Finmeccanica, la verità di Lorenzo Borgogni

Il «collettore»: Lorenzo Borgogni, 59 anni, da 17 è alla Finmeccanica: è il responsabile delle relazioni istituzionali ed è indagato  a Roma per finanziamento illecito ai partiti.

Il «collettore»: Lorenzo Borgogni, 59 anni, da 17 è alla Finmeccanica: è il responsabile delle relazioni istituzionali ed è indagato a Roma per finanziamento illecito ai partiti.

A prima vista, pare un déjà-vu. Un ritorno ai tempi dell’inchiesta Why not: nomi di politici sbattuti sulle prime pagine dei giornali, titoli che lasciano presumere chissà che. Invece, chi si avventura nelle cronache sull’inchiesta Finmeccanica resta deluso. Delle annunciate rivelazioni esplosive contro i politici corrotti si trova poco. Almeno per ora. Il più bersagliato è il leader dell’Udc, Pier Ferdinando Casini. Ad accusarlo è un imprenditore, Tommaso Di Lernia (già arrestato nell’estate 2006 con Stefano Ricucci per la scalata alla Rcs), che per anni avrebbe ottenuto subappalti dalla Selex sistemi integrati (società dell’arcipelago Finmeccanica) e in cambio di ricche sovraffatturazioni avrebbe realizzato provvigioni da usare nel mondo politico. Duecentomila euro, dice Di Lernia, li avrebbe consegnati al tesoriere dell’Udc, Giuseppe Naro. E quindi, deduce, potrebbero essere andati a Casini.

Solo sulla base di questa dichiarazione, nei mesi scorsi, un pm zelante avrebbe proposto d’iscrivere il nome del politico nel registro degli indagati. «Un’ipotesi subito bocciata dagli altri colleghi, mancando qualsiasi prova contro di lui» assicura un investigatore. Dopo qualche settimana, ecco che Casini (inconsapevole di avere schivato in estate il registro degli indagati) ha trovato il suo nome (i)scritto dai giornalisti.
Lo stesso trattamento è stato riservato a politici di cui per ora non risulta provato alcun reato. Salvo le presunte verità conservate nei verbali segretati dalla Procura di Napoli di Lorenzo Borgogni, per 17 anni portavoce della Finmeccanica. Il 20 novembre Borgogni si è sospeso dall’incarico, su sollecitazione dell’amministratore delegato Giuseppe Orsi, dopo la pubblicazione sui giornali di un suo interrogatorio romano dove ammetteva di avere accettato alcuni milioni di euro da società che avevano ricevuto appalti dalla Finmeccanica. Ma a Panorama, attraverso il suo difensore Stefano Bortone, Borgogni dichiara: «Non ho mai preso tangenti né reso una simile dichiarazione a chicchessia». Sui politici Borgogni dice che «i rapporti con i big dei partiti erano gestiti direttamente dai vertici aziendali», pur precisando: «Non ho mai accusato di alcunché il mio presidente, Pier Francesco Guarguaglini, né sua moglie Marina Grossi».
Sono molti i parlamentari finiti sui quotidiani, da Casini a Lorenzo Cesa, da Gianni Alemanno ad Altero Matteoli, da Marco Milanese a Ignazio La Russa. Ma su quali di loro i pm hanno davvero chiesto informazioni? Risponde Borgogni: «Nessuno mi ha posto domande sui personaggi sopra indicati, a eccezione di Milanese che si occupava delle nomine in Finmeccanica in quanto rappresentante dell’azionista ministero dell’Economia».
Certo, da quando Borgogni è stato sentito dai pm di Napoli l’inchiesta Finmeccanica è diventata molto più mediatica rispetto a quando il pallino era in mano al procuratore aggiunto di Roma, il prudente Giancarlo Capaldo. «Macché cauto» attacca un altro investigatore «Capaldo è riuscito a ottenere il patteggiamento del consulente Lorenzo Cola e ha raccolto le dichiarazioni di Di Lernia. Gli altri che cosa hanno fatto?».
Il riferimento è alle richieste di arresto per Borgogni, per due dirigenti dell’Enav (società nazionale per l’assistenza al volo) e per Marco Iannilli, imprenditore legato a Cola, tutti accusati di avere concesso appalti alla Selex e, indirettamente, a Di Lernia e Iannilli. La parte della richiesta di custodia cautelare che ha retto al vaglio del gip è quella impiantata sul lavoro di Capaldo. Il giudice romano Anna Maria Fattori, invece, non ha concesso le manette per Borgogni: mancavano le prove.
Come è possibile allora la continua fuga di notizie (vere o presunte) sui politici? Per qualcuno la causa va ricercata nelle disavventure in cui è incappato Capaldo, al quale è stato sottratto il fascicolo in agosto. Ad abbatterlo è stato un missile terra-aria partito dalla Procura di Napoli. Nella testata c’è questa accusa: il 16 dicembre 2010 il procuratore aggiunto ha pranzato con il ministro dell’Economia Giulio Tremonti accompagnato dal suo consigliere politico, il già citato Milanese. Nulla di strano, se non fosse che lo stesso Milanese in quel momento era sotto la lente d’ingrandimento della Procura di Roma, e sarebbe stato ufficialmente indagato il 5 gennaio 2011, proprio da Capaldo e da Paolo Ielo.
Di che cosa hanno parlato i tre commensali? Non è dato saperlo, né esistono prove che sia stato consumato alcun reato. Ma il Consiglio superiore della magistratura ha aperto un procedimento preliminare per verificare una possibile incompatibilità ambientale, e presto sulla vicenda saranno chiamati a testimoniare Ielo e Alberto Caperna, un altro magistrato del pool romano su Enav-Selex-Finmeccanica.
Ma c’è un altro motivo per cui Capaldo ha dovuto abbandonare la sua «creatura». In un’intercettazione telefonica del luglio 2010 il presidente dell’Enav Luigi Martini anticipa a Borgogni che sarebbe in arrivo una «bastonata sui denti» per Capaldo da parte della Guardia di finanza. Capaldo, nei giorni successivi, chiede conto a Martini anche di quelle parole: vuole capire chi intenda sabotare l’inchiesta. Nel frattempo la notizia va sui giornali, l’intercettazione viene spedita alla Procura di Perugia, che apre un fascicolo, e i nemici di Capaldo hanno un motivo in più per chiedere che si faccia da parte, affossando le sue ambizioni di diventare procuratore della capitale.
Alla fine Capaldo cede il passo e alcuni colleghi festeggiano. Certamente quelli che accusano il procuratore aggiunto di essere indulgente con i politici (Piero Marrazzo compreso), in particolare con Milanese e Tremonti, oltre che con Borgogni e Guarguaglini. I sostenitori del magistrato rispondono affermando che, se l’inchiesta è a questo punto, lo si deve anche alla pervicacia di Capaldo che prima ha avviato l’indagine sulla Fastweb, poi ha indirizzato le indagini su Cola e la Digint, società della Finmeccanica, e infine è arrivato a Di Lernia e al primo politico, il tesoriere dell’Udc Naro.
Questi i dati storici. Peccato che gli arresti concessi il 19 novembre dalla giudice romana Fattori siano stati l’occasione (sui giornali) per raccontare tutta un’altra vicenda giudiziaria: quella in fase di cottura presso la Procura di Napoli. In cui, sembra, i politici rosoleranno per mesi nel pentolone che ha appena scodellato altre due inchieste note: quella sulla cosiddetta P4 e quella sulla presunta estorsione ai danni dell’ex premier Silvio Berlusconi.

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Il 28 Novembre 2011 alle 17:25 Finmeccanica, la verità di Lorenzo Borgogni | Editori Online ha scritto:

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