Chi avrebbe potuto immaginarlo? Un elogio della ricchezza e dei ricchi onesti, e l’augurio agli italiani di diventare ricchi e godere del proprio denaro. Non è avvenuto alla televisione inglese nell’età di Margaret Thatcher, né negli Stati Uniti di Ronald Reagan, ma alla televisione di Stato italiana, nella trasmissione di Fabio Fazio domenica 8 gennaio che aveva in studio il presidente del Consiglio Mario Monti.
Per quanto posso ricordare, questa parte dell’intervista in cui il primo ministro tecnico elogiava e augurava ricchezza, è un inedito assoluto in un Paese come l’Italia che in tutte le sue radici, di sinistra e di destra nonché cattoliche, è sempre vissuto all’insegna un po’ ipocrita del valore della povertà, almeno a parole. Monti ha dunque scelto di assumere, non soltanto nell’abbigliamento e nell’understatement che usa parlando, un carattere anglosassone e molto poco italiano. Il che sorprende, anche perché il professor Mario Monti, benché abbia avuto una educazione scientifica e culturale anche americana, è considerato un avversario dei valori d’oltre oceano. Del resto, negli Stati Uniti è ancora considerato una sorta di nemico pubblico numero uno, da quando inflisse nel 2003 da commissario europeo (nominato dal governo Berlusconi insieme ad Emma Bonino) una multa multimiliardaria a Bill Gates e al suo impero informatico. Ed ecco che quello stesso commissario, oggi primo ministro di un inedito “governo del Presidente”, chiude una lunga intervista con un inatteso elogio della ricchezza ben prodotta e del buon ricco che paga fedelmente le tasse e che sembrava nelle sue parole l’evoluzione moderna del buon selvaggio di Rousseau.
La maggior parte degli italiani è rimasta sorpresa e anzi sconcertata quando Monti ha augurato ai suoi concittadini di diventare ricchi e di godere la ricchezza, onesta e lealmente sottoposta alla scure del fisco, senza complessi di inferiorità, senza sensi di colpa, ma anzi con orgoglio. Pochi, fra cui chi scrive, si sono sentiti grati e sollevati per queste parole, perché quello del rapporto fra la ricchezza individuale e bene collettivo è il punto nodale della democrazia moderna: il cittadino, nel mondo protestante anglosassone, è prima di tutto un orgoglioso contribuente. Mentre in Italia il tema è evitato come la peste perché viola il tabù di origine sia cattolica che socialista, secondo cui il ricco è sempre sospetto di malvagità mentre il povero è per definizione un campione di virtù. Non soltanto negli Stati Uniti o nel Regno Unito, ma anche nella Francia con profonde radici ugonotte, cioè calviniste, il sistema dei valori è diverso e si tende a chiedere ragione al povero della sua povertà, considerata un cattivo segno, in condizioni normali.
Il curioso elogio è scaturito a completamento della risposta di Monti a una domanda di Fazio sul blitz della Guardia di Finanza a Cortina. Monti non si è limitato a sostenere l’opportunità e la bontà anche esemplare di quell’operazione che ha riscosso oltre agli applausi anche molte critiche, ma si è avventurato nell’elogio dei (buoni) ricchi e della (buona) ricchezza.
Quanto sia difficile anche soltanto sfiorare in Italia un tale tema l’ho sperimentato io stesso qualche mese fa quando scrissi un articolo (che poi ha fatto il giro del web esponendomi ad un linciaggio di una ferocia quasi comica) in cui avevo ricordato il famoso saggio di Max Weber, “L’etica protestante e lo spirito del capitalismo” in cui si ricorda che il capitalismo moderno cominciò quando Calvino impose una sua idea religiosa con effetti civili rivoluzionari: quella secondo cui Dio premierebbe i suoi prescelti concedendo loro la ricchezza terrena: fu così che l’Olanda, Paese subito conquistato al calvinismo, diventò una travolgente potenza economica e religiosa allo stesso tempo.
E fu così che, mentre nei Paesi cattolici come il nostro si è sempre considerato il ricco come qualcuno che deve scusarsi per essere tale, mentre il povero per quanto brutto sporco e cattivo è comunqueprotetto da un’aura santificante proprio perché è povero, nei Paesi protestanti si fece strada l’idea che sia il povero a dover spiegare perché sia povero, perché non benvoluto da Dio.
Monti domenica sera ha dunque tessuto non soltanto un pacato ma fermo elogio della ricchezza buona - quella formata attraverso il talento e il coraggio, pagando le tasse – ma ha esortato i ricchi ad essere orgogliosi e non vergognarsi come se dovessero chiedere scusa. Il presidente del Consiglio ha anche separato il giudizio verso chi è ricco perché produce ricchezza da quello pero chi non produce ma consuma ricchezza accumulata da altri senza alcun merito.
E ha persino auspicato che anche da noi, come in America, i ricchi possano decidere di donare parte dei loro beni per opere pubbliche, musei, beneficienza (ma ha dimenticato di dire che in America queste donazioni generose dei grandi ricchi sono rese convenienti da forti sconti fiscali).
Monti ha dunque rotto un tabù: lodare la ricchezza come un “valore” anche morale e non soltanto bancario, è una novità assoluta da segnalare per il coraggio anticonformista del Presidente del Consiglio che ha mostrato la relazione sana fra ricchezza prodotta e probità fiscale: il “buon ricco” è non soltanto un produttore di valore economico, ma è anche un contribuente senza macchia.
Ci sarebbe da aggiungere che proprio su quella probità del buon produttore di ricchezza che paga tutte le tasse (e fa anche della beneficienza in cambio di sconti), si basa il fondamento della democrazia moderna: è proprio nella sua veste di produttore di ricchezza e di leale contribuente che il cittadino reclama il suo ruolo di rappresentante nella gestione della cosa pubblica: perché intende controllare in che modo lo Stato, questo dissipatore di ricchezze, usa il denaro da lui prodotto e messo a disposizione della collettività.
Fu in conseguenza di questo principio che i coloni inglesi in America si ribellarono alla madrepatria proclamando l’indipendenza da Londra al grido di “non paghiamo alcuna tassa se non possiamo eleggere rappresentanti”. Monti non si è dilungato oltre il necessario nel breve spazio di chiusura dell’intervista, ma ha lanciato un messaggio che considero liberale e rivoluzionario, in un Paese che trae le sue radici di politica sociale dal cattolicesimo e dal socialismo, poco incoraggianti verso chi crea ricchezza.
D’altra parte, un tale discorso serve a tracciare finalmente una linea di confine fra bene e male rispetto alla questione fiscale. Se si stabilisce il principio secondo cui chi produce ricchezza e paga le tasse fino all’ultimo centesimo è degno del massimo rispetto morale anche se vive molto meglio di tanti suoi concittadini, è possibile che aumenti anche da noi uno spirito di impresa fra i giovani e che la ricerca del posto di lavoro subordinato non sia più l’unico desiderio e l’unica aspirazione in una società appiattita dai luoghi comuni. Questa ci è sembrata una utile e onesta lezione e un invito concreto alla trasparenza e, malgrado la tremenda crisi, anche alla felicità terrena, ben temperata dai valori civili.
- Martedì 10 Gennaio 2012


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