Adriano Sofri è un uomo libero: la storia giudiziaria

Adriano Sofri

Adriano Sofri

Claudia Daconto Scontata la sua pena, Adriano Sofri torna libero. L’ex leader di Lotta Continua era stato condannato nel 1990 – nel 1997 in via definitiva - a 22 anni di carcere, insieme a Giorgio Pietrostefani e Ovidio Bompressi, come mandante dell’omicidio del commissario Luigi Calabresi commesso a Milano il 17 maggio del 1972.

Prima dell’omicidio, sulle pagine del giornale Lotta Continua, Calabresi era stato infatti pubblicamente accusato da Sofri di essere il responsabile della morte dell’anarchico Giuseppe Pinelli, precipitato il 15 dicembre del 1969 da una finestra della Questura di Milano durante l’interrogatorio relativo alla strage di Piazza Fontana di tre giorni prima. Il leader del gruppo extra parlamentare cercava infatti in ogni modo di costringere il commissario alla querela, unico strumento, a suo avviso, per far aprire un’inchiesta sulla morte del ferroviere.

Calabresi querelò effettivamente Lotta Continua e, nel 1971, cominciò il processo, ma la mattina del 17 maggio il commissario venne trucidato per strada, sempre a Milano. Fin da subito sospettata numero uno, Lotta Continua fu condannata nel 1975 per la diffamazione di Calabresi.

Il primo arresto di Sofri, Bompressi e Pietrostefani risale però solo al 1988, a 16 anni dai fatti, e in seguito alle confessioni, rese senza contraddittorio, di un altro ex militante di Lotta Continua, Leonardo Marino, il quale rivelò di esserci stato lui alla guida dell’auto usata per l’attentato e che a spararare fu Bompressi mentre Sofri e Pietrostefani davano gli ordini.

Nel 1997, al termine di un altro processo durato 12 anni, e ormai a 30 anni di distanza dall’omicidio di Luigi Calabresi, la Cassazione ha condannato in via definitiva i tre a 22 anni di carcere. Sofri, che si è sempre dichiarato estraneo alla vicenda, ma non ha mai avanzato richiesta di grazia, in un libro pubblicato nel 2009, “La notte di Pinelli”, tuttavia ammise “Di nessun atto terroristico degli anni ‘ 70 mi sento corresponsabile. Dell’ omicidio Calabresi sì, per aver detto o scritto, o per aver lasciato che si dicesse e si scrivesse, “Calabresi sarai suicidato””.

Agli arresti domiciliari dal 2006 per motivi di salute - l’anno prima, infatti, si era ammalato di una rara malattia all’esofago e, costretto a subire diversi interventi chirurgici, rimase a lungo ricoverato ottenendo anche una sospensione della pena – Sofri avrebbe dovuto essere liberato a febbraio.
È stato lui stesso a richiedere di potersi avvalere dell’ultima riduzione di pena: 45 giorni ogni sei mesi per buona condotta.

Il suo primo giorno da uomo libero lo ha trascorso all’Isola del Giglio insieme alla famiglia e agli amici più cari. Saggista, giornalista, opinionista, proprio oggi ha pubblicato su La Repubblica il suo ultimo articolo, “Il bimbo e le coperte del Giglio”, un racconto-riflessione sulla tragedia del naufragio della nave da crociera Concordia nelle acque di fronte all’isola.

Commenti

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Il 16 Gennaio 2012 alle 22:57 ojoblog ha scritto:

http://www.ojoblog.it/2012/01/.....c-eyewear/

Il 17 Gennaio 2012 alle 18:49 Adriano Sofri torna in libertà ha scritto:

[...] il Fatto Quotidiano, a seguito delle confessioni del pentito Marino. La condanna in primo grado arriva nel 1990 e, come si legge in una sintesi di Repubblica, nel 2000 la Corte d’appello di Venezia la [...]

Il 20 Gennaio 2012 alle 20:08 pereira500 ha scritto:

Gentile direttore
Come sto? Sto a modo mio, ma non parlo. Magari tornate fra qualche giorno, ma solo per offrirvi un caffè, mi spiace”. Queste sarebbero le uniche dichiarazioni di Sofri finalmente libero per fine pena.
Fa bene a non parlare Adriano Sofri, perchè quando ha parlato e scritto, le ultime volte non ha fatto altro che intorbidire le acque. Ha intorbidito le acque anche quando ha detto si sentirsi moralmente responsabile della morte di Calabresi: infatti, ha avallato la tesi di chi sostiene che Calabresi è stato ucciso per la campagna di stampa di Lotta Continua, contro chi invece ritiene che Calabresi sia stato ucciso si era avvicinato primo tra tutti alla terribile verità di Piazza Fontana:
• ” Quanto a Sofri, che è stato condannato per l’omicidio Calabresi dopo una lunga serie di procedimenti, ha sempre negato la sua colpevolezza e nel suo ultimo libro ammette una responsabilità ‘politica’ per la campagna contro il funzionario di polizia che all’eopca fu ritenuto da molti responsabile della fine di Pinelli, “non ho mai creduto - dice Licia Rognini - alla colpevolezza di Sofri e dei suoi compagni, neanche come ispiratori di quel delitto. E’ mia convinzione che i responsabili vadano cercati altrove. So che è un’opinione poco condivisa, ma credo che Calabresi sia stato ” Licia Pinelli
“ il Commissario Calabresi si stava avvicinando primo tra tutti alla terribile verità della strage di Piazza Fontana “ Vincenzo Vasile
E poi le parole di Calabresi alla moglie: “ Esecutori di sinistra mandanti di destra “
La decisione di dire tutto al giudice il ritorno a casa per il cambio della cravatta: la cravatta bianca, candida
Ha intorbidito le acque quando ha contestato che Mario Calabresi avesse partecipato in America “ Al Simposio per le vittime del terrorismo “ perchè a Lui non era stato contestata l’aggravante terroristica. Detto questo, però, dato che tutto possiamo dire di Sofri, tranne che sia uno sprovveduto o un ingenuo, dobbiamo domandarci e domandargli il perché.
Nella famosa lettera a un giovane , Sofri cosi concludeva chiedendosi perché nessun giornalista fosse andato mai ad interrogare coloro che erano nella stanza al momento della caduta di Pinelli:
“ E i quattro che comunque nell’ufficio di Calabresi erano rimasti? Di cui D’Ambrosio accerterà che mentirono? E che furono promossi, tutti? E che non hanno detto più una parola? E che nessuno è andato più a interpellare, in un paese in cui dodici richieste di intervista non si negano a nessuno?”
Quest’anno è un anno importante, ricorre il 40° anniversario dell’omicidio del Commissario Calabresi, speriamo che si possa fare un altro passettino avanti.
Sofri non potrà non parlare se qualcuno avrà la voglia e il coraggio di fargli le domande giuste.
Buona serata e buon lavoro
Francesco Spinelli – Falerna CZ -

Il 23 Gennaio 2012 alle 19:23 pereira500 ha scritto:

NUOVE E VECCHIE OMBRE SULL’OMICIDIO CALABRESI
” Calabresi era sicuramente un uomo preparato e intelligente (…) è certo che non era nella stanza quando morì Pinelli (….) conosceva me e conosceva ancora meglio Pinelli (….) sapeva benissimo che Pinelli era innocente .. ne sono convinto. La morte di Calabresi credo che alla sinistraabbia fatto più male che bene. Mentre con Calabresi vivo potevano forse emergere alcune responsabilità, Calabresi morto diventava una pietra tombale ” Pietro Valpreda “La Notte delal repubblica ”

Gli venne tappata per sempre la bocca (il killer scese dall’auto e lo colpì alle spalle con la determinata inten­zione di escludere ogni possibilità di scampo) perché portasse nella tomba un segreto bruciante? E quale poteva essere?” Così Ibio PaoIucci il 17 mag­gio del 1974, due anni dopo l’agguato mortale, ritorna a descrivere l’omicidio Calabresi. Quale mistero custodiva Calabresi rimane un grande punto inter­roga­tivo ancora oggi, un mistero attorno al quale ruota tutta la storia di questi 28 anni. Ma i mi­steri sono tanti: il giorno che fu ucciso, Calabresi doveva in­contrare a Lugano un suo stretto collabo­ratore (cfr. Unità 25 luglio1974) che stava conducendo una delicata inchiesta in Svizzera, ma que­sti spostò l’appuntamento al giorno successivo. Questo episodio viene messo in rela­zione ad un al­tro: la sera prima della sua morte Feltrinelli si era incontrato a Lugano con qualcuno, Con chi? Non si e mai indagato per scoprirlo.

Calabresi, di li a qualche giorno doveva essere sentito dal magistrato che in­daga sulla morte di Giuseppe Pinelli. Convinto sostenitore della pista anar­chica, ha però mutato qual­cosa nel suo atteg­giamento. Intanto ha trascinato il più a lungo possibile la decisione di querelare Lotta Continua per i pesanti attacchi subiti a seguito della morte di Pinelli. E la querela è scattata solo per il pesante intervento dei suoi superiori (cfr. Astrolabio 11.10.1970 e seguenti).

Su cosa stava indagando Ca­labresi? Il 5 luglio del 1975 i giornali parlano di un dettagliato rapporto su un traffico di armi che coinvolge i fascisti veneti, scritto da Cala­bresi una ventina di giorni prima della sua morte. Ma di questo rap­porto non si trovano tracce. Il commissario sarebbe arrivato a individuare questo traffico partendo dall’inchiesta sulla morte dell’editore Giangiacomo Feltrinelli. Non è comunque, una traccia nuova. Già nel 1974 (cfr. Unità 17 mag­gio 1974) si era avanzata l’ipotesi di una connessione tra l’inchiesta Feltrinelli e l’uccisione di Calabresi. Sicuramente però l’uccisione del commissario si pre­sta alla propaganda tesa a riaffermare la necessità di ristabilire “ordine e autorità”. Se ne ac­corge anche, pur con un analisi rozza, il bollettino della FNCRSI diretto da Romolo Giu­liana: “L’assassinio di Calabresi, anche se materialmente eseguito da un gruppo di anar­chici o terroristi di sini­stra, na­sce dal clima creato al centro e che si serve proprio di questi perso­naggi come comparse gratuite”. E Calabresi - in accordo o su ordine del suo capo Antonino Allegra e del questore AIitto Bonanno - ha protetto con discrezione personaggi di rilievo di quello che verrà poi definito “il partito del golpe”. Dopo la sua morte si scoprirà in un suo cassetto un appunto (cfr. Gianni Fla­mini Il partito del golpe) sulla Lega Italia Unita e su Fumagalli. Marcello Bergama­schi, stretto collaboratore di Fumagalli, confesserà in carcere nel giugno del 1974: “Fumagalli mostrava, dal modo con cui ne parlava, di sa­perne molto sulla morte di Calabresi. Per la verità non scese mai in particolari, ma da come ne parlava compresi che doveva saperne molto. Diceva tra l’altro che era stata una cosa ben fatta e che nessuno avrebbe mai saputo chi era stato ad ucciderlo. Tuttavia dal modo come lo di­ceva sembrava che lui lo sapesse benis­simo” (atti inchiesta G. I. di Brescia Giovanni Simeoni).

Il 3 Febbraio 2012 alle 14:28 pereira500 ha scritto:

“Il signor Cesare Battisti deve solo presentarsi nel nostro paese per espiare, secondo le norme dell’ordinamento penitenziario italiano, le pene alle quali è stato condannato a conclusione di processi svoltisi nella piena osservanza delle regole di uno Stato di diritto”. Questa la risposta del Quirinale a Cesare Battisti. E nella Giornata della Memoria del 2009 parlando della processo che in istruttoria, cioè senza dibattimento, senza avvocati che interrogano ed altri che hanno la facoltà e il diritto di controinterrogare ebbe a dire:” Qui non si riapre o si rimette in questione un processo, la cui conclusione porta il nome di un magistrato di indiscutibile scrupolo e indipendenza”
Ora che Adriano Sofri ha espiato” secondo le norme dell’ordinamento penitenziario italiano, le pene alle quali è stato condannato ” e che come ha dichiarato:”
Come sto? Sto a modo mio, ma non parlo. Magari tornate fra qualche giorno, ma solo per offrirvi un caffè, mi spiace”. non ha nessuna intenzione di parlare, qualcuno vorrà rispondere, sarà chiamato a rispondere a tutte le domande che in tutti questi anni Sofri ha fatto anche a D’Ambrosio e a tutti gli interrogativi che quei processi,
hanno lasciato aperte.

Il 3 Febbraio 2012 alle 14:30 pereira500 ha scritto:

Qualcuno vorrà spiegare come è stato possibile che il Commissario Calabresi sia stato ammazzato nonostante Lotta Continua fosse stata infiltrata ?

Il 3 Febbraio 2012 alle 14:36 pereira500 ha scritto:

MILANO - Tra il dicembre del 1970 e il settembre del 1972 - e cioè prima e dopo l’omicidio del commissario Luigi Calabresi - il servizio segreto militare dell’epoca, il Sid, disponeva di un affidabilissimo spione nel vertice milanese di Lotta Continua. “Como”, questo era il suo nome in codice, partecipava a riunioni su argomenti molto delicati, conosceva leader come Giorgio Pietrostefani e Mauro Rostagno e tutti i dirigenti delle lotte operaie alla Pirelli-Bicocca dove, con tutta probabilità, lavorava. Un informatore preciso, un osservatore attento, capace di cogliere e segnalare tempestivamente l’intera attività della sinistra extraparlamentare: dai primi vagiti delle Brigate rosse alle azioni dei Comitati unitari di base. Un solo tema, curiosamente, è ignorato nelle ventisette informative che il Sismi ha inviato alla magistratura milanese, proprio quello più importante: l’omicidio Calabresi.
Probabilmente è per questo che della fonte “Como” non c’è traccia in alcuna delle indagini sull’assassinio del commissario. Né in quelle degli anni ‘70, né in quelle svolte dopo l’arresto di Adriano Sofri, Ovidio Bompressi e Giorgio Pietrostefani. Nemmeno nei fascicoli, ancora aperti, dell’inchiesta-stralcio condotta dal sostituto procuratore Massimo Meroni. Peccato, perché se “Como” fosse stato individuato e interrogato tempestivamente, avrebbe potuto dire cose molto interessanti. Oggi ne dice solo una, ma chiara e allarmante: sull’omicidio Calabresi sono state svolte inchieste scollegate, settoriali, e “a tesi”: i nuovi elementi che contraddicevano la pista più “alla moda” in un certo momento storico, venivano - e a quanto pare vengono ancora - accantonati. E’ questa, del resto, la ricetta classica che ha prodotto la pozione velenosa dei “misteri d’Italia”. Ma in questo caso c’è un ingrediente in più, dal sapore speciale, resistente: s’avverte all’inizio degli anni ‘70 ma perdura, come un retrogusto sgradevole, fino alla fine degli anni ‘80, quando Leonardo Marino decide di pentirsi davanti ai carabinieri della “Pastrengo”, gli stessi che - tramite il centro di controspionaggio di Milano - vent’anni prima avevano gestito la preziosa “fonte interna”. Le informative hanno giaciuto fino al 1993 negli archivi romani del Sismi, il servizio segreto che nel 1977 ereditò l’intera produzione del Sid. Nel giugno di quell’anno, il giudice istruttore milanese Guido Salvini, (che stava indagando su vicende del tutto diverse: l’eversione neofascista) chiese alla direzione del servizio segreto la trasmissione di “tutto il materiale prodotto” da una serie di fonti riservate nelle quali si era imbattuto. Per il giudice era quasi una operazione di routine, resa possibile dall’ottimo rapporto di collaborazione instaurato col Sismi. Una operazione, a volte, improduttiva: le richieste, infatti, venivano avanzate “al buio”, senza conoscere il settore di attività della fonte. E, nel verminaio di quegli anni, non era raro che le fonti sull’estrema destra incrociassero quelle sull’estrema sinistra. Quando il fascicolo “Como” arriva nel suo ufficio, Salvini s’accorge rapidamente che quel materiale non è utile alla sua inchiesta. Lo mette da parte. “Repubblica” ha recuperato l’intera produzione di “Como” e l’ha mostrata a una quindicina di persone: ex dirigenti di Lotta Continua (Giorgio Albonetti, Luigi Manconi, Sergio Saviori), ex leader operai della Pirelli-Bicocca (Mario Mosca, tra i tanti), ex brigatisti come Alberto Franceschini. Con varie sfumature, tutti hanno concordato sul fatto che le carte prodotte dalla fonte non possono essere il frutto di un lavoro a tavolino: quelle riunioni effettivamente si svolsero, le persone citate nei documenti (anche marginali, note in cerchie molto ristrette) in quegli anni facevano effettivamente parte dei gruppi di estrema sinistra. Raffaello De Mori, per esempio: anni dopo sarebbe stato indicato da Renato Curcio come una sorta di padre spirituale, “Como” lo individua fin dal 1971 come vicino alle Br. Tutti i testimoni dell’epoca sono rimasti piuttosto sorpresi per l’assenza di notizie sul caso Calabresi. L’unica traccia della vicenda è in poche righe di accompagnamento (datate settembre 1972) a due documenti del dibattito interno a Lotta Continua che “Como” fa avere al Servizio: “La fonte informa - annota l’agente incaricato di tenere i contatti - che le due relazioni non hanno trovato consensi in quanto non lascerebbero sufficiente spazio di manovra alle bande rivoluzionarie armate”. “Como”, come si vede, era ben tarato sui sintomi eversivi, però tace sul più grave tra i fatti di eversione accaduti nel corso della sua attività di spia. “Sarebbe molto strana - commenta il sostituto procuratore Massimo Meroni - la mancata attivazione di una fonte di tale livello in presenza di un evento tanto grave”. L’uso del condizionale nasce dal fatto che il pm Meroni ha appena saputo dal cronista dell’esistenza di “Como”. Se, come comunicò il Sismi a Salvini quando nel ‘93 accolse la richiesta di trasmissione, le ventisette informative sono veramente “tutta” la produzione, si deve immaginare che sia accaduto questo: il 19 maggio del 1972 viene ucciso il commissario Calabresi. Immediatamente i sospetti cadono su Lotta Continua (anzi, come oggi ricorda Libero Riccardelli, titolare delle prime indagini sul delitto, “erano proprio i carabinieri della ‘Pastrengo’ a spingere verso quella pista”) ma il controspionaggio di Milano, cioè gli stessi carabinieri, non attiva la fonte Un comportamento inspiegabile. Ed è stato proprio Salvini a porre l’interrogativo più inquietante. L’ha fatto a metà dello scorso gennaio, durante il dibattito pubblico nel corso del quale parlò per la prima volta (ma rispetto a uno solo dei ventisette documenti e indicando un diverso nome in codice) di questo infiltrato: “Viene il dubbio - osservò - che certe azioni siano state materialmente compiute dai militanti ma che alle spalle ci fossero interessi ben diversi”. In parole povere: secondo il giudice milanese, l’infiltrato non ha detto nulla del delitto perché sapeva che il Servizio non era contrario a che fosse commesso. Un agente provocatore. D’altra parte “Como”, in una delle informative, riferisce di essersi comportato come tale: “Io appoggio la mozione”, fa sapere a proposito dell’intervento di un delegato di Bologna che aveva sostenuto la necessità che L.C. entrasse in clandestinità. L’ipotesi di un movente istituzionale nell’omicidio Calabresi non è nuova. E’ una delle piste eterne, che ciclicamente ritornano, e che mai sono state seriamente coltivate. Di certo, dopo tanto tempo, le carte prodotte da “Como” non sono sufficienti ad accreditarla. La brusca interruzione della sequenza delle informative può essere spiegata in modo più banale: che il Sismi (tradendo la “lealtà” di cui Salvini dà atto nelle prime pagine della sua sentenza-ordinanza contro i neofascisti) abbia tenuto per sè una parte della documentazione. Questo proprio quando, dall’inchiesta sui neofascisti milanesi, emergevano nuovi elementi sulle deviazioni della “Pastrengo” negli anni ‘70. Un’omissione dolosa o un errore? Chissà. Che la produzione di un infiltrato nel vertice di Lotta Continua potesse avere qualche importanza nelle indagini sull’omicidio Calabresi, non poteva sfuggire né al Sismi né ai carabinieri. Se non altro perché il generale Umberto Bonaventura, l’uomo che nel 1988 raccolse la confessione di Leonardo Marino, entrò nella “Pastrengo” nel marzo del 1972, quando “Como” era ancora in attività. Ed era al Sismi di Roma quando le carte dell’informatore furono inviate alla magistratura. C’è una sola persona che può chiarire il mistero, ed è lo stesso “Como”. “Ma - dice il sostituto Meroni - quella per l’omicidio Calabresi non è una indagine su un reato di strage, perciò il Sismi, se chiedessi di rivelare l’identità della fonte, potrebbe validamente opporre il segreto di Stato”. Forse val la pena di tentare comunque: l’ opposizione del segreto di Stato sull’identità della fonte “Como” sarebbe già una risposta.

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