Culturalmente e politicamente astuta, ma soprattutto giusta e opportuna, la lettera del Presidente Giorgio Napolitano al direttore della rivista Reset, Giancarlo Bosetti. Che cosa dice Napolitano? Al sodo:
1) Il mondo è cambiato e le forze riformiste devono fare i conti con le sfide di un’economia di mercato globalizzata, rimuovendo le incrostazioni corporative e assistenzialistiche, quindi anche le degenerazioni parassitarie del “Welfare all’italiana”.
2) L’Italia deve guardare all’Europa, ma anche l’Europa si trova a un bivio fondamentale della sua storia e purtroppo le leadership europee sono in affanno davanti alla crisi dell’euro, appaiono “palesemente inadeguate” anche a causa di un generale arretramento culturale e politico-democratico.
3) Per vincere le sfide attuali, occorre che il riformismo di sinistra si sposi con la tradizione del liberalismo più illuminato, in particolare col filone di pensiero politico-economico che si riconosce nell’insegnamento di Luigi Einaudi, economista e (non a caso) già Presidente della Repubblica (il secondo in ordine di tempo e il più stimato dagli italiani fra i predecessori di Napolitano).
È evidente che Napolitano si riconosce nella traiettoria di pensiero del grande predecessore. Nato socialista, Einaudi si spostò progressivamente verso posizioni liberiste, diventò capo dello Stato e si distinse per la sua lucidità di pensiero e l’onestà materiale e intellettuale. Napolitano, nato comunista, ha maturato un riformismo dialogante con gli ambienti liberali. E Bosetti, direttore di Reset, a suo modo incarna la fusione delle tradizioni socialiste e liberali, critico rispetto al fanatismo clericale ma anche laicista, e fautore di una politica aperta verso le dinamiche della varietà culturale e dell’integrazione migratoria. Altro terreno, questo, sul quale s’incontrano socialisti e liberali. Si spiega la sintonia tra Napolitano e liberali doc come Antonio Martino. E si spiega l’opposizione di Napolitano e degli ambienti moderati, anche di centro-destra, alla visione arcaica di un leghismo che sceso dal carro dei vincitori è risalito sul Carroccio degli albori barbarici.
Tutto torna, quindi.
E il cerchio si chiude con l’appoggio implicito, anzi di più, il pungolo, di Napolitano al “suo” governo, al governo Monti, perché dopo aver avviato la riduzione e selezione della spesa pubblica passi alla sburocratizzazione, al risanamento degli apparati istituzionali e, infine, alla rifondazione delle politiche sociali “in coerenza con l’epoca della competizione globale e con le sfide che essa pone all’Italia”. In questo modo, Napolitano rimarca la distanza dal massimalismo sindacalista e dalla retorica leghista, che sono oggi le principali fonti di opposizione a Monti. Lo fa mantenendo “alto” il profilo del Quirinale, punto di sintesi tra pensiero liberale e socialista, e con un esplicito richiamo al futuro dell’Italia e alla prospettiva di “Unione federale europea”. Ancora nel segno di Einaudi.
Resta solo, dal punto di vista liberale, un dettaglio fastidioso: l’anomalia del governo “tecnico”…
- Giovedì 29 Dicembre 2011


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