Ma quanto ci costi? La sanità lombarda tira le orecchie ai cittadini

(Credits: La Presse)

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di Andrea Monti

Quanto costiamo al Servizio sanitario nazionale? Dal 1° marzo chi vive in Lombardia avrà la risposta. La Regione ha deciso che tutte le comunicazioni ai pazienti (dai referti alle lettere di dimissione) conterranno la spesa effettuata dallo Stato per la prestazione ricevuta. Chi subirà un’operazione, saprà la cifra impiegata per finanziarla; chi verrà ricoverato, conoscerà il costo della degenza. Una misura che secondo Luciano Bresciani, assessore regionale alla Sanità, aumenterà “trasparenza e corresponsabilità” tra comunità e malato, ma che per Roberto Carlo Rossi – presidente dell’Ordine dei Medici di Milano - umilierà i cittadini. Sentiamo il parere di Francesca Moccia, coordinatrice nazionale del Tribunale per i diritti del malato.

Cosa ne pensa?

Credo che sia un’operazione di trasparenza e informazione assolutamente positiva.

Francesca Moccia, coordinatrice Tribunale diritti Malato

Francesca Moccia, coordinatrice Tribunale diritti Malato

Non la riteniamo una decisione negativa in sé, anzi. Da sempre denunciamo la carenza di informazioni e diciamo che i cittadini vanno informati su tutto. Spesso ci arrivano casi difficili da gestire proprio perché non c’è stata informazione a 360 gradi. Questa decisione, anche solo in linea di principio, è da condividere. Non penso che sia umiliante. Avere consapevolezza dei costi pubblici è sapere ciò che lo Stato, cioè noi stessi, spendiamo per curarci. L’importante è evitare strumentalizzazioni: chi ha usufruito di servizi sanitari di cui aveva necessità non dev’essere colpevolizzato.

La novità scoraggerà chi ricorre alla sanità pubblica senza avere davvero bisogno di cure?

Può darsi che la cosa abbia anche una finalità educativa. Magari saremo più attenti a evitare gli sprechi, ed eviteremo di chiedere qualche TAC inutile. Gli sprechi, però, hanno molto a che fare con ciò che decide il medico. È lui che prescrive visite ed esami. Se sono inappropriati, in qualche modo dovrebbe farlo capire a chi li richiede: senza superficialità, ma in modo competente e consapevole. Il discorso è diverso per chi si sottopone a un intervento necessario, magari altamente costoso. Sapere che sono serviti migliaia di euro mi renderà grato a chi ha speso questi soldi per me, ma per il resto non cambierà niente.

C’è chi parla di “scontrino” per le cure.

Non lo chiamerei così, perché fa pensare a un altro tipo di situazione. Non è una ricevuta, ma una voce che si aggiunge alle altre già presenti nelle lettere di dimissione dall’ospedale. È un modo per aumentare la trasparenza delle prestazioni e del loro costo. In Italia si fa poco in questo senso: spesso c’è molta opacità, si fatica a sapere come stanno le cose.

Cosa pensa delle critiche del presidente dell’Ordine dei Medici di Milano, Roberto Carlo Rossi?

Mi sembrano molto nette. Comprendo le sue preoccupazioni, ma avere un’informazione in più non è di per sé umiliante. Può anche essere considerato un atto di rispetto per il cittadino, che così ha un elemento di conoscenza in più. Credo che sia una cosa sana.
Secondo Rossi il rischio è che i medici si sentano spinti a risparmiare sulla pelle dei pazienti.
I suoi timori sono gli stessi che abbiamo noi, ma già oggi si fa economia a danno della salute, perché non ci sono risorse. Basta pensare alla vicenda delle protesi mammarie: per spendere meno si sono usati prodotti di qualità inferiore e oggi tante persone hanno un problema, o quantomeno hanno paura. Questo tipo di risparmio è assolutamente dissennato, ma non ci vedo alcun legame con il provvedimento della Regione. Comunque vigileremo sulla sua applicazione, monitorando anche la reazione dei cittadini: il nostro ruolo è proprio quello dell’ascolto.

L’obiettivo della misura sembra essere la responsabilizzazione dei pazienti. Ce n’è bisogno?

Tutti i cittadini, dai malati ai medici, devono responsabilizzarsi. La Corte dei Conti ha denunciato i molti sprechi nella sanità, causati anche dalla cattiva organizzazione. Si buttano via tante risorse, che poi vengono a mancare quando servono. Penso per esempio ai giorni di degenza inutili, che impediscono di aumentare quelli di chi ne ha bisogno, o ai troppi parti cesarei, soprattutto nel settore privato. C’è tanto da fare per aiutare i pazienti, sulle cui tasche pesa il costo dei ticket, che si aggiunge alle tasse che già pagano.

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