La protesta dei ferrovieri licenziati, da quattro giorni sulla torre

La protesta dei ferrovieri (ANSA / GIUSEPPE ARESU)

La protesta dei ferrovieri (ANSA / GIUSEPPE ARESU)


di Andrea Monti

Da quattro giorni e quattro notti sono su una torre all’esterno della stazione centrale di Milano, in fondo al binario 22. Tre addetti all’accompagnamento notte della Servirail (ex Wagon-Lits) protestano per il taglio ai treni notturni e a lunga percorrenza, che da ieri ha fatto scattare circa mille licenziamenti: 200 per i lavoratori delle pulizie e 800 per quelli di tre aziende dell’indotto delle Ferrovie dello Stato (la Servirail, che si occupa dei collegamenti nazionali, la Wasteels, che cura quelli internazionali, e la Rsi, impegnata nella manutenzione). Oliviero Cassini è uno dei ferrovieri che sono sulla torre.
Perché avete deciso di protestare così?
Siamo stati costretti. Le assicuro che non è piacevole, ma non abbiamo avuto alternative. Nessuno ci sta dando risposte. Eppure le lettere di licenziamento sono arrivate il 29 settembre. Il tempo di affrontare la situazione in modo migliore c’era, se ci fosse stata la volontà politica.
Come sono andati questi giorni sulla torre?
La temperatura è scesa, ma il freddo si può combattere coprendosi. Ora c’è una forte umidità, che è più difficile da sopportare. Comunque andiamo avanti.
Ieri è partito il nuovo orario di Trenitalia.
E sono partiti i licenziamenti, senza ammortizzatori sociali. Parliamo di famiglie monoreddito con moglie e tre figli a carico, di persone vedove con figli da mantenere, di marito e moglie (con figli) che erano nella stessa azienda e hanno perso entrambi il lavoro.
Come si è arrivati a questa situazione?
Si è preferito tagliare i treni a lunga percorrenza, che sono un servizio pubblico, per favorire l’alta velocità. Questo a danno soprattutto dei meno abbienti, che ora devono pagare un biglietto raddoppiato e subire il disagio di scendere da un treno e salire su un altro. Tenga conto che la maggior parte dei passeggeri sono anziani, spesso con bagagli pesanti, che attraversano l’Italia per raggiungere i cari o per problemi di salute.
Cosa chiedete?
Di essere ricollocati in qualche modo, nel rispetto delle nostre professionalità e dei nostri diritti acquisiti.
Come potreste essere ricollocati?
Non chiediamo di diventare ferrovieri, ma di fatto lo siamo. Usiamo gli strumenti che usano loro. Abbiamo lo stesso telefonino e lo stesso palmare. Conosciamo le lingue come loro. Trenitalia è responsabile degli esuberi e deve farsene carico. Di recente l’azienda ha pubblicato bandi di concorso per 600 assunzioni. Significa che ci sono possibilità di essere ricollocati anche all’interno del gruppo, o comunque nei trasporti.
Oggi doveva esserci un incontro con l’assessore regionale a Infrastrutture e Mobilità.
L’incontro c’è stato, ma non sappiamo ancora nulla. Stasera o domani potrebbe essercene un altro a Roma. Nei giorni e nei mesi scorsi ci sono state solo chiacchiere. Si sono fatte scelte sbagliate a scapito del servizio pubblico. Sono state ristrutturate 250 carrozze con soldi pubblici: una parte è stata convogliata su un servizio privato gestito da Trenitalia e dalla società francese Veolia, un’altra parte circola solo da Roma in giù, un’altra ancora è ferma, abbandonata.
Quanto resterete sulla torre?
Non dipende da noi. Finora la politica non ci ha dato nessuna risposta concreta. Il settore si sta “marchionnizzando”: si approfitta della crisi per promuovere la massima deregulation, fare gare d’appalto al massimo ribasso, agire in libertà senza contratti di riferimento. È la giungla più assoluta, senza vincoli.

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