di Raffaella Fanelli
C’è una testimone per il delitto di Peppino Impastato. Si chiama Provvidenza Vitale ed era di turno al passaggio a livello di Cinisi la notte tra l’8 e il 9 maggio del 1978, quando il giornalista venne ucciso dai sicari di Cosa Nostra. Eppure in trent’anni nessuno l’ha mai interrogata.
“Perché nessuno l’ha mai cercata”, ha dichiarato a Panorama.it Giovanni Impastato, fratello di Peppino.
Ascolta l’intervista
“I carabinieri scrissero semplicemente che la donna era irreperibile”. Solo che Provvidenza Vitale è sempre stata a Terrasini, cittadina attaccata a Cinisi. Da lì non si è mai mossa. E questo l’hanno scoperto, pochi giorni fa, gli uomini della Dia di Palermo che sono andati a bussare alla sua porta. La donna, al sostituto procuratore Francesco Del Bene, ha dichiarato di non essere mai stata convocata in trentatré anni e mezzo. Ha detto che mai nessuno è andata a cercarla. Eppure lei era lì quando venne ucciso il giornalista che dava fastidio a Cosa Nostra. Che accusava il boss Tano Badalamenti dai microfoni di radio Aut.
Perché allora, per tutti questi anni, i carabinieri avrebbero cercato in tutti i modi di nascondere l’esistenza di una teste chiave?
“Questa testimone poteva essere pericolosa, poteva raccontare…”, dice ancora Giovanni Impastato. “Lo scorso anno è stata aperta una nuova indagine sui depistaggi e la procura di Palermo sta indagando. Qualcuno sarà chiamato a rispondere, anche se oggi è un generale. La notte in cui morì Peppino i carabinieri vennero a casa nostra e sequestrarono diversi documenti appartenuti a mio fratello che raccolsero in 4 grossi sacchi neri. Quando ne chiesi la restituzione mi riconsegnarono soltanto 6 volantini. Che fine ha fatto tutto il resto? Perché è svanito?”.
Interrogativi che vanno ad alimentare le tante domande che sta suscitando la nuova indagine sul caso Impastato aperta dal procuratore aggiunto della Dda di Palermo Antonio Ingroia e dal sostituto Del Bene. “Mio fratello poco prima di morire – ricorda Giovanni Impastato – si stava interessando attivamente alla strage della casermetta”. Due i carabinieri uccisi ad Alcamo, Carmine Apuzzo e Salvatore Falcetta, la notte del 27 novembre 1976. Per il duplice omicidio furono condannati Giuseppe Vesco, Gaetano Santangelo, Giovanni Mandalà, Giuseppe Gulotta e Vincenzo Ferrantelli. Vesco morì in carcere in strane circostanze, mentre gli altri furono torturati e convinti a firmare la confessione. Mandalà morì prima della sentenza. Una sentenza che è stata annullata dalle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia. Anche da quelle di Vincenzo Calcara, ex-killer della cosca dei Messina Denaro che nel 2008 ha parlato di una strage a cui la mafia diede copertura. “Forse mio fratello era riuscito a capire qualcosa in più”. Forse era riuscito a scoprire un’ importante amicizia di Tano Badalamenti. “Il boss era vicino a personaggi dell’Arma”, ricorda Giovanni Impastato. Amicizie importanti che avrebbero protetto un traffico d’armi e di droga. Forse per questo le indagini furono depistate fino a “nascondere” il teste chiave.
- Mercoledì 21 Dicembre 2011

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