di Raffaella Fanelli
C’è anche il direttore dell’hotel Brun di via Novara, Vincenzo Moretti, 70 anni, tra le cinque persone arrestate a Milano nell’ambito dell’inchiesta sul clan dei Valle-Lampada. L’accusa è di favoreggiamento personale. Le stesse indagini hanno coinvolto nei mesi scorsi il gip del Tribunale di Palmi Giancarlo Giusti che dal clan avrebbe avuto in regalo viaggi e soggiorni in hotel a cinque stelle, compresi di escort. Fra le persone arrestate Michele Noto di 39 anni, Luciano Russo di 36 e Michele Di Dio di 34 anni, tre finanzieri del gruppo di via Valtellina a Milano, colleghi di Luigi Mongelli, il maresciallo della Guardia di Finanza arrestato il 30 novembre scorso nella prima tranche dell’operazione. Secondo l’accusa avrebbero ricevuto dai 40 ai 70mila euro al mese per chiudere un occhio nei controlli sull’attività del gioco d’azzardo, business fondamentale per la cosca dei Valle-Lampada. L’inchiesta è coordinata da Ilda Boccassini, la “lady di ferro” della giustizia italiana e dai pm Paolo Storari e Alessandra Dolci. Ai tre militari sono stati sequestrati beni per un totale di circa 720mila euro. In manette anche un imprenditore calabrese, Domenico Gattuso, ritenuto uno dei soci del clan dei Lampada.
Gattuso è stato fermato a Reggio Calabria e sarà portato in carcere a Milano. L’uomo, secondo i magistrati, avrebbe aperto numerose società per conto del clan. Avrebbe gestito contatti istituzionali e avrebbe avuto un ruolo nella fuga di notizie riguardo a un’indagine della magistratura calabrese, la cosiddetta operazione ‘Meta’. Giulio Lampada, ritenuto “il regista di tutte le operazioni” e il fratello Francesco, gestori di bar e locali a Milano sono finiti in manette nel luglio del 2010. Ai domiciliari la cognata del capo clan, Maria Valle e il fratello Leonardo. Un’inchiesta che ha scombinato il clan della ‘ndrangheta calabrese. O meglio padana. Perché l’opa mafiosa sulla politica e sulla vita lombarda le ‘ndrine l’hanno lanciata anni fa.
Dopo le operazioni Infinito e Crimine le indagini non si sono mai fermate. E lo scorso novembre le manette sono scattate per il presidente del Tribunale di Reggio Calabria, Vincenzo Giuseppe Giglio, per il cugino medico, Vincenzo Giglio, per l’avvocato Vincenzo Minasi e per il consigliere regionale della Calabria Francesco Morelli (Pdl). Nell’ordinanza anche i nomi di due funzionari che avrebbero “mostrato di intrattenere relazioni di speciale privilegio e compiacenza con i Lampada”: il direttore di un’agenzia Unicredit di Milano e quello di un’agenzia di Paullo del Credito Bergamasco.
Gli inquirenti in questi anni di indagini sono stati in grado di stilare un vero e proprio censimento delle cosche locali della ’ndrangheta in Lombardia. Le locali individuate sono quindici, a Milano, Cormano, Bollate, Bresso, Corsico, Legnano, Limbiate, Solaro, Pioltello, Rho, Pavia, Canzo, Mariano Comense, Erba, Desio e Seregno.
Ma i rapporti tra la casa madre e il distaccamento lombardo non hanno sempre vissuto momenti felici. Quando nel 2008 viene deciso l’omicidio di Nunzio Novella, il boss numero uno in Lombardia che mira alla secessione della ‘ndrangheta, i mammasantissima della Calabria incaricano come killer il capo di Seregno, Antonino Belnome, 38 anni, nato a Giussano da genitori calabresi. Arrestato durante l’operazione Infinito del 13 luglio 2010, a ottobre Antonino Belnome inizia a collaborare con la giustizia. E’ il primo pentito. Davanti a Ilda Boccassini riempie decine di verbali. E scrive un memoriale che Panorama.it pubblica in esclusiva.
Leggere pagine da 1 a 5
“Memorie di un ex padrino” è il titolo del documento, 49 pagine in tutto, in cui Belnome – che oltre a riempire verbali ha svelato 4 omicidi e permesso l’apertura di nuove indagini – ha raccontato la vita trascorsa nell’organizzazione sin dal giorno del suo ingresso nell’ onorata società:
“Per l’occasione – scrive – era stata organizzata una mangiata con carne arrostita. Eravamo una quindicina. Ci siamo messi in cerchio a braccia conserte… Poi mi chiesero di rinnegare padre, sorelle e fratelli fino alla settima generazione”.
Un buon capo di ’ndrangheta deve essere giusto e comprensivo. Anche nei confronti di chi sta peggio, magari perché finito in galera, e Belnome scrive della famosa “baciletta”, la cassa per i carcerati di ’ndrangheta.
Leggere pagina 6
“Per gli uomini di ‘ndrangheta il rapporto con le proprie figlie femmine è “morboso”, esclusivo. Ancora oggi ci sono matrimoni combinati tra figli di affiliati”….
Leggere pagina 7-8 e 9-10
Insomma, “una volta dentro – sottolinea il collaboratore di giustizia – ci si trasforma e così in noi subentrano metamorfosi che prima non sapevamo nemmeno esistessero. La ‘ndrangheta è come la droga per un drogato, ti entra nella pelle. Acquisisci la sua mentalità, la sua durezza, la sua cattiveria. Vorresti sempre di più. Diventi sempre più spietato. La tranquillità non ti appartiene più e quando si entra a far parte della famiglia – avverte – difficilmente se ne viene fuori”.
“Ti insegnano a odiare lo Stato e le forze dell’ordine, ti inculcano nella testa che loro sono il marcio, i disonesti e tu sei il giusto”. E conclude: “la ‘ndrangheta futuro non ne può dare. Sei rispettato finché sei il numero uno. Ma quando non lo sei più, sei messo da parte”.
- Venerdì 27 Gennaio 2012

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Il 29 Gennaio 2012 alle 11:15 Notizie e Cronaca : ‘ndrangheta: il memoriale del pentito Antonino Belnome – ESCLUSIVO ha scritto:
[...] Italia Pubblicato: 29 gennaio 2012 Autore: aggregatore Sezione: Notizie e Cronaca [...]
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