
Maurizio Landini (d) segretario Generale FIOM partecipa al corteo di contestazione dei lavoratori fuori dall'Unione Industriale durante l'incontro tra FIAT e Sindacati dopo la disdetta dei contratti all'Unione Industriale
Scontro sull’articolo 18, quello della tutela del posto di lavoro capiti quel che capiti. La ministra Fornero vuole mettere mano su questo articolo e di fatto abolirlo, i sindacati l’aggrediscono, la Camusso in particolare, accusandola a loro volta di aggressione. La Fornero ricorda che i due giuslavoristi Massimo D’Antona e Marco Biagi furono assassinati proprio perché studiavano una nuova ingegneria nel campo del lavoro. Quel campo è minato. È tabù e finora chi ha osato metterci piede, come Biagi e D’Antona appunto, ci ha rimesso la pelle.
Prima notazione marginale ma non troppo: lo scontro sul lavoro vede in campo come protagoniste tre donne: Elsa Fornero, ministro del Lavoro, Susanna Camusso che occupa il posto di segretario generale della Cgil in passato di uomini come Lama e Cofferati, Emma Marcegaglia presidente degli industriali italiani, poltrona che fu occupata un tempo da Gianni Agnelli. Forse la gente è distratta, ma ecco una situazione del tutto nuova ed eloquente quanto a presenza femminile nei ruoli che contano, altro che “quote rosa” e altri loffi palliativi politicamente corretti. Nessuna di queste tre donne poserebbe o avrebbe posato per un calendario.
Secondo punto: la stabilità vita natural durante del posto di lavoro. Esperienza personale: da italiano ho sempre saputo che la grande ambizione degli italiani è il “posto fisso”, quello dalla culla alla bara, con pensione automatica possibilmente di anzianità. I “posti fissi” per eccellenza erano quelli nello Stato e para-Stato: pubblica amministrazione, regioni, comuni e provincie. Entri lì, ed è fatta. Chi vuole lavorare, lavora; chi vuole fare le parole incrociate è libero di farlo, un cappuccino qua e il dottore non risponde di là, la carriera si fa da sé.
Questo andazzo prese piede anche nell’industria privata perché nell’Italia democristiana, spendacciona e ammortizzatrice di ogni trauma, si metteva a debito (pubblico) ogni azienda decotta per soddisfare i sindacati che non difendevano la buona salute industriale delle aziende, ma sempre e soltanto il posto di lavoro. E’ così che in Italia si è formato un circolo vizioso: si considera lavoro soltanto quello eterno, stabile e inamovibile, mentre si considera precario tutto ciò che non è garantito per sempre.
Abbiamo imparato molto tardi che il lavoro a posto fisso è una chimera che genera una distorsione inevitabile: dove i posti sono fissi, il lavoro è di qualità inferiore e, se c’è competizione, è meno competitivo.
Quando andai in America per “La Stampa” toccai con mano la precarietà e le sue conseguenze: in quel Paese, ma non soltanto in quello (basta guardare il vicino Regno Unito) la gente va a lavorare sapendo che una brutta mattina può trovare sul tavolo una lettera di licenziamento per i motivi più vari: l’azienda deve fare dei tagli e per prima cosa rinuncia ai lavoratori non sposati e senza figli, dunque saltano i giovani e poi i meno giovani. Come la prendono i lavoratori? Malissimo, non c’è dubbio, e con molti casi di grave depressione e disperazione perché perdere il lavoro non è mai una festa, specialmente là dove non esistono ammortizzatori sociali come la nostra cassa integrazione.
Tuttavia, superato il trauma, i lavoratori americani o inglesi che si trovano “jobbless”, disoccupati, sanno che un nuovo lavoro prima o poi arriva, perché così gira l’economia: oggi la tua azienda non c’è più, ma domani ce ne sarà un’altra che ti offre il posto. E’ stressante, non c’è dubbio, ma tutto è integrato nel sistema della produzione, della concorrenza, del profitto. Capitalismo puro, anzi no: impuro perché ovunque esistono dei paracadute e degli ammortizzatori leggeri e dunque non si tratta di capitalismo “selvaggio”, ma pur sempre di capitalismo.
E qui sta la parte ideologica del problema. Per un secolo abbondante l’umanità ha provato a sperimentare delle economie collettive e socialiste che non ricorressero alla produzione all’insegna del profitto. Hanno fallito tutte. Una sola ha resistito, ed è quella del comunismo cinese che però si è trasformata a sua volta in capitalismo puro: per chi ricorda la lunga marcia di Mao Zedong e più tardi la rivoluzione delle guardie rosse negli anni Sessanta, sembra impensabile e impossibile che fra le grandi Borse di cui si spia l’apertura e la chiusura ci sia quella fondamentale di Shangai. Ma così è. La conseguenza segue implacabilmente: la “ricchezza delle nazioni” di cui scrisse Adam Smith viene prodotta dal lavoro all’interno di un sistema competitivo, pubblico o privato che sia.
Competono le università, gli istituti di ricerca, gli studenti a caccia di borse di studio, competono le scuole d’arte, le case editrici, le correnti culturali e le opinioni scientifiche, competono i sistemi operativi dei cellulari e i metodi diagnostici nelle cliniche mediche. Queste competizioni sono spesso del tutto pacifiche, aperte alla collaborazione e a volte al progresso, ma certamente avvengono a condizione che tecnici, scienziati, poeti, pittori, studenti, operai, giornalisti e quant’altri, siano sul mercato della produzione degli oggetti e delle idee. E che ognuno faccia la sua parte, senza posizioni di rendita, simboleggiate dall’eterno usciere ministeriale perennemente alle prese con il cappuccino al bar.
Torniamo all’Italia e che cosa si scopre? Nulla che già non sapessimo. La competizione ha il piombo nelle ali a causa della inamovibilità di chi prende una retribuzione senza dare il corrispettivo di un lavoro che giustifichi quella retribuzione. A peggiorare le cose c’è l’equivoco determinato dalla nostra Costituzione in cui si legge che il lavoro è un diritto. Si tratta di un principio generoso e utopistico determinato dal particolare clima politico e sociale del momento storico in cui la Costituzione fu pensata e varata. E purtroppo la Costituzione non dice tutta la verità, ma fa soltanto un augurio. Infatti, se davvero il lavoro fosse un “diritto”, dovrebbe essere indicato l’ente incaricato di fornire questo servizio, pubblico ho privato che sia: chi infatti ha il “dovere” di fornire il lavoro come diritto?
La realtà è che possono assumere e dare lavoro soltanto le aziende in grado di produrre ricchezza e distribuirla, o che hanno scorte sufficienti – magari con l’aiuto pubblico – per sopravvivere a qualche crisi, ma sempre con la prospettiva di produrre ricchezza. Una azienda che non produca ricchezza, nel sistema capitalistico sia occidentale che orientale (Cina, Giappone, India, Corea del Sud, Taiwan) è destinata a chiudere. E se non chiude per le pressioni sindacali che intendono proteggere i posti di lavoro, quella mancata chiusura diventa debito pubblico, come la nostra economia insegna. In una economia sana, dunque, deve essere sempre possibile lasciar morire le aziende che non sono in grado di stare sul mercato e purtroppo deve essere possibile licenziare lavoratori che non possono più servire alla produzione. Non in maniera brutale, sempre con passaggi studiati e creati per ridurre il trauma e moltiplicare le occasioni di ritorno al lavoro, ma la sostanza resta: talvolta bisogna licenziare, per doloroso che sia. Se poi il sistema è sano, allora chi perde il lavoro lo ritroverà in un tempo breve. Ma se il sistema è ingessato da mille protezioni, imbragature, finzioni e ipocrisie, allora va a picco come un ferro da stiro.
In Italia la riforma che il governo Monti affronta, par di capire da quel che dice la ministra Fornero, ha lo scopo di eliminare un certo numero di stipendiati privilegiati che producono poco o nulla, per far posto a giovani e donne. Oggi il mercato del lavoro segue due regimi: uno è quello dei privilegiati delle vecchie generazioni passate, dei protetti dalla culla alla bara, inamovibili e quasi sempre scarsamente produttivi. E l’altro è il regime dei contratti a termine, dei precari, degli stagisti, di quelli che lavorano surfando le onde normative. In questo modo centinaia di migliaia di italiani fanno lo stesso lavoro di altre centinaia di migliaia (almeno sulla carta) ma sono pagati in modo diverso.
Ci sono discriminati che vivono nell’ansia della precarietà e quelli che difendono a spada tratta i diritti acquisiti e, giustamente dal loro punto di vista, non mollano. Fra costoro esiste sicuramente una percentuale, piccola o grande che sia, di persone che non rendono in produttività l’equivalente della loro busta paga. Il sistema-Paese d’altra parte in questa fase di crisi economica infernale non è in grado di garantire la nascita di molti nuovi posti di lavoro, anzi probabilmente li ridurrà, nel numero assoluto. E allora, in questo panorama, l’unico modo per far passare una quota di precari, di donne e di giovani dall’attuale condizione di penosa disoccupazione o sotto-occupazione senza garanzie, è quello di eliminare chi non lavora, cioè licenziare, così come si fa in ogni economia occidentale, seguendo regole ferree e non selvagge, in un regime di controlli, di verifiche e di protezione da ogni arbitrio.
Ma il risultato finale deve essere quello di liberare stipendi buttati al vento, per darli a chi è in grado di corrispondere producendo e questo risultato, attraverso una procedura garantista e giuridicamente perfetta, si può ottenere soltanto cancellando posti di lavoro improduttivi, da riempire con nuovi posti di lavoro produttivi assegnati a donne e giovani. Questo è il nodo e di qui non si scappa. L’importante è che nessuno ci rimetta la faccia, né il sindacato, né il governo, né gli industriali e che almeno in apparenza non ci siano vincitori e vinti. Ma nella realtà, si dovrà arrivare ad alcuni licenziamenti selettivi e questa per l’Italia sarà un novità e una medicina amarissima. Del resto sappiamo tutti che questo governo è stato chiamato come i conigli neri al capezzale del morente Pinocchio per mostrare la medicina e la bara in alternativa. E questo lo può fare soltanto un governo che abbia le mani libere, una maggioranza solida e la voglia politica di fare ciò che la politica non ha avuto la forza di fare a causa dei suoi sistemi interni di veti incrociati.
Berlusconi ha detto: “Se avessi fatto io una manovra del genere mi avrebbero linciato”. Probabilmente non ha torto, ma adesso il linciaggio elettorale lo rischiano di più le forze politiche di sinistra, il Pd in primis, costrette ad approvare riforme come quella dell’articolo18. E questo è un motivo di forza per il governo, visto che nessuno vuole le elezioni per pagare il dazio delle riforme impossibili e impopolari.
- Martedì 20 Dicembre 2011

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