai carabinieri a cavallo dei fratelli d’Inzeo, medaglie olimpioniche di equitazione).
Dunque, lasciamo perdere i “governi del Presidente” e facciamo i governi della democrazia. I governi della democrazia si fanno convocando le elezioni e chiamando il popolo alle urne.
Sento l’obiezione: ma non possiamo permettercelo! I mercati si scatenerebbero nella crisi di incertezza e nella paralisi amministrativa che sicuramente accompagnerebbero una lunga campagna elettorale.
Balle. Mettiamoci d’accordo: o i mercati sono euforici per l’uscita di scena di Berlusconi, lo spread si stringe, le borse volano, tutti ballano sull’aia e l’Italia festeggia una nuova primavera; oppure i mercati – carogne – vogliono soltanto che ci sia un governo in carica, non importa di chi, e allora non si capirebbe più perché fossero tanto nervosi durante il governo Berlusconi.
La verità è un’altra. Nessuno vuole sporcarsi da solo le mani con i provvedimenti “lacrime e sangue” con cui gli italiani saranno bastonati durante tutto il 2012 e anche nel 2013, e dunque le attuali opposizioni che tanto hanno lavorato per erodere la maggioranza di Berlusconi e farlo cadere, non vogliono dividersi in una campagna elettorale che li costringerebbe a differenziarsi e poi a dar vita ad un governo con una maggioranza definita dai risultati elettorali.
Molto meglio invece, per loro ma non per il Paese, far salire una cortina fumogena che nasconda lo stato delle cose e gridare che occorre un governo di larghe intese per tranquillizzare i mercati. Questo è un falso. I mercati se ne infischiano del tipo di maggioranza che sostiene il governo, qualsiasi governo, vogliono soltanto poter credere che le cose da fare saranno davvero fatte, e secondo i tempi e i modi stabiliti.
Ciò si può ottenere perfettamente anche convocando i comizi elettorali, perché non ci sarà mai un vuoto di governo: finché non sarà insediato un nuovo governo nato dalle elezioni, quello esistente deve vivere per gli affari correnti e quel governo non dovrà far altro, con il conforto del Parlamento, che attuare i punti compresi nella famosa lettera di intenti inviata in Europa ed accettata.
Ma, questo è l’altro punto che viene celato, le opposizioni non vogliono affatto che in Italia accada ciò che accade nella Spagna di Zapatero. In Spagna Zapatero ha indetto nuove elezioni e nel frattempo è in carica per gli affari correnti e a nessuno salta in testa di dirgli che si deve fare da parte perché nasca un nuovo e diverso governo che porti la Spagna alle elezioni. In Italia invece l’opposizione vuole impedire che sia il governo dimissionario in carica a portare il Paese alle elezioni, come accade in ogni democrazia parlamentare.
Ma l’Italia è ancora una vera democrazia parlamentare, o è accecata dai nefasti delle varie primavere arabe e dallo stato tumultuoso del terzo mondo? Questo non è chiaro. Sembra che il progetto sia quello di impedire al governo dimissionario di ottenere nuove elezioni, come in Spagna, e di restare in carica fino alle elezioni, come in Spagna. La Spagna era un buon esempio fino a qualche giorno fa, ma non lo è più oggi.
E non lo è più perché il piano preparato tirando per la giacca il presidente Napolitano prevede la caduta in Parlamento di Berlusconi, come è accaduto, e poi un governo non si sa di chi, che dovrebbe governare non si sa con quale maggioranza. Di voci se ne sentono tante, il nome di Mario Monti è il più prestigioso e gettonato, Berlusconi e Bossi propongono Alfano, avanza e si ritrae il nome di Gianni Letta.
Ciò che non si capisce è con quale maggioranza. I bookmakers inglesi scommettono su Monti dando per scontato che la grande manovra per far fuori Berlusconi fosse finalizzata ad insediare un governo presidenziale che non passasse attraverso la fase delle elezioni ma di fatto commissariasse l’Italia dall’interno, dopo averla fatta commissariare da Francia e Germania dall’esterno.
Vediamo dunque che cosa l’opposizione ha in mente per costituire una maggioranza parlamentare: Casini, che è il più intelligente dello schieramento dell’opposizione, vuole una maggioranza che includa il Partito Democratico, ma non per generosità. Vuole il PD al governo perché non intende restare col cerino in mano quando gli italiani scopriranno quante bastonate dovranno prendere sulle spalle e sul loro reddito e tenore di vita. Meglio che ognuno si porti la sua parte di croce.
Quando ieri uscendo dalla Camera ho incontrato Berlusconi, l’ho trovato forzatamente tonico, benché fosse molto provato, e con i nervi sotto controllo. Ci siamo salutati e poi lui è fuggito agguantando per le spalle Angelino Alfano, che lo sovrasta. Il governo Alfano è una ipotesi di Bossi e Berlusconi che però difficilmente porterà a un allargamento della maggioranza attuale , salvo sviluppi inattesi.
Questo dunque ci sembra il quadro della situazione. Primo campo di battaglia, quello sulle elezioni: se farle subito o aspettare un anno e mezzo per varare un governo non battezzato dal consenso popolare. Il secondo campo di battaglia sarà quello, se prevale il partito delle “grandi intese”, di trovare una formula che includa Mario Monti o come presidente del Consiglio o come ministro dell’Economia.
A noi sembra che l’Italia si trovi e più ancora rischi di trovarsi in una situazione di grave deficit democratico nel momento in cui alcuni sondaggi affermano che gli italiani, storditi da una martellante campagna antiparlamentare spacciata per campagna “anti-casta”, affermino di considerare la democrazia alla prova dei fatti non più vantaggiosa di una dittatura. Bel risultato. E ora abbiamo una politica economica dettata dalla Germania che ci dà le leggi da approvare, e poi potremmo avere un governo non eletto che eseguirà gli ordini tedeschi e francesi. Tutto questo avendo una moneta come l’euro, che è soltanto il marco tedesco travestito, non è una moneta sovrana su cui non abbiamo infatti alcuna sovranità. Nessuna sovranità sull’estero, nessuna sovranità sull’interno, mentre il turbine monetario come una enorme macina elimina gli Stati del Sud dell’Europa, Grecia, Spagna e Italia, preparandosi a liquidare tutta l’economia che sfugge ai controlli di Berlino e, finché durerà il fragile tandem fra Sarkò e la Merkel, di Parigi.
Ci sembrano questi tanti buoni motivi per chiedere sotto forma di supplica a Napolitano di difendere la democrazia parlamentare e difendere prima di tutto l’ultima sovranità in bilico, dopo aver perso quella monetaria: la sovranità popolare.

Commenti

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Il 9 Novembre 2011 alle 15:18 Notizie e Cronaca : C’è solo una via d’uscita in democrazia: il voto ha scritto:

[...] Italia Pubblicato: 09 novembre 2011 Autore: aggregatore Sezione: Notizie e Cronaca [...]

Il 9 Novembre 2011 alle 15:49 indigesto ha scritto:

Scambiare la causa con l’effetto è un giochino a cui i politici ci hanno “abituati” da tempo. In clima di capitalismo selvaggio c’è poco da fare i “socialisti”. Questo lo sanno anche i “socialisti” che non esitano ad inchinarsi alla legge del capitale quando sono loro ad aver raggiunto rabbiosamente il potere. Ai mercati non interessano i governi e la moral suasion (che bello fare gli americani con parole di derivazione latina!), vogliono i fatti, al punto che ce li impongono! Questo significa il fallimento di tutta la politica. Tranne di quella che si esprime per insolenze, pronta ad aprire le porte al cavallo di Troia che sosta minaccioso fuor dalle mura e che a queste pressioni, fatte a suon di spread, non è affatto estraneo. Ormai al “tanto peggio tanto meglio” ci siamo, e qualcuno già esulta!

Il 9 Novembre 2011 alle 19:23 C’è solo una via d’uscita in democrazia: il voto | Editori Online ha scritto:

[...] post: C’è solo una via d’uscita in democrazia: il voto Posted in Stampa Tagged berlusconi, headlines, mario-monti, napolitano, paolo-guzzanti, politica, [...]

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