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Da desiderata a rifiutata. Il declino della professione Dottore (Credits: GIULIO NAPOLITANO/LAPRESSE)
Di Paola Bacchiddu
Se lo avessero detto al dr Tersilli, giovane neolaureato in medicina, ambizioso, carrierista, e nutrito dall’ingordigia – ricordate Sordi in “Il medico della mutua”? – probabilmente non ci avrebbe creduto. Ma era il 1968, altri tempi.
La crisi attuale non aveva ancora strangolato la legittima aspirazione al “posto fisso” - monotono certo, ma piuttosto ancora ambito - e a Luigi Zampa, che diresse la pellicola, sembrava intellegibile fotografare l’aspirazione dell’italiano medio, in camice bianco e stetoscopio.
Sono trascorsi quarant’anni da allora e tutto è cambiato. Sebbene il recente decreto sulle liberalizzazioni non abbia che sfiorato la professione – qualche modifica in realtà c’è stata, come l’obbligo di indicare, nel preventivo al paziente, anche la polizza assicurativa del dottore – quella del medico non è più professione ambita. Stringere la cinghia in un corso di studio assai lungo (cinque anni per conseguire la laurea e i tre della specializzazione) non è più azione compensata da un approdo di sicurezza e ricchezza professionale.
Ma cosa c’è dietro questo fenomeno? Per riuscire a codificarlo è utile una chiacchierata con Roberto Carlo Rossi, presidente dell’Ordine dei Medici di Milano: “Il problema maggiore, che ha reso la professione poco seduttiva, è il rischio denunce. Certo, ci sono anche problemi di sottoretribuzione, rispetto a un tempo, e i costi per aprirsi uno studio in proprio, a causa della burocrazia e della legislazione, sono proibitivi. Ma il problema sono proprio le denunce”.
Un tempo la pratica di siglare una polizza assicurativa, nella struttura sanitaria pubblica e anche nel privato, costituiva un’eccezionalità: oggi è prassi. Negli ultimi anni, abbiamo assistito a una bulimia di esposti. Alcuni profili sono più a rischio di altri. La chirurgia è al primo posto.
Nel 2010 il Congresso Nazionale della Società Italiana di Ortopedia e Traumatologia denunciò l’emergenza per la categoria professionale: gli ortopedici sono in testa alla classifica dei medici più denunciati. Su 7000 chirurghi attivi in Italia, pendono circa 2000 denunce. Tradotto in soldoni, un ortopedico trascorre circa un quinto del suo tempo a difendersi dalle complicazioni giudiziarie piuttosto che a occuparsi di fratture.
A sentire l’altra campana, quella dei pazienti, il ricorso alla legge sembra più che motivato. Nel 2006 si toccò il picco. L’esito di uno studio promosso dall’associazione italiana di oncologia Medica dipingeva una fotografia poco distante da un vero bollettino di guerra: tra i 14 e i 50mila decessi all’anno, cioè 90 al giorno, causati da “malpractice” – errate prestazioni mediche – e da una diffusa entropia nell’organizzazione sanitaria. Errori pagati cari, anche nella traduzione economica. A320mila pazienti caduti, nell’errore umano, corrisponde una spesa di 10 miliardi, circa l’uno per cento del Pil Nazionale. Secondo l’analisi, Ortopedia, Ostetricia e Chirurgia sono i reparti sottoposti a maggior rischio clinico (intorno al dieci per cento ciascuno).
Tra gli errori più comuni vi è la somministrazione di farmaci e i tempi sempre più stretti che costringono a compilare cartelle cliniche in maniera frettolosa. Anche le lunghe liste d’attesa per poter effettuare visite o esami diagnostici hanno gonfiato le cifre sopracitate: spesso il danno viene rilevato quando non vi si può più porre rimedio.
La categoria medica, di fronte a dati così drammatici, sente sapore d’allarme. Anche perché la quasi totalità degli esposti contro i chirurghi denunciati – il 90 per cento – si risolve con un’assoluzione. La fuga però dal camice bianco crea però un buco occupazionale a dir poco inaspettato.
Una regione come la Lombardia, che può vantare una struttura sanitaria in grado di attirare un flusso di pazienti cospicuo e da tutta Italia, ha lanciato, per prima, un “mayday”. Uno studio interno dello scorso anno ipotizzava un “buco” di 7600 medici – il 40 per cento di quelli in servizio nel 2010 – da qui a cinque anni. Per questo la regione, con le sei Facoltà di medicina della Lombardia e i Ministeri della Salute, dell’Economia e dell’Università, ha aperto un tavolo di lavoro per rinegoziare il numero di posti disponibili per gli specializzandi. La richiesta sembra non banale, in tempi di eccezionale disoccupazione: da 750 a 1277 posti totali annui. Cinque milioni di risorse regionali – per circa 100 specializzandi – già disposte in finanziamento. La carenza è tale che rischia di far chiudere vitali strutture sanitarie: ortopedia, ginecologia, chirurgia e anestesia.
Il prof. Rocco Bellantone, preside della Facoltà di medicina e Chirurgia Gemelli, della Cattolica di Roma, denuncia un brusco crollo di iscrizioni tra il 2009 e il 2010: il 30% in meno. Situazione non dissimile all’altro capo dello stivale. Angelo Nespoli, direttore della scuola di specializzazione in chirurgia generale dell’Università degli Studi di Milano Bicocca, lamenta la carenza di candidati all’atto d’assegnazione delle borse di studio: su 278 all’anno, in chirurgia generale, una su cinque non viene assegnata perché non ci sono studenti.
Dati che paiono ancora più sorprendenti se si considera il giudizio dell’Organizzazione Mondiale della Sanità: il nostro sistema sanitario risulta al secondo posto tra i migliori nel mondo.
- Martedì 14 Febbraio 2012
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