La Concordia della discordia: a naufragare è stato l’uomo

La Concordia della discordia: a naufragare è stato l'uomo

di Stefano Zecchi

Una grande macchina e un piccolo uomo. È la prima immagine che suggeriscono la nave Concordia adagiata sul fianco inabissato nel mare e il suo comandante, accusato di omicidio colposo. La seconda immagine è la potenza della macchina – la nave – e l’errore umano, che trasforma il mezzo creato con sofisticata tecnologia in qualcosa di fragile e di facilmente annientabile.

Non saremmo qui a discutere e a scrivere del naufragio della Concordia, se a comandare la nave non ci fosse stato un piccolo uomo che ha commesso un errore tragico. Tutto sarebbe rimasto nell’ordine della normalità, se la nave avesse potuto disporre di una guida all’altezza della sua complessità. Nelle ricostruzioni del naufragio e del salvataggio dei passeggeri, fornite da testimoni e inquirenti, è costante la denuncia delle carenze umane, vuoi del comandante, vuoi dell’equipaggio, e chissà se nello sviluppo dell’indagine non verrà fuori qualche altro responsabile. Conclusione: la macchina è perfetta, la colpa è dell’uomo.

In realtà, l’imperfezione dell’uomo, che ne fa un essere fallibile e disposto all’errore, rende fragile anche la sua creatura, quella macchina, quella nave, che appariva perfetta e indistruttibile prima che un banalissimo scoglio le aprisse la chiglia.

Quello scoglio non è poi così banale: è la natura. E quella nave non è soltanto un mezzo di trasporto: è la storia antica di una ribellione. Gli uomini creano i propri strumenti, le proprie macchine, per liberarsi dalle costrizioni della natura e oltrepassare i limiti del proprio corpo. Ma, proprio come la creazione artistica, anche quella tecnologica, quella che costruisce grandi macchine, si basa su un artificio che oppone l’uomo alla natura. In questa creazione si racchiude la ribellione, cioè la volontà umana di sottrarre alla natura il privilegio della creazione. Il gesto creatore libera l’uomo dai suoi limiti: inventa marchingegni per superare la velocità del proprio corpo, per vincere la gravità terrestre, per attraversare il mare. La macchina è testimonianza della sua genialità, ma pensata e costruita in opposizione alla natura, realizzata fino allo scontro con le stesse regole e principi naturali.

La nave Concordia affondata ricorda l’impossibilità dell’uomo di sottrarsi a un destino che consente il suo sviluppo, l’emancipazione, la sua stessa libertà attraverso il proprio drammatico legame con la macchina. L’errore umano che ha portato al naufragio mostra che, nonostante gli apparati di controllo della nave, nonostante la sua imponenza e immagine indistruttibile, è sufficiente una piccola leggerezza umana perché la natura riprenda il sopravvento sull’uomo e sprigioni la sua forza, vendicandosi dell’originaria ribellione. Quando Prometeo rubò il fuoco agli dei, strappò alla natura il privilegio della creazione. Il gesto del Titano conferì grande potenza ai mortali, ma non impedì che alle loro opere rimanesse per sempre il segno dell’antica ribellione: tutto ciò che uscirà dal pensiero e dalle mani dell’uomo sarà soltanto artificiale, in competizione o in conflitto con la natura.

La Concordia arenata fra gli scogli dell’Isola del Giglio ci dà la percezione della catastrofe, dell’esito di uno scontro drammatico da cui l’uomo esce sconfitto. Ma la grandiosità dell’evento è ingannevole, sembra suggerire l’eccezionalità e la casualità della sconfitta umana. Con crudeltà, catastrofi di proporzioni gigantesche come quelle di questo naufragio riportano l’attenzione sulla normalità tragica con cui noi stabiliamo il rapporto con la macchina. Si pensi con quanta indifferenza apprendiamo gli incidenti stradali: bollettini di guerra giornalieri a cui non facciamo neppure caso, se non veniamo personalmente colpiti. Con questa irresponsabile normalità archiviamo lo scontro quotidiano dell’uomo con la natura, dove la macchina continua ad apparire come l’illusione di una conquista senza alcun prezzo da pagare.

C’è un altro mito che suggerisce una via di salvezza, non per liberarci dal destino che lega la nostra storia alla tecnica, alle grandi invenzioni tecnologiche, ma dal modo di pensare e di vivere questo destino. Faust ci appare come il Prometeo della modernità, come colui che è disposto a tutto, fino a cedere la propria anima al diavolo, pur di raggiungere le conquiste più straordinarie. Ma Johann Wolfgang Goethe gli salva l’anima, lo sottrae alla dannazione, perché il suo Faust rimarrà comunque, nonostante conquiste e inganni, consapevole di essere sempre piccola cosa di fronte alla grandezza sconfinata del cosmo, di essere povero, dimesso, davanti alla magnifica ricchezza divina.

Ciò che salva è la coscienza del limite, la consapevolezza che macchine, creazioni, invenzioni che appaiono grandiose e perfette hanno la nostra stessa precarietà, la nostra fragilità.

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