Giorgio & Mario. Vite parallele di Napolitano e Monti, gli uguali-diversi che guidano l’Italia

Giorgio Napolitano e Mario Monti

Giorgio Napolitano e Mario Monti (Antonio Scattolon/FotoA3)

di Antonio Galdo

Quando nel 1965 il ventenne Mario Monti si laurea a pieni voti alla Bocconi, tempio della cultura liberale made in Italy, Giorgio Napolitano è già deputato del Pci da 12 anni e ricopre l’incarico di segretario della federazione di Napoli, fortino delle truppe amendoliane, l’ala destra dei comunisti italiani. Sono distinti e distanti per età, 18 anni di differenza; per radici territoriali, un lombardo nato a Varese e un napoletano di via Monte di Dio; per orizzonte politico, un liberale ortodosso inchiodato ai «vantaggi della società aperta» e un compagno che ha giustificato l’invasione dei carri armati sovietici a Budapest per «zelo conformistico ». Ma in realtà Monti e Napolitano rivisti attraverso la filigrana delle rispettive biografie sono molto più simili di quanto si possa immaginare. Oggi sono la strana coppia, due pezzi unici della riserva indiana dell’Italia repubblicana e diventati, insieme, i traghettatori di un Paese che tenta di uscire dal baratro e torna a scommettere sul tavolo di quella partita, la modernizzazione, dove ha sempre perso da almeno trent’anni.

Innanzitutto parliamo di due grandi borghesi, moderati nello stile e perfino nel profilo umano. Per Napolitano la politica è una scelta di vita, che lo distacca da un destino di avvocato meridionale e da un cenacolo di intellettuali napoletani (da Raffaele La Capria a Francesco Rosi, da Giuseppe Patroni Griffi ad Antonio Ghirelli) e nel dopoguerra lo trascina nel gorgo della catastrofe dell’ideologia e della violenza timbrata falce e martello, là dove, come ha scritto lo stesso capo dello Stato con toni di misurata autocritica, «chi è stato comunista, anche nel modo più indipendente, è stato partecipe della sconfitta».

Il maestro di Napolitano è stato Giorgio Amendola, che a Napoli chiamavano «Giorgio ‘o chiatto», per distinguerlo dall’allievo, «Giorgio ‘o sicco». Ma alla durezza stalinista dell’avversario storico di Pietro Ingrao, leader e icona della sinistra comunista, nel corso degli anni Napolitano ha contrapposto la propria cautela, il tocco aristocratico con quella testa fotocopia di re Umberto, la prudenza nelle analisi come negli scontri all’interno di un partito dove la disciplina era un dogma.

Per Monti, invece, la pacatezza coltivata in una brillante carriera accademica, circondato sempre da potenti colleghi bocconiani, e l’aplomb da rigoroso studioso gli hanno consentito di navigare con le stellette di ufficiale sul ponte di comando, e senza mai correre il rischio di un naufragio in quelle acque agitate (e talvolta torbide) dei poteri forti del capitalismo non solo italiano. Specie quando, sono sue parole, «sono diventati deboli, e l’intera società italiana si è trovata vittima del male oscuro della dittatura del breve termine».

Entrambi, Re Giorgio e Super Mario, sono stati accusati di mancanza di coraggio nei loro percorsi paralleli. Si è criticato un loro esercizio della cautela ridotto perfino a opportunismo, è stata contestata una presunta incapacità ad affrontare le battaglie con la sciabola più che con il fioretto. Ma sono giudizi per i quali è facile scivolare nei luoghi comuni e anche in una letteratura di cui ogni uomo pubblico, una volta affibbiata l’etichetta, fatica a liberarsi.

D’altra parte, a proposito di scontri con titani, la strana coppia in epoche diverse ne ha affrontati, e non pochi. Napolitano sfidò, a modo suo ovviamente, il segretario Enrico Berlinguer: il suo moralismo piuttosto astratto come l’inesistente prospettiva di un postcomunismo come «terza via» tra comunismo e socialdemocrazia, la lotta sorda e distruttiva per la sinistra italiana contro Bettino Craxi e lo spregiudicato, ma autentico, riformismo socialista del leader del Psi. Monti, anche lui con il suo approccio soft, da commissario europeo alla Concorrenza tirò fuori gli artigli a Bruxelles quando si trattò di schierare la commissione contro l’americana Microsoft, un potere globale e fortissimo, e avviò un coraggioso procedimento per le strategie di Bill Gates in materia di concorrenza sul mercato.

Forse anche per queste battaglie, non proprio giochi per ragazzi e senza rischi, al momento opportuno Monti e Napolitano si sono ritrovati con la stessa bussola tra le mani: l’Europa. E qui siamo a un passaggio fondamentale per capire fino in fondo l’attuale convergenza tra due personaggi così lontani nelle biografie e così vicini nella strategia di lungo periodo. Per Napolitano il migliorista (cioè uno che vuole migliorare il capitalismo e non distruggerlo) l’Europa ha sempre rappresentato l’unica vera sponda per il postcomunismo riformista: un ancoraggio con quella socialdemocrazia europea che i compagni che hanno contato nell’album di famiglia del Novecento italiano, da Palmiro Togliatti a Berlinguer, hanno sempre guardato con diffidenza, se non con disprezzo. Per l’accademico liberale e cattolico praticante Monti, l’Europa può e deve esistere solo se è unita e forte, e l’Italia può uscire dalla sua crisi profonda soltanto se e quando conterà al traballante tavolo dell’Unione.

Sono due ricette che si sovrappongono in un gioco di specchi e di simmetria politica, altro che tecnica, due programmi che immaginano la stessa Italia, gli stessi equilibri di potere, le stesse coordinate transnazionali, due visioni del mondo con molti contatti di un moderno e aggiornato pensiero liberale. E l’identità di vedute dei due alleati che oggi, di fatto, guidano il commissariamento del Paese con i partiti trasformati in cantieri in via di ricostruzione e in spettatori attivi di una complicata uscita dal tunnel è maturata proprio a Bruxelles e a Strasburgo, le capitali dell’Europa che c’è ma non si vede.

Là Monti e Napolitano hanno lavorato a fianco a fianco dal 1999 al 2003, quando il primo era commissario Ue e il secondo europarlamentare e presidente della commissione Affari costituzionali. In particolare durante i lavori della convenzione che doveva disegnare una costituzione europea poi cestinata i due s’incontravano di continuo, si scambiavano opinioni e giudizi, coltivavano un’amicizia oltre che una reciproca stima, facevano lunghe colazioni di lavoro al ristorante dell’edificio Churchill di Strasburgo. È in quegli anni che i due colleghi italiani sono diventati la coppia che oggi governa l’Italia in perfetta simbiosi.

Se in Europa la convergenza tra Monti e Napolitano è stata assoluta dal primo momento, rispetto all’America le due strade si sono incrociate nel tempo, perché i punti di partenza erano agli antipodi. Nel 1975 Napolitano subì il veto di Henry Kissinger e dovette aspettare tre anni prima di atterrare a Washington, questa volta con il sì del potente segretario di Stato americano, piegato anche dalle abili pressioni di Giulio Andreotti: e così nell’aprile del 1978 per la prima volta un comunista italiano entrava negli Stati Uniti. Si chiamava appunto Giorgio Napolitano, ministro degli Esteri dell’allora Pci, invitato a tenere un giro di conferenze nelle migliori università americane. Quelle stesse università dove invece Monti è sempre stato di casa, già dopo la laurea e ai massimi livelli di relazioni accademiche e professionali: la specializzazione di Super Mario, per esempio, è targata Yale, dove lui ha studiato con James Tobin, premio Nobel per l’economia.

Oggi, sepolto il comunismo con l’anticomunismo, la guerra fredda con il Muro di Berlino, entrambi, Monti e Napolitano, vantano eccellenti credenziali negli States. Il capo del governo ha fatto parte di quella Commissione trilaterale che i vertici del Pci consideravano un covo di nemici del proletariato, ed è stato nel giro alto della Goldman Sachs, la banca d’affari che sforna (o comanda) ministri del Tesoro americani, mentre il presidente della Repubblica ha appena ricevuto un omaggio del New York Times che nessun uomo politico italiano è stato mai capace d’incassare dai tempi di Alcide De Gasperi. Il quotidiano che non manca mai sulle scrivanie degli americani che contano ha incoronato Re Giorgio come (testuale) «il silenzioso power broker dell’era post Silvio Berlusconi». Della serie: auguri e figli maschi.

Monti e Napolitano, infine, hanno le stesse spigolosità nel carattere, quasi da gemelli siamesi. Sono pignoli, affamati di numeri certi e certificati, misurano le parole una per una, esibiscono stili di vita sobri e di basso profilo. Un’intervista con Napolitano, quando riuscivano a ottenerla, era un tormento per i cronisti: bisognava mettere nel conto la discussione su una virgola, su un articolo, su una singola parola. E c’era il rischio di essere accusati, sempre con parole misurate, di superficialità o di sciatteria nel riportare il suo pensiero virgolettato. In un’intervista con Monti, altra cosa non semplice da ottenere, non ci si poteva distrarre: la cosa più importante per fare un titolo efficace si riusciva a fargliela dire dopo un’oretta di domande e risposte.

Non a caso, oggi, la comunicazione del premier Monti da Palazzo Chigi passa attraverso la supervisione di Napolitano al Quirinale. Sono due palazzi attorno ai quali si gioca il destino politico dell’Italia e il futuro della coppia: forse Super Mario potrebbe essere il successore di Re Giorgio. E nessuno potrebbe dirsi stupito, né colto di sorpresa.

Giorgio Napolitano è nato a Napoli il 29 giugno 1925
1945 Aderisce al Partito comunista italiano.
1947 Si laurea in giurisprudenza a Napoli.
1953-1996 È deputato Pci, tranne che nella VI legislatura (1972-76).
1959 Si sposa con Clio Maria Bittoni.
1963-1966 È segretario della federazione napoletana del Pci.
1989-1992 Viene eletto al Parlamento europeo per il Pci-Pds.
1992-1994 Viene nominato presidente della Camera dei deputati.
1996-1998 È ministro dell’Interno nel governo di Romano Prodi.
1999-2004 Torna al Parlamento europeo per i Ds.
23 settembre 2005 È nominato senatore a vita da Carlo Azeglio Ciampi.
10 maggio 2006 Viene eletto presidente della Repubblica.

Mario Monti è nato a Varese il 19 marzo 1943
1965 Si laurea in economia all’Università Bocconi di Milano.
1970 Si sposa con Elsa Antonioli.
1994 Diventa presidente dell’Università Bocconi.
1994-1999 È commissario europeo per il Mercato interno.
1999-2004 Diventa commissario europeo alla Concorrenza.
2005-2011 È international advisor della banca d’affari Goldman Sachs.
2010 È presidente europeo della Commissione trilaterale.
9 novembre 2011 Viene nominato senatore a vita da Giorgio Napolitano.
16 novembre 2011 È presidente del Consiglio dei ministri.

Commenti

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Il 1 Gennaio 2012 alle 19:10 rightwrong ha scritto:

Ognuno ha diritto alle sue opinioni. Ma far passare il nostro attuale Presidente, come un campione dell’idea Europea, mi sembra che sia un po’ tirato per i capelli. L’Europa e’ una zattera su cui Napolitano si e’ ancorato, di fronte alla sconfitta dell’ideale comunista. Infatti se tale ideale non fosse stato sconfitto (dagli Stati Uniti) e fosse prevalso, ritengo che oggi Napolitano ci insegnerebbe quanto grande e importante il ruolo dell’URSS sia stato nella storia dell’umanita’ e per il progresso dei popoli, nel nome e con la benedizione dell’internazionale socialista. Invece no, il rappresengtate di un’ideologia fallimentare, sanguinaria e dittatoriale ce lo ritroviamo riconvertito e sempre in auge sul massimo scranno delle nostre istituzioni, che ci tiene dotte lezioni di europeismo (lo stesso europeismo avversato ai tempi della sua militanza comunista).Proprio di parallelismi con Monti non riesco a trovarne. Anzi dovremmo sottolineare le diversita’ di questi personaggi. Sia ben chiaro l’essere “comunista” non ha nulla di abbietto dal punto di vista intellettuale. Ma l’essere stato comunista negli anni 50-60 significa aver avvallato misfatti e crimini che non possono essere accantonati da un semplice “riconosco di avere sbagliato”….ma adesso vi insegno io quale e’ la diritta via.

Il 2 Gennaio 2012 alle 6:41 bruno1946 ha scritto:

L’articolo e’ una forzatura perche’ Monti e Napolitano non hanno niente in comune.

Per quanto riguarda Napolitano direi che non e’ il migliorista, ma il migliorre opportunista, destreggiarsi e’ il suo mestiere.

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