“Legare i pazienti al letto è una prassi, spesso una necessità”

L'ingresso dell'Umberto I di Roma

L'ingresso dell'Umberto I di Roma

Claudia Daconto

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“Contenuti”, non legati. Ci tiene l’infermiera 53enne, che incontriamo al San Camillo e che vuole rimanere anonima, a sottolineare la differenza. Perché dopo l’ultimo caso di presunta malasanità scoppiato al pronto soccorso dell’Umberto I, l’idea che le astanterie dei centri d’emergenza romani siano  luoghi di tortura con medici e infermieri nei panni di aguzzini, non va proprio giù a chi, come I., da 35 anni fa questo lavoro e per questo lavoro ha rinunciato a farsi una famiglia, ad avere dei figli.

A indurre il ministro della Salute Renato Balduzzi a spedire i proprio ispettori nel più grande policlinico d’Europa è stato quanto denunciato dai senatori Ignazio Marino e Domenico Gramazio che, in occasione di una visita “a sorpresa”, hanno trovato una donna legata da quattro giorni alle sbarre di un letto. Non in coma, come si era detto in un primo tempo, ma affetta da morbo di Alzheimer.

“Non potete immaginare cosa possono fare i malati di Alzheimer, ti picchiano, ti prendono a calci. O li sedi, o li leghi. Non è cattiveria – spiega I. - è l’unico modo per impedire che si facciano del male da soli o feriscano chi si sta prendendo cura di loro”.

Pierluigi Bartoletti, segretario del Lazio della FIMMG, federazione italiana medici di medicina generale, riporta il suo caso personale. “Quando ho avuto mia madre ricoverata in ospedale e capitava che la trovassi con le braccia bloccate alle sbarre del letto, non ho mai pensato di prendermela con gli infermieri dicendo loro “ma che cavolo state facendo?”. Tutto quello che il personale medico fa è nell’esclusivo interesse del malato”.

“Prendiamo il caso di una persona intubata con un sondino nel naso, che in stato di semincoscienza si strappa tutto con violenza causando a se stessa danni potenzialmente irreparabili: io medico che non gliel’ho impedito legandola – si interroga il dottor Bartoletti - sono colpevole o innocente?”.

Umberto I di Roma

Umberto I di Roma

“I malati sono troppi – spiega un altro infermiere di pronto soccorso interpellato da Panorama.it - non puoi occuparti di tutti”. E allora come si fa? “Si fa che chiedi l’autorizzazione ai parenti. Gli spieghi la situazione e li fai scegliere: o rimangono loro tutto il giorno a controllare che il paziente non si stacchi i tubi oppure accettano che siano contenuti”. Legati. “Sì. Anche perché alcuni non li puoi nemmeno sedare. Gli anziani per esempio, certi non respirerebbero”.

“Purtroppo negli ultimi tempi la situazione è molto peggiorata. Il San Camillo è una bolgia. Io mi sento professionalmente scaduto. Si lavora male. I pazienti stanno male. Al pronto soccorso chi ha bisogno davvero di cure deve aspettare ore e ore anche perché comunque ci sono i codici verdi che dovrebbero essere eliminati. C’è gente che viene al pronto soccorso per farsi lavare, che si fa refertare per dormire su un letto. Arrivano gli ubriachi, apparentemente semincoscienti, ma devi vedere come si risvegliano dal coma appena gli tocchi la busta con il Tavernello. E poi, purtroppo, c’è anche chi devi contenere perché, in mezzo a tutto questo deliro, non puoi sorvegliarlo di continuo”.

Ma è quindi davvero così diffusa negli ospedali la pratica di legare i pazienti a letto con le fascette di garze, le bende orlate che si comprano anche in farmacia?

“Certo che lo è – risponde un medico specializzando del policlinico di Tor Vergata – i problemi fondamentalmente sono due, il fatto che il personale medico e infermieristico è insufficiente per l’utenza di presidi locati in particolari zone di Roma e che molti reparti sono stati chiusi per mancanza di fondi e quindi il pronto soccorso diventa una magazzino”.

Eppure, tra gli infermieri, c’è anche chi si è sempre rifiutato di arrivare a legare un paziente a letto. È’ il caso di Pina, tre anni in servizio nel reparto di riabilitazione e gli ultimi quattro nel dipartimento di chirurgia di Tor Vergata. “E’ una pratica non solo illegale, ma anche eticamente deplorevole perché viola la dignità della persona. Da quando faccio questo mestiere io mi sono sempre rifiutata di arrivare a tanto, anche quando sono stata molto tentata di farlo”.

Come ovviare allora? “Sicuramente permettendo ai parenti di assistere i loro cari per più tempo possibile. Qui a Tor Vergata, rispetto ad altri ospedali, gli orari di visita sono molto elastici e inoltre, al momento del ricovero, facciamo compilare un questionario in base al quale possiamo arrivare a stabilire che la persona ha bisogno di qualcuno che gli stia vicino 24 ore su 24 proprio per controllare che non cada dal letto o non si faccia del male da sola”.

Purtroppo, però, la maggior parte dei familiari di persone ricoverate non ha la possibilità di trattenersi troppo a lungo in ospedale ed ecco perché, ieri pomeriggio, quando un’infermiera del reparto di geriatria dell’Umberto I ha avvisato che, dopo quanto successo al pronto soccorso, non avrebbero più potuto “contenere” i pazienti, c’è stato chi ha avuto da ridire. “Preferisco trovare mia madre bloccata a letto – spiegava il figlio di una donna di 92 anni – che in un lago di sangue come è già successo due volte dopo essersi strappata le flebo”.

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Il 22 Febbraio 2012 alle 18:29 “Legare i pazienti al letto è una prassi, spesso una necessità” | Editori Online ha scritto:

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