- Tags: Giorgio Napolitano, politica
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È stato un lungo anno il 2011. Lungo e difficile. Per l’Italia e per il suo Presidente. Ma è stato anche il suo anno: l’anno di Re Giorgio. Dalle celebrazioni per i 150 anni dell’Unità d’Italia, di cui può, a ragione, rivendicare il successo, alla costante partecipazione al dramma delle morti sul lavoro, della perdita del lavoro, delle carceri, dalla violenza contro i più deboli, in particolare stranieri, all’impegno per il riconoscimento dei diritti dei “nuovi italiani”; fino al ruolo di primo piano assunto nelle ultime settimane sullo scenario politico in qualità di garante del cambio di guardia a Palazzo Chigi: Giorgio Napolitano può essere considerato a pieno titolo “l’uomo dell’anno”.
Particolarmente atteso è dunque il tradizionale discorso del 31 dicembre che, vergato di suo pugno, il Capo dello Stato pronuncerà domani sera e di cui stanno trapelando le prime anticipazioni. “Il presidente ha raccolto una serie di dati da cui emerge che il Paese è psicologicamente depresso - svela a Panorama.it il quirinalista del Corriere della Sera Marzio Breda - Il suo, perciò, sarà un discorso volto a infondere fiducia in una possibile ripartenza. Napolitano cercherà di convincere gli italiani che dopo i sacrifici, i tagli, le manovre, arriverà una nuova fase di sviluppo e di crescita”.
L’altro tema su cui dovrebbe vertere il messaggio è quello del cosiddetto “partito dei non rappresentati”: giovani senza lavoro, che spesso hanno anche smesso di cercarlo, e le donne. Cornice e filo conduttore, le celebrazioni per i 150 anni dell’Unità al cui spirito Napolitano farà riferimento per sottolineare come il Paese debba rimanere coeso in questo momento come ha dimostrato di saper essere nei momenti più difficili della sua storia.
Non si escludono riferimenti a fatti o situazioni da cui il presidente si è sentito particolarmente coinvolto nel corso dell’anno, come la visita agli operai della Fincantieri di Portovenere che in quell’occasione invitò, a sorpresa, a pranzo in trattoria per un momento di tregua nella loro disperazione; ma anche il ricordo delle città visitate per festeggiare i 150 anni e in particolare quelle roccaforti leghiste come Bergamo, Varese o Verona che gli hanno manifestato grande entusiasmo.
Parlerà semplice. Per entrare nelle case degli italiani Giorgio Napolitano userà un registro ancora più informale del solito e un tono colloquiale e diretto, nel solco di una tradizione rispettata anche da tutti i suoi predecessori.
IL PRESIDENTE E I PRESIDENTI DEL PASSATO
Secondo Marzio Breda, che ha conosciuto tutti gli ultimi presidenti da molto vicino, è sicuramente a Carlo Azeglio Ciampi che, per stile, Napolitano assomiglia di più, nonostante una sua cifra unica e inconfondibile.
“Sandro Pertini parlava completamente a braccio, aveva un carisma eccezionale. È stato il vero nonno della Repubblica con una grande storia umana e politica alle spalle. Di Oscar Luigi Scalfaro si ricorda soprattutto la lunghezza dei suoi messaggi: 45 minuti segnarono il record assoluto. Scioccante, invece, l’ultimo intervento di Francesco Cossiga: brevissimo, quasi telegrafico. Disse solo che non potendo dire quello che avrebbe voluto si limitava a fare i suoi auguri al Paese, lasciando ovviamente tutti stupefatti. Ciampi è stato senz’altro il più sobrio. Discorsi sempre piuttosto istituzionali ma comunque molto efficaci. Anche lui, come Napolitano, si batteva contro la retorica del declino, i catastrofisti di casa nostra, i millenaristi che profetizzano sempre sventure; anche lui cercava di infondere nei suoi fiducia e speranza insistendo sempre molto sul valore dell’identità nazionale e sui suoi simboli come l’inno e la bandiera”.
Alla domanda se il titolo di “uomo dell’anno” quest’anno debba spettare proprio all’ultimo dei nostri presidenti, Marzio Breda risponde senza esitazioni di sì “perché ha sbloccato una fase politica senza ricorrere a forzature. Anche quando per mesi, da più parti, lo imploravano di far dimettere Berlusconi, anche quando durante l’estate arrivavano messaggi ultimativi dall’Europa, dalla Bce, da mezzo mondo, sulla crisi italiana, sulle inerzie del nostro governo, lui non ha mai ceduto alla richiesta di fare qualcosa per mettere fuori gioco il presidente del Consiglio ben consapevole che si sarebbe trattato di un colpo di Stato.
È intervenuto direttamente solo quando, con il venir meno della maggioranza in Parlamento, ha deciso di evitare al Paese una lunga paralisi elettorale che ci sarebbe stata se avesse sciolto le camere. Ha allora tentato, chiamando tutti alla responsabilità, la strada dell’esecutivo tecnico. I partiti, davanti al suo appello, non hanno potuto sottrarsi ed è stato così che è nato il governo Monti”.
Ed è stato anche così che, in pochi mesi, Giorgio Napolitano è diventato l’artefice e il protagonista della svolta più importante degli ultimi 15, 16 anni. Re Giorgio, appunto.
- Venerdì 30 Dicembre 2011

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Commenti
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Il 30 Dicembre 2011 alle 21:16 Notizie e Cronaca : Che cosa dirà Giorgio Napolitano nel discorso di fine anno ha scritto:
[...] Italia Pubblicato: 30 dicembre 2011 Autore: aggregatore Sezione: Notizie e Cronaca [...]
Il 31 Dicembre 2011 alle 14:23 antiom ha scritto:
Atteggiamenti e posizioni ideologiche a prescindere.
In riflesso all’operato del governo di “transizione”, alla fine dell’anno: non posso fare a meno di dire che, oltre al tecnicismo, all’inglesismo, anche quando non era il caso; il 2011 sia stato l’anno della magnificenza della Cultura, oltre che di grandi sconvolgimenti economici di cui, ancore, non si vede la fine! E pure l’anno della continuazione delle non congrue e sane valutazioni generali.
Infatti, nonostante il passar del tempo dalla fine della guerra e avvento della democrazia, la maggiore conoscenza del sottobosco politico amministrativo, relativamente privilegi e corruttele più o meno trasversali, iniquità largamente diffusa, e mutate condizione economica: siamo ben lontani dal consolidamento e affermazione, se mai ci sarà, del giudizio e valutazione razionale senza influenze politiche ideologiche.
E’triste: sotto questo aspetto la negatività è destinata a prevalere. Le occasioni, non solo recenti, lo dimostrano. Come la ricerca strumentale e mistificatoria del serbatoio di voti degli extracomunitari, da parte della sinistra. Per cui, quanddanche si giungesse a far rinsavire gli italiani, anche quelli fuori dagli interessi corporativi dell’egemonia comunista: non si giungerà mai alla serena valutazione di popolo civile. Nemmeno per la scelta di un giornale.
L’Italia è un paese estremamente difficile da governare: anche in questo momento in cui, finalmente dopo una vita di mistificazioni, si è giunti a “giocare” a carte scoperte; nel senso che tutti i nodi sono venuti al pettine e si conoscono tutte o quasi tutte, le malefatte del comunismo e succedanei.
Si può obbiettare che il comunismo non esiste più, come non esiste il fascismo. Al che, c’è da dire che i cosiddetti vincitori che hanno operato nel 45 e post 68 l’assalto alla “diligenza”, secondo la filosofia di Mark: hanno creato, insieme ai cattolici, l’egemonia cattocomunista molto diffusa e ramificata; specialmente nella cultura con il coinvolgimento di tutto e tutti come una sorta di locomotiva su cui, in massa, sono saliti, pur nel continuo cambiar di sigle e denominazioni.
Personalmente vorrei poter essere di sinistra, ma non potrei per il continuo porsi nelle posizioni sbagliate, come quella di festeggiare, per giorni, la caduta di Berlusconi, (anche, “responsabile” dello spread?!) la faziosità comunista geriatrica del Colle e stampa amica: di cui quella della morte di Bocca è un fulgido esempio se paragonato al miglior commento, venuto da dove non si aspettava, il Giornale.
Sorge spontanea la domanda: perché milioni di persone sono di sinistra, non disposte a valicare lo steccato virtuale, con cui gli italiani sono disgraziatamente divisi?
Non è facile rispondere compiutamente ad una domanda cosi circostanziata su un fenomeno qual è stato ed è tutt’ora la sinistra, per l’impatto egemone delle sue innumerevoli articolazioni in tutti i settori importanti della nazione: anche perché fra tutti gli schieramenti politici, antichi e moderni, è quello che fa pensare meno ad un partito politico. Ci sono motivazioni e concause che portano a pensare sia stato un modo o propensione dell’animo: di un’ideologia e modi di porsi nel sociale fondamentalmente lodevole, assistenzialista che può esistere in ciascuno di noi in modo razionale; dedita agli stati di necessità di persone, popoli, e nazioni.
Ora è solo affaristica, clientelare, autoreferenziale, di convenienza vigliacca: legata alle baronie culturali e artistiche, e poteri forti, a tutto discapito dei problemi della gente. Se combattuta è alquanta violenta. Giacché, attraverso i giornali di riferimento ha la capacità di denigrazione terrificante fino alla violenza, e di riempire e aizzare le piazze, col sostegno di centri sociali e sindacato Cgil.
Una delle incongruenze più significative della sinistra è costituito, appunto, dal serbatoio di voti di fighetti/e, benestante pseudo acculturati: che solo da quando è comparso Berlusconi si sono interessati di politica e di contrapposizione ben organizzata, che la destra no sa e può avere, semplicemente perché è maggiormente proletaria, più attiva e presente al lavoro.
Quando appena detto, infine, da uno con sola licenza media, potrebbe sembrare un’ammissione d’inferiorità verso i saccenti e spocchiosi acculturati del nulla: che confondono la nobile Cultura con etica e intelligenza. Se fossi diplomato o laureato, con funzioni alte: nelle attuali circostanze mi sentirei molto a disagio, fino alla vergogna per la mancanza di risultati sociali prodotti; e offeso verso gli imbecilli con uguale cultura che rappresentano, senza capirlo, la palla al piede al Paese.
Nonostante tutto, retoricamente, formulo auguri di Buon 2012, anche se non c’è da stare allegri con Monti!
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