«Quella che è in corso è una strumentalizzazione che arriva da tutte le parti: da chi ha proposto questa legge, dall’industria che vuole proteggere il diritto d’autore, ma anche dagli internet player che dicono di sentirsi così minacciati dal SOPA». È netto e peculiare il giudizio espresso da Giuliano Noci, vicedirettore della business school del Politecnico di Milano, sulla questione che sta infiammando la rete in questi giorni: lo Stop Online Piracy Act, la proposta presentata alla camera Usa che è ancora in piedi nonostante il cambio di rotta di molti suoi sostenitori politici. E che permetterebbe ai titolari di copyright di perseguire con maggiore incidenza non solo chi pubblica contenuti senza averne diritto (guadagnandoci su) ma pure chi in qualche modo li veicola o li rende disponibili. E dunque, per esempio, motori di ricerca come Google o social network come Facebook.
Noci, perché parla di strumentalizzazione?
«Perché è evidente che l’approccio americano sia quello di mettere una toppa al problema».
Si spieghi meglio.
«Il SOPA non tiene conto che i meccanismi di diffusione dei contenuti e i loro stessi produttori sono cambiati, non sono più gli stessi del passato. C’è un intero ecosistema in grado di generare informazione e creatività: penso a Twitter che può sostituire le agenzie di stampa o gli spettatori che diventano attori quando pubblicano un contenuto su YouTube. Si va verso una totale disintermediazione».
Professore, però non si può negare che accanto a questa disintermediazione di cui lei parla esista un fenomeno altrettanto enorme, la pirateria.
«E infatti se penso allo streaming illegale o ai torrent non posso non dirmi preoccupato. Però il SOPA fa di tutta l’erba un fascio, vuole chiudere, o almeno provare a chiudere, un cancello che ormai è spalancato. Quando Google prende più contenuti da più fonti e li mette insieme, crea un valore aggiunto che è l’aggregazione. Davvero si può pensare di azzoppare questa aggregazione?».
Evidentemente, però, non si possono lasciare le cose in questo modo. Lo scorso anno la pirateria ha creato danni per quasi 59 miliardi di dollari, di cui 13,5 miliardi solo in Europa. Cosa propone come alternativa?
«Evitare norme come queste che sono calate dall’alto. Tutti gli attori – creatori e distributori di contenuti – devono sedersi intorno a un tavolo senza pregiudizi e affrontare assieme, e cercare di risolvere assieme, questo che è un problema oggettivo. Senza farsi scudo».
Con cosa?
«Con la difficoltà che sta affrontando l’industria tradizionale a indovinare modelli di business profittevoli per il futuro. Con iTunes, con la musica e poi i film, le app e i libri a pagamento, la Apple ha fatto molti soldi. Non bisogna partire dal presupposto che gli utenti siano tutti dei ladri, che il furto sia tout court. Difendersi è sacrosanto, ma evolversi lo è altrettanto».
Sul banco degli imputati, in verità, più che gli utenti stavolta sono finiti Google, Facebook, YouTube: tutti quei grandi canali che fanno della diffusione, o per l’appunto dell’aggregazione di più fonti, la loro forza.
«Lo ripeto e insisto: è pretestuoso dire che sono degli scippatori. Se sci ono dei cancelli aperti ciascuno si può inventare dei meccanismi intelligenti per usarli. Se poi quei meccanismi violano i diritti di qualcuno, è giusto che si trovi un modo per tutelarlo, ma senza dubbio la strada non è uno sbarramento».
L’impressione è che la reazione dei colossi del web sia stata un po’ fiacca. Se davvero il SOPA e il suo equivalente presentato al Senato americano, il PIPA, li minacciavano, perché Google, Facebook e compagnia non hanno chiuso i battenti come ha fatto Wikipedia? Il clamore intorno alla vicenda sarebbe aumentato.
«Subito mi viene da rispondere che “business is business” e che fermandosi avrebbero perso tonnellate di soldi. Ma c’è pure un secondo aspetto: Google e Facebook sono degli strumenti abilitanti, sono loro stessi gli amplificatori della protesta. La seminano in rete e la rilanciano dandole piena evidenza. E infatti l’effetto c’è stato: molti politici hanno fatto dietrofront. Questi colossi non sono come i nostri tassisti che per farsi sentire devono bloccare le città: continuando a rimanere accesi fanno circolare le loro ragioni».
Che siano le loro ragioni è un dato assodato, ma forse fino a un certo punto. Alcuni analisti hanno sottolineato che norme come il SOPA potrebbero in qualche modo favorire siti come YouTube. Google, che di YouTube è proprietario, potrebbe per esempio smettere di linkare nei risultati delle sue ricerche altri indirizzi di video con la scusa che potrebbero contenere contenuti che violano il diritto d’autore. Così, di fatto, prospererebbe solo il suo canale. Pensa che una lettura del genere abbia fondamento? E se norme come il SOPA venissero approvate, si andrebbe verso una concentrazione delle voci in campo anche su internet?
«Temo che ci troviamo già in una condizione del genere, in una situazione di oligopolio. È vero che la rete è aperta, è vero che ci sono centinaia di milioni di siti, ma gli attori veri si contano sulla punta delle dita. Ecco perché ogni passo, in qualsiasi direzione esso sia, va fatto con la massima cautela».
- Giovedì 19 Gennaio 2012

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