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«È un sito ben fatto con alcune interessanti novità rispetto alla tradizionale politica digitale del Popolo delle Libertà . C’è lo spazio azzurro che è una bacheca virtuale aperta ai commenti, ci sono i collegamenti social (gli Rss, Twitter, Facebook), c’è il canale Youtube, c’è in home page il blog di Alfano. Del resto, dietro il nuovo sito del PdL, c’è la mano di Palmieri, l’ex regista comunicativo di Berlusconi del 1993, un uomo che si conferma anche in questo caso un grande professionista».
Alberto Castelvecchi, docente di public speaking e coimunicazione efficace presso la Luiss, promuove a pieni voti PdL.it, il nuovo sito del partito guidato da Alfano.Â
I dubbi sulla comunicazione politica 2.0 dei partiti tradizionali, per il professore, sono altri. E riguardano tutti i politici, eccezion fatta - spiega Castelvecchi, per «Nichi Vendola, il primo e unico leader  ad aver capito che per vincere la battaglia della comunicazione bisogna dotarsi di uno staff di decine di web-attivisti agguerriti capaci di fare cagnara in rete. È così che hanno messo fuori campo Boccia, uomo prima della Margherita poi di D’Alema in Puglia. È anche così che sono riusciti a vincere due volte le regionali».
Il nuovo sito del PdL basterà a colmare il tradizionale vuoto comunicativo del centrodestra in rete?
Degli elementi innovativi di PdL.it le ho detto. Devo però rilevare alcune criticità . La prima, più generale, è che il PdL viene dalla cultura televisiva e che in rete finora ha faticato. La seconda è che sotto la finestra del nuovo PdL.it c’è una sfilata di vecchi colonnelli. Non funziona. Il terzo dubbio è che questo sito, lo dice lo stesso Palmieri, nasce soprattutto per ascoltare la base. Il punto è che l’ascolto della base presuppone anche valide braccia e uno staff di attivisti capaci di fare conversazione in rete. Se ne sono dotati? Ho dei dubbi. Gli stessi dubbi che ho nei confronti della politica digitale del partito democratico.
Cioé?
Senta, in Italia meno del 5% delle risorse che i partiti politici tradizionali spendono in comunicazione politica viene investita sul web. I prodiani in rete sono deficitari. I dalemiani vanno un po’ meglio. Per loro lavorano professionisti coi fiocchi come Emanuele Fini e Stefano Peppucci, della Dol Media, che hanno costruito il Pd network, un portale con 30 mila iscritti non tutti simpatizzanti del partito. Gestiscono le pagine facebook di D’Alema, Bersani, Veltroni. Insomma, si sono attrezzati. Ma nel complesso la politica è indietro di una decina d’anni e quando cerca di essere al passo coi tempi dà vita a risultati spesso stridenti.
Allude a qualche episodio?
Quando Enrico Letta fece quello scivolone mandando quel famoso bigliettino a Monti in parlamento, il suo webmaster inserì subito sulla sua pagina facebook il commento: Aiuto, sono diventato cliccatissimo! Un modo per sdrammatizzare, ma lì è emerso il contrasto drammatico tra la vecchia politica delle veline riservate e la spigliatezza della comunicazione politica in rete.
Nel complesso quindi boccia la comunicazione politica digitale dei partiti.
Ai partiti mancano tante cose, manca il buzzmarketing, il passaparola in rete che diventa senso comune. Mancano i piccoli eserciti di attivisti in rete capaci di comunicare, senza legami verticistici con la loro area. Ma c’è un motivo di fondo che spiega il gap. L’Italia, rispetto agli altri Paesi europei, ha un basso tasso di connettività alla banda larga. E finora siamo stati, specie al centro sud, la repubblica dei non connessi. Il risultato è stato che il grosso dell’elettorato continua a informarsi grazie alla televisione. E i politici si sono adagiati.
Eppure, i giovani  guardano sempre meno la televisione.
Appunto. La cecità dei politici è stata tale che per anni si sono disinteressati alla rete perché ritenevano che i ragazzini e i teen ager non votassero. Il fatto è che poi quei ragazzini diventano adulti e acquistano il diritto di voto.
Le amministrative di Milano e Napoli, dove hanno vinto due outsider ha rappresentato una svolta nella comunicazione politica digitale?
Certo, tutte le volte che ci sono uomini della società civile come Pisapia o De Magistris, la forza della rete può essere determinante. Il fatto è che i partiti tradizionali devono capire che, nel web 2.0, non possono pretendere di controllare in modo verticistico tutti i messaggi che vengono postati sui loro siti. Su Internet vince l’autenticità . Ricordate il fake della moschea di Sucate? Un bel colpo per chi sosteneva Pisapia, ma è meglio correre il rischio di un incidente come quello capitato alla Moratti che essere del tutto assenti.
Un’ultima domanda: c’è o non c’è un Obama italiano?
Se Pd, PdL, Terzo Polo si dotassero di un esercito di attivisti web come ha fatto Vendola in Puglia l’effetto sarebbe quello di uno tsunami per il sistema politico. Ma l’Italia non è ancora pronta per una campagna elettorale pulviscolare come quella del presidente americano. Per due ragioni. La prima è che in America la gente è abituata culturalmente a usare la carta di credito su Internet, come hanno fatto i fan di Obama durante le primarie democratiche. La seconda ragione è che in Italia esiste già il finanziamento pubblico ai partiti. Gli italiani non si fidano a dare altri soldi.
- Venerdì 27 Gennaio 2012


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Il 28 Gennaio 2012 alle 15:15 Notizie e Cronaca : La comunicazione politica nell’era del web 3.0 – L’INTERVISTA ha scritto:
[...] Italia Pubblicato: 28 gennaio 2012 Autore: aggregatore Sezione: Notizie e Cronaca [...]
Il 2 Febbraio 2012 alle 13:45 La comunicazione politica digitale nell’era del web 3.0 – L’INTERVISTA (2) | Vivi Fiano Romano ha scritto:
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