
Fine pena. Adriano Sofri da sabato è libero, ha scontato la condanna a 22 anni come mandante dell’omicidio del commissario Calabresi nel 1972. In un’intervista al “Corriere della Sera” del 2009, l’ex leader carismatico di Lotta Continua ha continuato a dichiararsi innocente per quell’omicidio, ma ha riconosciuto una propria corresponsabilità morale per la campagna contro Calabresi (l’anarchico Pinelli, arrestato e interrogato per la strage di Piazza Fontana, era precipitato da una finestra della Questura di Milano e LC attaccò violentemente il commissario, incolpandolo per quella morte).
Nel 2009 Sofri ha ammesso: «Di nessun atto terroristico degli anni ‘70 mi sento corresponsabile. Dell’omicidio Calabresi sì, per aver detto o scritto, o per aver lasciato che si dicesse e si scrivesse: “Calabresi sarai suicidato”». Sofri conosce bene l’uso (e la forza contundente) delle parole. Per questo si definisce “responsabile”, ma non si definirebbe mai “colpevole”. L’odio produsse il terrorismo, eppure fu proprio Sofri a sciogliere Lotta Continua quando si accorse della piega terroristica che stava per prendere, e se non fosse stato così critico verso il Partito comunista, per quanto da sinistra, avrebbe avuto a suo favore una lobby più vasta, che gli avrebbe forse consentito di uscire indenne dai processi. Soprattutto, Sofri non si è mai sottratto ai giudici o al carcere, come invece hanno fatto tanti leader dell’estrema sinistra, da Toni Negri eletto in Parlamento nelle liste radicali e fuggito all’estero con la promessa (tradita) di rientrare in Italia, fino a Cesare Battisti, espatriato in Francia e in Brasile.
Sofri avrebbe avuto più di qualsiasi altro la possibilità di sottrarsi agli anni di carcere. Non solo aveva una rete di amicizie potenti in Europa. Non solo è considerato in Italia e all’estero un intellettuale di spessore (qual è), la cui condanna è arrivata dopo un iter giudiziario controverso e complesso che non offre le stesse certezze di condanne come quelle comminate per esempio a Battisti. Ma Sofri si è anche riabilitato agli occhi di chi lo ha sempre ritenuto tra i responsabili del clima d’odio negli anni Settanta, per la coerenza con cui ha affrontato i processi e si è battuto per dire la sua verità, e per essersi personalmente speso in un’attività di solidarietà reale e volutamente poco conosciuta nei confronti delle vittime delle guerre nella ex Jugoslavia e in Cecenia, per la liberazione degli ostaggi e il sostegno soprattutto ai bambini. Non ha mai chiesto la grazia, proprio perché si è sempre proclamato “innocente”. Non si è mai piegato.
Domenica, appena libero, è voluto andare all’Isola del Giglio, a raccontare attraverso gli occhi di un bambino la tragedia della “Concordia”. Dopo avere tanto scritto di cose che non poteva vedere, a 69 anni è tornato “sul campo”. E indipendentemente da colpe o responsabilità per le quali ormai ha comunque pagato, è un bene che un “osservatore” colto e intelligente come Adriano Sofri possa tornare a guardare la realtà. E a raccontarcela.
- Lunedì 16 Gennaio 2012

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Commenti
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Il 16 Gennaio 2012 alle 22:58 ojoblog ha scritto:
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