
di Cristiana Giudici
Alla fine della fiera, dopo il più sofferto colloquio mai intrattenuto con un giornale, Roberto «Bobo» Maroni rivendica di essere il leader dei «Barbari sognanti». Ovvero di una storia e di un progetto politico mutuato da una metafora, come spiega a Panorama, «presa in prestito dallo scrittore irredentista triestino Scipio Slataper. Morì nella battaglia del Podgora, durante la Prima guerra mondiale. Ma prima riuscì a scrivere un breve e spirituale romanzo, Il mio Carso».
Ora la suddetta metafora sarà il «claim» della sua imminente tournée sul territorio. Utile per affermare il «progetto», suo e (spera) della maggioranza dei militanti: trasformare il movimento padano in un sindacato del territorio. Sempre che di Lega ne resti una soltanto. E non certo perché Bobo ne voglia battezzare un’altra. Ma perché la dicotomia sta realizzandosi de facto.
Milano, 13 gennaio 2012: è il giorno del primo approccio tra Panorama e Maroni. «Non mi interessa avere posizioni di potere, ne ho avute anche troppe» giura l’ex ministro dell’Interno. «Voglio invece dedicarmi al partito, in difficoltà per diverse ragioni: da una parte il governo Monti riaggregherà le forze politiche, cercando di lasciare fuori dal Parlamento le ali estreme, l’Italia dei valori e la Lega; dall’altra noi dobbiamo spiegare alla nostra gente perché siamo tornati a casa a mani vuote, dobbiamo rendere conto delle nostre incoerenze, imputabili al condizionamento dei nostri alleati».
E poi, sottolinea, «io voglio rafforzare l’identità del partito in cui sono nato e in cui, sia chiaro, voglio morire». Parla, Maroni, e mentre lo fa mostra sul suo iPad alcuni volti del Carroccio, quelli che ancora indossano gli elmetti con le corna: «Non mi piacciono i baluba» spiega «io però li difenderò perché sono loro la pancia del partito. Ma la Lega deve cominciare a ragionare con la testa».
E il caso Cosentino? «La questione per me è chiusa. Ho votato secondo coscienza» dice. «Non si è trattato di un voto contro il Pdl o Silvio Berlusconi, che stimo, ma di una decisione presa dalla segreteria federale che poi è stata modificata da Umberto Bossi. Io ho preferito mantenere la mia coerenza verso i principi di legalità».
Parole non risolutive ma accomodanti, queste. D’altronde alcuni parlamentari leghisti avevano azzardato un’interpretazione, cioè che fosse un gioco delle parti: Bossi che cerca di mantenere un rapporto con i suoi ex alleati del Pdl mentre Maroni, spiega lui stesso, spariglia le carte per «avere le mani libere da convenienze elettorali e potere dedicarci a rafforzare l’identità della Lega». Perché, dice ancora, «io non sono Bruto, non accoltellerò mai Bossi, al quale sono legato da una profonda amicizia. Ma ormai molti vedono in me un simbolo per riportare la Lega al suo progetto originario. Credo sia davvero arrivata l’ora di aprire una stagione di congressi per rinnovare la classe dirigente. Ci vogliono tutti quarantenni, capaci di fare superare le difficoltà».
Insomma, apertura massima al confronto democratico. E invece no, lo scenario si è ribaltato. Le prime avvisaglie di uno scontro con Bossi e i bossiani ortodossi erano partite proprio dal («mal consigliato», secondo i maroniani) Senatùr, di cattivo umore e mormorante: Bobo vuole costruire un altro partito, un’altra Lega, diceva. Il voto «disgiunto» su Nick l’americano ha fatto il resto. Un’ora dopo i saluti con Panorama, arriva quella che Maroni chiama «la fatwa», il divieto impostogli dal Senatùr di potere tenere comizi e (peggio) di incontrare i militanti del Carroccio.
La frana si fa terremoto, la base del partito, scontenta e fremente, attendeva da tempo di poterlo causare. Inavvertitamente, attaccando Maroni, il Senatùr sta trasformando il suo ex delfino in una vittima. È così che, via Facebook, Maroni riceve circa 320 inviti a comizi e incontri. A Varese il comizio-omaggio al «Barbaro sognante» è roba da 1.000 leghisti, militanti, sindaci, amministratori da ogni dove, gente che trova la forza di sfidare il divieto di «Umberto Magno», appena pochi mesi fa controverso ma indiscusso. Ora invece un capo degli insorti c’è, seppur suo malgrado. Si chiama Bobo Maroni.
Ma siccome Bossi rimane uno straordinario animale politico, coglie la (per lui) sorprendente ribellione della base e rincula, immediatamente e tatticamente. Solo che, nonostante la marcia indietro, con una smentita del divieto a Maroni e il tentativo di ricucire lo strappo, la sommossa non si ferma. Anzi, la folla leghista cavalca sulle spalle di Bobo al grido di «Congressi subito!» con l’obiettivo di isolare non il Senatùr ma i suoi pretoriani.
A favore dei rinnovatori non c’è solo l’ira scatenata dal voto su Nicola Cosentino, ma anche i finanziamenti pubblici utilizzati dal tesoriere del partito, Francesco Belsito, per investire milioni di euro leghisti in fondi della Tanzania o di Cipro. E così Maroni ora può fare ciò che attendeva da tempo: andare alla conta per misurare le proprie forze. Avviare cioè una battaglia che appena a inizio gennaio immaginava graduale, con metodi gentili e tattiche democristiane: due passi in avanti, uno indietro, qualche passo di danza di lato, per arrivare al traguardo senza mai scoprire i fianchi né pagare prezzi troppo alti. E invece è già sul ring a combattere, più forte di quanto immaginasse: due terzi del partito si è lanciato dietro di lui. Bobo non aveva più alternative: ha dissotterrato l’ascia di guerra.
Non bisogna infatti farsi ingannare dalla flemma mostrata a Che tempo che fa, domenica 15 gennaio, dove Maroni, con Fabio Fazio, è stato assai prudente. Ha chiesto un rinnovamento democratico, senza sfidare apertamente Bossi. Però dietro quella sua calma dorotea si cela una gelida ira: considera l’annunciata fatwa peggiore di un’espulsione. «La reazione spontanea della base del partito mi ha dato il coraggio di andare avanti e di non mollare» ragiona poi durante un secondo colloquio con Panorama, lunedì 16 gennaio. E infatti la reazione è stata dura. La riunione dei segretari provinciali della Lombardia ha prodotto un documento accurato. Domanda di chiarimenti alla segreteria federale sugli investimenti in Tanzania, i congressi e il tentativo di emarginazione di Maroni. Sia le telefonate sia il colloquio in via Bellerio di lunedì 16 gennaio non sono bastati a ricucire lo strappo con Bossi, né con alcuni dirigenti della Lega, compreso Giancarlo Giorgetti, il segretario nazionale della Lombardia, che gli ha voltato le spalle schierandosi con il Senatùr e comunicandogli la fatwa.
Ora lo scontro è aperto, non più dissimulato, e Bobo non può più tergiversare. Lo ha fatto per mesi, spesso deludendo i suoi sostenitori pronti alla guerra contro il «cerchio magico», il gruppo di potere più vicino al capo. E dunque: come finirà il Bobo-tormentone? Lo si intuirà soprattutto alla manifestazione anti Monti, a Milano domenica 22 gennaio, convocata al grido dello slogan: «La Lega è la mia casa, la Padania è la mia terra».
Una nuova tregua armata è possibile, anche se, per forza di cose, a tempo determinato. Stiamo comunque assistendo al battesimo di una nuova epoca, per il Carroccio. All’inizio di un processo, cioè, che porterà irrimediabilmente a una resa dei conti fra le due anime del partito. Non c’è più nulla da fare. Nella Lega molti sanno che nel loro ultimo incontro Maroni ha avvertito Bossi: «Devi liberarti di quelle persone che ti stanno soffocando. Io, purtroppo, non sono in grado di fermare il meccanismo di protesta che si è messo in moto da solo».
Perché Bobo è ormai bino: non vuole tradire, ma neppure arretrare. Né Bruto né Garibaldi. I «Barbari sognanti» sono fatti così.
- Lunedì 23 Gennaio 2012
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Il 23 Gennaio 2012 alle 14:14 I progetti di Roberto Maroni. Confessioni del ribelle che vuol liberare la Lega | Editori Online ha scritto:
[...] reading here: I progetti di Roberto Maroni. Confessioni del ribelle che vuol liberare la Lega Posted in Stampa Tagged bossi, google-news, headlines, lega-nord, maroni, notiziahome, panorama [...]
Il 3 Aprile 2012 alle 13:32 Francesco Belsito, una vita piena di luci ed ombre - Cronaca | Allnewz.it ha scritto:
[...] I progetti di Roberto Maroni. Confessioni del ribelle che vuol liberare la Lega [...]
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