
Mario Monti con Anna Maria Cancellieri (Mauro Scrobogna /LaPresse)
I giovani italiani? Sfigati e mammoni. È questa la lezione (tutt’altro che magistrale) dei professori che ci governano. Il premier Monti, i ministri Cancellieri e Fornero, il viceministro Martone fanno gli spiritosi, sposano i peggiori cliché. I professori, invece, non hanno nulla di sfigato. Sono tutti ex bambini prodigio e nonni “che dicono in tv le cose giuste per il futuro”, cattedratici a 29 anni per meriti propri come Martone. Baroni nei rispettivi feudi universitari come tanti componenti dell’esecutivo che sarebbe ingiusto e omissivo citarne solo due o tre. Grand commis dello Stato incardinati da una vita nel baraccone pubblico con le sue cattive abitudini: clientelismo, sprechi e familismo.
È il colmo. Se i giovanotti senza lavoro (fisso) sono sfigati, chi e cosa è figo? Governare l’Italia senza essere eletti? Promettere di pubblicare sul sito del governo i propri incarichi (e emolumenti) senza mantenere la promessa, con la scusa che ci vuole tempo per raccogliere i dati (e ancor più per sanare le situazioni prima di renderle pubbliche)? Sarebbe figo acquistare case a prezzi stracciati e/o abitarle a fitti da saldo (la vecchia ossessione del mattone che ritorna a ogni livello) senza averne la necessità economica, ma con lo scopo preciso di spargere benefici per tutti i rami della famiglia?
Quanta supponenza nella scelta del linguaggio. “Che monotonia il posto fisso”. “Se stai all’Università a 28 anni sei uno sfigato”. “Stiamo ancora al fianco di mamma e papà”. È la supponenza (sospettiamo) di chi ha vissuto lontano dalla realtà o, al contrario, calato con inconfessata partecipazione in un sistema che ora vorrebbe cambiare. Sfigati sono i figli che si attaccano alla raccomandazione di papà, o quelli che non avendo un papà all’altezza dell’immorale “così fan tutti”, a 29 anni si ritrovano non in cattedra, ma fuori corso. Mammoni i figli che invecchiano al caldo della tana familiare, a differenza dei coetanei stranieri che già a diciott’anni si mantengono da soli, lavorano nelle pizzerie per pagarsi gli studi e affrontano la vita senza aspettarsi (quasi) nulla dalla buona parola dei genitori.
Nulla da dire, invece, sui vecchi che restano pervicacemente aggrappati al posto fisso fino all’ultimo o, peggio, alla consulenza a vita in cambio del prepensionamento. Il fatto è che inglesi, scandinavi e americani, fatta la tara delle consuetudini immorali ovunque presenti, sanno di poter contare su un mercato reale del lavoro che si fonda sul merito e favorisce i giovani. In fondo, questo governo ha il record anagrafico dell’età media più alta.
Invece di fare battute sul mammismo, i ministri dovrebbero sforzarsi di spiegare perché, per esempio, bisogna abolire il valore legale del titolo di studio. Ne parlano a voce bassa. Sarebbe invece una misura sacrosanta, una rivoluzione culturale, più importante come segnale di liberalizzazione della stessa abolizione dell’art. 18. Solo così la laurea potrà recuperare il suo valore effettivo, complementare all’intero curriculum (cioè a tutte le esperienze di vita e di lavoro, alle specializzazioni e ai risultati conseguiti) non limitato al pezzo di carta (straccia) che ha lo stesso peso legale, oggi, se ottenuto alla Bocconi oppure all’Università di quartiere.
Sarebbe figo se finalmente ciascuno, in Italia, oltre ad assumersi le proprie responsabilità, si assumesse anche le proprie ipocrisie. Dando l’esempio.
- Martedì 7 Febbraio 2012

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