Per i rom un odio “trasversale”. Che dura da almeno 500 anni

Il campo abusivo a Torino, come appare dopo il raid (ANSA/TONINO DI MARCO)

Il campo abusivo a Torino, come appare dopo il raid (ANSA/TONINO DI MARCO)

Claudia Daconto “Se immaginiamo la nostra società come una casa, la comunità rom è la pattumiera dove buttare tutto quello che non ci piace”. Quando ha sentito del rogo del campo torinese della Continassa, appiccato dalla gente del quartiere in cui abita la 16enne che si è inventata di essere stata violentata da due rom per nascondere ai genitori la sua prima esperienza sessuale con un giovane italiano della zona, Carlo Stasolla, presidente dell’Associazione 21 luglio per la difesa dei diritti dell’infanzia e in particolare dei bambini rom, non ha potuto che ripensare al precedente, di cui in Italia si è parlato davvero troppo poco, del rogo di Ponticelli del 2008.

Siamo nel mese di maggio, Angelica è una ragazza rom di 16 anni che vive in un campo a Ponticelli, quartiere a est di Napoli, e spesso si reca in una palazzina dove abitanoo quattro famiglie tra cui i Martinelli che hanno l’abitudine di lasciare sacchi di vestiti usati fuori dalla porta. La mattina dell’11 maggio Angelica viene accusata di essere entrata nella casa di Flora Martinelli con l’intento di portarle via la bambina di 6 mesi. Si scatena allora una caccia allo zingaro fino a quando, il 13, i Martinelli, accompagnati dalla gente del quartiere, danno fuoco al campo di Ponticelli. Nessuno dirà, tranne un giornalista spagnolo, che Flora è figlia di un boss della Camorra, “o’ cardinale”, che punta a costruire sullo stesso terreno a cui era stato dato fuoco il Para Ponticelli: un affare da 200 milioni di euro che fa gola a diversi clan camorristici.

“Questo è il peccato capitale che sta alla base dello stato d’emergenza e dei piani nomadi in tutta Italia. Come a Ponticelli, così a Torino, sulla base di un fatto mai avvenuto si adottano – spiega Stasolla a Panorama.it - provvedimenti che talvolta celano altri interessi anche di natura malavitosa”.

Alla fiaccolata che poi è degenerata nel rogo del campo di Torino hanno preso parte anche alcuni esponenti del Pd locale. Ci trova una contraddizione rispetto al fatto che Torino è amministrata da anni da una giunta di centrosinistra?

Per niente. Le politiche anti-rom sono trasversali. Se penso agli sgomberi effettuati dall’ultima amministrazione Veltroni a Roma nell’ottobre-novembre 2007 non posso non segnalare che sono stati di una ferocia maggiore di quelli condotti attualmente dalla giunta Alemanno. Anche in termini quantitativi: Veltroni in un mese è riuscito a rimpatriare mille rom romeni, impresa mai riuscita ad Alemanno.

Come giudica invece il fatto che, come nel caso del duplice omicidio di Novi Ligure - quando Erika De Nardo accusò due rapinatori romeni della morte della madre e del fratellino, che invece aveva trucidato lei stessa insieme al fidanzatino Omar - anche a Torino una giovanissima scarica la colpa di una violenza, mai subita, proprio su dei rom?

Non è un caso che da un recente sondaggio effettuato tra gli studenti, il 70% di loro abbia risposto che come vicino di banco non vorrebbe mai uno zingaro. Ma non pensiamo che sia un atteggiamento recente. E’ da 500 anni che la storia dei rom in Italia è questa. Questa è la funzione sociale del popolo rom: essere il cestino dove buttare tutto. Il capro espiatorio per tutti i mali. I rom non hanno capacità di difesa, non ci riescono da soli e non hanno nessuno che lo faccia per loro. Rappresentano la diversità, qualcosa che fa paura, che rimanda alle streghe medievali e hanno assunto questa funzione sociale: la società ha bisogno di vomitare le colpe su qualcuno e i rom sono la pattumiera della società.

Ma se è vero che il nostro razzismo verso i rom ha origine, almeno in parte, da istinti primordiali come questo, cosa dire invece del modo in cui spesso questa comunità viene rappresentata sui giornali costretti, oggi, a chiedere scusa – come ha fatto La Stampa – per aver scritto in un titolo “Mette in fuga i due rom che violentano sua sorella” quando, per ammissione degli stessi giornalisti del quotidiano torinese, mai si sarebbero sognati di scrivere: mette in fuga due “torinesi”, due “astigiani”, due “romani”, due “finlandesi”?

Credo che ciò si ancora meno giustificabile del razzismo manifestato dalla gente perché, in questo caso, non si tratta di una reazione che risponde all’istinto. La stampa dovrebbe ricordarsi di più di quanto dice la Carta di Roma, come le istituzioni e le amministrazioni dovrebbero ricordarsi, quando redigono ordinanze che hanno a che fare con le politiche sociali, che stanno parlando di persone, di esseri umani, mentre di solito traspare non solo freddezza e distacco ma anche un chiaro intento discriminatorio e repressivo.

Cosa dice la Carta di Roma?

La Carta di Roma raccomanda ai giornalisti di non impigrirsi sulle parole, di chiamare gli immigrati con il loro nome e quando devono raccontare fatti di cronaca di sentire sempre tutte le campane al fine di evitare proprio quanto accaduto in quest’ultima occasione.

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Il 13 Dicembre 2011 alle 9:18 Notizie e Cronaca : Per i rom un odio “trasversale”. Che dura da almeno 500 anni ha scritto:

[...] Italia Pubblicato: 13 dicembre 2011 Autore: aggregatore Sezione: Notizie e Cronaca [...]

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