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Tutti sanno che esiste, ma sulla garanzia valida quando si acquista un nuovo prodotto c’è molta confusione. E proprio su questo fanno leva negozianti e produttori per sottrarsi al loro dovere. Dovere che si traduce in poche semplici garanzie per l’acquirente: se l’acquisto è difettoso, si ha diritto alla riparazione, alla sostituzione ed eventualmente a uno sconto o, nei casi estremi, alla risoluzione del contratto (il prodotto viene restituito e si hanno indietro i soldi). È importante sapere come far valere la garanzia, a quale delle due, quella del negoziante o quella del produttore, appellarsi e come evitare i trabocchetti. O meglio i falsi vincoli imposti al cliente.
Per legge, chi è tenuto a fornire la garanzia legale è il venditore, non più il produttore. In pratica, avete il diritto di trattare il problema con il negoziante, che poi potrà a sua volta rivalersi sul produttore. La garanzia che si applica ai beni di consumo (lavatrici, telefoni…) deve essere prestata da chiunque consegni il bene. Quindi non solo il venditore, ma anche chi per esempio presta l’opera (un artigiano che fabbrica le finestre) o chi fa una permuta (è il caso di oggetti da collezione scambiati). Sono coperti dalla garanzia anche il montaggio e l’installazione di un prodotto, anche nel caso del fai-da-te (è il caso dei mobili Ikea). I beni venduti non solo devono funzionare, ma devono anche essere “conformi”, ovvero devono garantire tutte le qualità e le caratteristiche promesse dal venditore o indicate dall’etichetta o nello spot pubblicitario.
C’è poi la garanzia commerciale, offerta volontariamente dal produttore e descritta nel tagliando che accompagna il libretto di istruzioni. In genere garantisce soltanto alcune parti dell’oggetto. Ad esempio la copertura prevista per un’automobile spesso esclude la carrozzeria, quella degli elettrodomestici non copre le manopole, e così via. Da quando esiste la garanzia legale, i casi in cui conviene invocare quella commerciale sono pochi. Per esempio è interessante se il produttore offre una garanzia di durata superiore ai due anni, quindi superiore alla copertura della garanzia legale, oppure quando sono forniti servizi accessori.
Nella pratica, però, l’applicazione della garanzia può rivelarsi difficile. Non sono rari i tentativi di eludere la legge, per esempio inserendo clausole scorrette nei contratti in modo da scoraggiare la richiesta di garanzia. Una delle furbizie che i venditori utilizzano di più è tentare di accollare al cliente le spese di spedizione in laboratorio per la riparazione. Alcuni centri specializzati, invece, sostengono che se la riparazione non rientra negli interventi previsti in garanzia, il cliente dovrà pagarla. Il caso è molto improbabile. La garanzia copre la stragrande maggioranza dei casi di non conformità del prodotto, ed è molto difficile che una richiesta di riparazione non sia compresa. Dalla garanzia sono esclusi soltanto i guasti provocati dal cliente o gli interventi richiesti dopo la scadenza della copertura. Ci sono anche negozianti che negano la garanzia di conformità per i beni difettati all’origine, cioè per quei prodotti che non hanno mai funzionato. Si tratta, soprattutto di venditori online, che dopo aver spedito la merce al cliente non si sentono responsabili del prodotto. Secondo loro è colpa del produttore, mentre la responsabilità per la garanzia legale è sempre del venditore.
Un altro espediente è rilasciare un buono acquisto da usare entro pochi mesi, invece di rimborsare in contanti al cliente l’importo pagato per un prodotto che non può essere riparato. Mentre il cliente ha diritto di riavere i propri soldi e di spenderli dove e come crede, senza limiti di tempo.
Se il venditore si comporta in modo scorretto il cliente può chiedere un risarcimento, ma deve essere in grado di provare il danno. Questo diritto del cliente a volte è escluso dai contratti, o limitato al solo valore del bene. Un esempio? “Nessun danno può essere richiesto al Venditore per eventuali ritardi nell’effettuazione di riparazioni o sostituzioni”. Oppure: “Non si potranno effettuare azioni di rivalsa in caso di presunti ritardi nell’esecuzione delle riparazioni”. Se non ottenete ragione c’è l’ufficio legale di Altroconsumo pronto ad assistervi: potete chiamare il numero verde 800088265, attivo dal lunedì al venerdì dalle 09 alle 13.
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Dove posso fare un acquisto high-tech al prezzo migliore? La domanda di questi tempi è più che lecita, ma muoversi da soli nel vasto mercato delle offerte non è facile. A orientare verso il risparmio l’acquisto di cellulari, televisori a schermo piatto e videoregistratori digitali ci ha pensato Altroconsumo.
Il nuovo servizio online dell’associazione, My Product Selector, è lo strumento che permette di trovare il prodotto ideale, vederlo in fotografia, conoscerne le caratteristiche e i risultati emersi nei test comparativi e scoprire in quale negozio lo si può acquistare al prezzo più basso.
Usarlo è semplice. Se già conosciamo il modello che ci alletta, lo si può cercare direttamente digitando il nome. La ricerca può anche essere fatta in base a specifici criteri (per marca, per fascia di prezzo, per tipo di funzioni…) oppure, per chi non ha ancora le idee chiare, si può rispondere ad alcune domande che aiutano a restringere il campo per arrivare al modello più vicino ai vostri bisogni (sono in totale 2 mila gli articoli proposti).
Ecco che con pochi clic, senza muoversi da casa, si possono confrontare tantissimi prodotti, ognuno con le caratteristiche dichiarate dai produttori, ma soprattutto con le valutazioni di Altroconsumo. In pochi minuti troverete il prezzo e il negozio (visualizzato con indirizzo e mappa cittadina) meno caro. Per orientarvi nel mondo della tecnologia abbiamo esplicitato le voci più tecniche: basta posizionarsi con il mouse sopra al termine che interessa per far apparire la spiegazione.
Chi vuole fare un acquisto tranquillo, senza sorprese, può fare la ricerca restringendo il campo ai soli modelli che abbiamo testato. Il piatto è ricco: sono 300 i prodotti portati in laboratorio approdati su My Product Selector.
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Non è solo il rialzo dei prezzi dei dolci pasquali ad accompagnare quest’anno, come è ormai consuetudine, l’arrivo delle feste. C’è anche l’ennesimo allarme alimentare. Alcuni dolci pasquali, prodotti da forno confezionati ancora caldi in scatole di cartone, sono esposti al rischio di un composto chimico utilizzato nell’inchiostro di stampa degli imballaggi: il 4-metilbenzofenone. Questa sostanza non è ammessa per legge, mentre è consentita, fino a un limite massimo di 0,6 mg/kg, la presenza di una sostanza molto simile: il benzofenone.
L’allarme era stato lanciato a fine gennaio dall’Afsca, l’Agenzia federale per la sicurezza della catena alimentare del Belgio, informata da un produttore di un problema legato al 4-metilbenzofenone, che era passato dalla superficie esterna del cartoncino all’alimento, un muesli al cioccolato. Il prodotto è stato poi ritirato dal mercato.
Quando è emerso il problema, che ha fatto subito capire come questo allarme, nato dai cereali per la prima colazione, potesse in realtà interessare molte altre categorie di alimenti, Altroconsumo ha fatto delle analisi su colombe e altri dolci pasquali, in quanto prodotti da forno esposti potenzialmente a questo tipo di rischio.
Abbiamo acquistato sette colombe di marca vendute nei supermercati, più La Lemon, la torta di primavera Bauli, e abbiamo cercato in laboratorio i benzofenoni (benzofenone, 4-metil-benzofenone e 4-idrossi-benzofenone) sull’imballaggio ed eventualmente sul prodotto. Nella metà dei casi (Bauli, Maina, Balocco e Paluani), la ricerca sulla confezione è risultata positiva: in tre casi si trattava di benzofenone, presente solo sull’imballaggio, mentre sulla confezione della Colomba Bauli abbiamo trovato la sostanza bandita, il 4-metilbenzofenone. Le marche uscite del tutto pulite sono Motta, Tre Marie e Melegatti. Sugli alimenti, per fortuna, non c’era traccia di queste sostanze indesiderate. Ma la cosa non ci rassicura, un rischio potenziale che la contaminazione passi dalla carta all’alimento comunque c’è, e potrebbe diventare reale.
Auspichiamo che la normativa europea imponga al più presto un giro di vite sull’uso degli inchiostri negli imballaggi destinati ai prodotti alimentari. E ci aspettiamo anche una risposta dal nostro Ministero, che abbiamo sollecitato perché informi i consumatori sulla sicurezza dei prodotti commercializzati nel nostro Paese. Finora non abbiamo ottenuto risposta.
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Spesso saltiamo volentieri le riunioni di condominio pensando che siano inutili occasioni di conflitto animato con i vicini di casa. La stessa resistenza è comune nei confronti dell’amministratore, considerata il più delle volte una figura professionale poco amica. Tra spese condominiali, rate del riscaldamento, facciate da rimettere a posto e parti comuni da dipingere, gli amministratori sembrano sempre e soltanto chiedere tanti soldi. A loro difesa va detto che gestire un condominio non è sempre facile, anche perché la legge (qui il testo in .pdf ), il più delle volte, è così generica che non aiuta né gli amministratori né i condomini.
I regolamenti. I proprietari di casa hanno tutto il diritto di vigilare sull’attività dell’amministratore. La preoccupazione più frequente è capire che fine fa realmente il denaro versato nella cassa comune. A volte leggere le carte non basta, ecco qualche consiglio di Altroconsumo per destreggiarsi al meglio. L’amministratore ha un duplice compito: deve presentare il preventivo con le spese previste e fare un rendiconto di fine anno, che illustra nel dettaglio come è stata condotta la gestione. Dunque, prima promette una certa condotta di spesa e poi deve confermarla, calcolatrice alla mano. A questo punto interveniamo noi condomini. Interpretare un rendiconto, per quanto dettagliato, non è facile. L’assemblea, tra cori di voci concitate, non è la migliore occasione per togliersi i dubbi. Per questo, il primo consiglio è dare un’occhiata ai documenti e farsi i propri ragionamenti con calma a casa. La legge, però, non impone all’amministratore di consegnare i documenti contabili in anticipo a tutti (magari allegandoli alla lettera di convocazione dell’assemblea). Se lo chiedete, però, è vostro diritto farvi consegnare le carte prima dell’assemblea e anche di esaminare l’estratto conto del palazzo, così da controllare entrate, uscite e interessi maturati. La richiesta può essere fatta in qualsiasi momento e non richiede alcun tipo di giustificazione.
Secondo la Corte di Cassazione, se l’amministratore si rifiuta di consegnare la documentazione, la delibera presa successivamente dall’assemblea può anche essere annullata. Tra le voci di spesa compare il compenso dell’amministratore. I tariffari professionali sono stabiliti dalle associazioni di categoria, ma non hanno un valore legale: non sono obbligatori, servono come indicazioni di massima per gli iscritti, ma i condomini possono stabilire anche compensi del tutto diversi.
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- Tags: altroconsumo, banca, Banca-centrale-europea, casa, costo, denaro, Euribor, indicatore-sintetico-del-costo, mutuo, rata, soldi
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Bicchiere ancora mezzo vuoto per chi si trova a dover pagare il mutuo. Mentre i tassi della Banca centrale europea scendono, le rate rimangono ferme (cioè ancora molto care).
I mutui indicizzati, infatti, non sono legati direttamente al tasso Bce, ma dipendono dall’Euribor, il tasso stabilito da 46 banche europee che rappresenta il costo al quale i principali istituti di credito si scambiano il denaro. Dalla seconda metà del 2007 l’Euribor è cresciuto progressivamente proprio perché il suo valore dipende dalla facilità con cui le banche si prestano il denaro. Se c’è una crisi, anche di fiducia nel mercato, come quella che stiamo vivendo adesso, le banche non fanno prestiti. E se c’è poca offerta il prezzo (quindi l’Euribor) aumenta. Ad aumentare il disappunto dei cittadini si aggiunge il fatto che le rate sono stimate sulla base del tasso di riferimento del mese precedente, quindi le probabili riduzioni sui mutui arriveranno in ogni caso in ritardo rispetto al calo dei tassi.
Ma il problema è più generale. Non c’è ancora traccia di una manovra utile per chi fatica a pagare le rate per l’acquisto della casa in questo difficile momento di crisi economica. Anche il recente intervento governativo, che doveva sollevare le sorti delle famiglie strozzate dal caro mutuo, si sta rivelando insufficiente. Le nuove misure, il decreto anticrisi dello scorso novembre (che prevede un tetto massimo del 4%), sbandierato come aiuto alle famiglie italiane, non fa altro che scaricare sullo Stato una parte delle rate senza in realtà offrire un sostegno reale. Nello stesso decreto (n.185/2008) è previsto che da gennaio 2009 le banche che offrono ai clienti mutui per l’acquisto dell’abitazione principale debbano proporre anche contratti a tasso variabile indicizzati al tasso Bce, seguendo cioè il tasso di sconto fissato dalla Banca centrale europea. In pratica si tratta di un’alternativa all’Euribor, a cui sono sempre stati agganciati i mutui a tasso variabile.
Il risultato? È prevedibile che le banche aumenteranno il loro guadagno (lo spread, la quota che gli istituti di credito aggiungono al tasso di riferimento). Alla fine, quindi, i nuovi prodotti costeranno quanto quelli legati all’Euribor. Altroconsumo lo ha già verificato. Euromutuo della Banca Popolare di Milano, il primo prodotto indicizzato al tasso Bce, non è vantaggioso. Sarà anche il mutuo più conveniente proposto da Bpm, ma sul mercato si può trovare di meglio.
Ancora una volta, insomma, non si è centrato l’obiettivo: rate più basse, mutui meno cari. Per farlo l’unica possibilità è spingere le banche verso una sana concorrenza. Oggi invece i clienti restano dove sono, i costi rimangono inalterati e lo Stato (quindi la collettività ) paga il conto. Eppure i consumatori hanno un’arma (il secondo provvedimento Bersani), che permette di trasferire il mutuo a un’altra banca, senza spese e senza formalità . Una possibilità che molti istituti di credito tentano di ostacolare. Altroconsumo ha fatto denuncia all’Antitrust: le banche multate ad agosto 2008, per ben 10 milioni di euro, ora cercano di non pagare la multa ricorrendo al Tar. Potete anche voi segnalare il comportamento scorretto delle banche utilizzando le nostre lettere tipo.
Per cercare il mutuo migliore consultate il calcolatore di Altroconsumo. Fate la vostra scelta confrontando l’indicatore sintetico del costo delle diverse offerte, che include oltre al tasso d’interesse anche le spese che gravitano intorno al mutuo.
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- Tags: altroconsumo, carne-suina, diossina, esportazioni, etichette, Irlanda, maiali, mangimi, polli, salute, tracciabilitÃ
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Dopo i polli, il maiale. L’inquietudine sul fronte della sicurezza alimentare continua, questa volta a fare paura è la diossina presente nella carne suina di provenienza irlandese.
Perché l’ennesimo scandalo? Ancora una volta il problema nasce dai mangimi, contaminati da un olio contenente diossina. In pratica, scarti di produzione industriale si sono mischiati con mangimi destinati alla catena alimentare. O almeno questa sembra essere l’unica spiegazione che ha portato a rilevare concentrazioni di diossina 100 volte superiori ai limiti di legge.
Una pericolosa falla nei controlli sui mangimi destinati agli allevamenti animali, che espone i consumatori a rischi per la salute (sul sito della nostra associazione è disponibile un dossier sulla diossina negli alimenti e informazioni sugli effetti sull’organismo, notizie utili e consigli pratici).
Altroconsumo aveva già denunciato in passato la fragilità del sistema di vigilanza, in occasione di altri scandali causati dalla scarsa sicurezza nel trattamento delle farine. Era successo nel 1999, in Belgio, con i polli alla diossina, e con lo scandalo della mucca pazza, che provocò il tracollo economico dei settori di produzione e commercializzazione della carne bovina. Gli scandali alimentari di circa dieci anni fa obbligarono a introdurre nuove regole: il cosiddetto “pacchetto igiene”, che ha imposto sia per gli alimenti sia per i mangimi controlli rigorosi di uguale misura. Il provvedimento è da ricordare soprattutto per l’adozione dell’etichettatura della carne bovina. Nessuno, invece, si è preoccupato finora di garantire la tracciabilità anche per la carne suina, che Altroconsumo invece aveva chiesto proponendo l’adozione di un’etichettatura ad hoc. Purtroppo c’è voluto un altro scandalo per capire l’importanza della nostra proposta. Solo adesso, dopo l’emergenza, il sottosegretario alla Salute, Francesca Martini, ha annunciato che chiederà l’etichettatura di origine anche sulla carne suina. Ancora una volta l’intervento legislativo arriverà solo dopo l’allarme. A danno avvenuto.
Come se non bastasse tutto il resto, aumenta anche il canone del telefono fisso. Mentre la concorrenza si affanna per accaparrarsi nuovi clienti giocando sulla libertà dal canone Telecom, l’ex monopolista delle telecomunicazioni fa un vero e proprio autogol: chiede all’Agcom , l’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, di aumentare i costi fissi (circa due euro in più al mese), senza offrire in cambio alcun impegno concreto per migliorare l’efficienza della rete. Ma non è finita, i problemi riguardano anche i cellulari. L’azienda impone un costo troppo elevato delle tariffe di terminazione della telefonia mobile (quella parte di costi che l’operatore di chi chiama paga all’operatore di chi riceve la telefonata e che poi ricadono sulle tariffe finali), contravvenendo alla richiesta di tagli fatta del commissario europeo per le Comunicazioni, Viviane Reding.
In pratica, queste scelte di Telecom avranno notevoli ricadute sulle tasche dei consumatori. L’azienda telefonica incasserà oltre 300 milioni di euro l’anno in più grazie al ritocco del canone e circa 3 miliardi di euro per le tariffe di terminazione. Una strategia, forse, per ridurre almeno in parte il grosso debito dell’azienda.
Altroconsumo e altre associazioni del Cncu, il Consiglio nazionale consumatori e utenti, hanno promosso una petizione online contro l’aumento del canone residenziale, che in un solo giorno ha già raggiunto quasi 4 mila sottoscrizioni. All’Agcom e al Governo abbiamo chiesto anche di ridurre le tariffe di terminazione mobile, anomalia italiana che relega il nostro Paese all’angolo del panorama delle telecomunicazioni, inibendo l’apertura alla concorrenza nel settore.

Poco tranquilli anche a casa, nel rassicurante focolare domestico. Tre modelli di forni combinati, quelli che accorpano le funzioni di un forno elettrico con quelle di un microonde, sono stati bocciati nel test di Altroconsumo perché sono poco sicuri. Le superfici degli apparecchi raggiungono temperature che possono provocare gravi scottature se toccate accidentalmente. In altre parole, dalle nostre prove è emerso che la parte superiore dei forni eliminati raggiunge i 100°C e anche di più: praticamente ci si potrebbe cucinare una bella bistecca alla piastra. E non è una battuta. Un bell’uovo fritto potrebbe essere cotto sul vetro bollente dello sportello, anche questo soggetto a un surriscaldamento eccessivo. Per non parlare della maniglia e del bordo dello sportello, arroventati durante il funzionamento.
Ma come è possibile? Cattiva volontà e mancanza di regole ferree, che vincolino i produttori più “distratti”. Le aziende che investono in sicurezza (e ce ne sono) non mettono a repentaglio la salute dei consumatori. La presenza sul mercato di prodotti sicuri ne è la riprova.
Chi sbaglia invece deve rimediare, ecco perché Altroconsumo ha segnalato i prodotti rischiosi al ministero dello Sviluppo Economico.
Anche le prestazioni in parte deludono. I modelli del test scongelano bene i cibi, in compenso riscaldano male i piatti già pronti: questa dovrebbe essere invece una delle funzioni principali di questi apparecchi.
Il prezzo dei forni combinati è l’unica consolazione. Il modello che costa meno è il migliore del test, mentre quello più costoso è risultato poco sicuro.
In definitiva, dobbiamo rinunciare a un valido aiuto in cucina? Certo che no, ma è meglio orientarsi sul classico microonde (che riscalda e scongela), lasciando perdere i modelli combinati.
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Con la crisi globale che affonda le borse e fa saltare le banche, per le famiglie italiane le preoccupazioni sono legate soprattutto ai mutui. La spesa mensile per pagarsi la casa diventa sempre più insostenibile per chi ha scelto il mutuo a tasso variabile, oggi sempre più costoso. Ormai si parla di vero e proprio allarme sociale.
Di fronte a questa emergenza, il governo ha siglato un accordo con l’Abi, l’associazione delle banche italiane, per garantire ai cittadini la possibilità di rinegoziare il mutuo. Ecco perché nelle scorse settimane gli istituti di credito hanno mandato ai propri clienti una lettera con la proposta di rinegoziazione: un milione e duecento italiani la riceveranno.
Sulla carta l’accordo sembra garantire un po’ di sollievo ai clienti strozzati dal caro-rate, in verità è soprattutto alle banche che conviene aderire alla rinegoziazione proposta dal ministro dell’Economia Giulio Tremonti. Ai cittadini, infatti, questo accordo alla resa dei conti costa molto. L’unico vantaggio è il sollievo immediato, perché la rata mensile diminuisce da subito, ma nel tempo si spende di più perché aumenta il numero delle rate. Secondo i nostri calcoli (qui il documento in .pdf), per rinegoziare un mutuo ventennale, stipulato nel maggio 2002, con capitale residuo di 77mila euro sulla base dell’accordo Tremonti si spendono almeno 15 mila euro in più.
L’accordo, insomma, funziona solo per chi è davvero in ginocchio e ha già avuto difficoltà a pagare le rate. Ma il meccanismo di per sé non è virtuoso, anche perché non stimola la concorrenza tra le banche: unica vera panacea al caro-mutui.
Il consiglio di Altroconsumo per chi è in difficoltà è di cercare un’alternativa più conveniente.
Innanzitutto potete rinegoziare il mutuo con la vostra banca chiedendo condizioni migliori, magari minacciando di passare alla concorrenza. Oppure potete subito scegliere un’altra banca, che offra condizioni più favorevoli. Grazie alla legge sulla portabilità dei mutui non dovrete pagare nulla. Chi ha già utilizzato la surrogazione ed è stato costretto a pagare per trasferire il mutuo, ha diritto a chiedere il rimborso. Utilizzate il nostro modello, disponibile sul sito, alla voce “lettere tipo“.
Ricordate: la richiesta di denaro da parte delle banche per trasferire il mutuo è illegittima. Lo ha confermato l’Antitrust, che di recente ha condannato alcune importanti banche per questa pratica commerciale scorretta.
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Adesso forse ci sarà chi approfitterà di questa triste occasione, l’incidente all’aeroporto di Madrid, per dare addosso alle compagnie low cost, organizzando il solito teorema: basso prezzo, scarsa sicurezza.
Come dimostrano le statistiche, le compagnie a basso costo risparmiano su numerose voci di spesa, ma non certo sulla sicurezza. Anche a volerla vedere cinicamente, questa garanzia è un indispensabile punto di forza che qualunque compagnia deve avere per continuare a volare. Senza questo requisito, ogni strategia aziendale (prezzi contenuti, procedure snelle, brevi soste in aeroporto, servizi ridotti al minimo…) fallisce.
I voli low cost, come del resto i viaggi con le compagnie tradizionali, sono sottoposti a precise regole di sicurezza internazionale. Da qualche anno è stata istituita l‘Agenzia europea per la sicurezza aerea, l’Easa, che informa periodicamente gli Stati membri circa le problematiche del settore. Negli ultimi anni sono stati uniformati maggiormente i criteri internazionali che garantiscono la sicurezza di chi viaggia in aereo. In Italia è l’Enac l’ente che esercita il controllo sul trasporto aereo. La Comunità europea nel frattempo ha stilato una lista nera delle compagnie considerate non sicure, aggiornata ogni tre mesi, alle quali è vietato volare nei cieli comunitari. Per ora l’elenco comprende soprattutto compagnie africane e asiatiche. Questi aerei non possono volare in Europa, ma non possono neanche essere usati dai tour operator per tratte extraeuropee.
È stato fatto qualche passo anche verso una maggiore trasparenza del settore. Dal 2006 i viaggiatori hanno il diritto di essere informati sull’esatta identità del vettore aereo per cui pagano il biglietto, anche se si tratta di charter inseriti in pacchetti turistici.
Nessuna sbavatura, dunque? Non è esattamente così. Del resto non lo nasconde la stessa Commissione europea, che sul proprio sito segnala che “non è stato possibile procedere a un controllo completo in tutti i casi, data la totale assenza di informazioni per alcune compagnie aeree, che potrebbero operare ai limiti o al di fuori del sistema di aviazione internazionalmente riconosciuto”. Inoltre va detto che le autorità degli Stati membri della Comunità europea fanno ispezioni limitate solo ai velivoli delle compagnie che volano da/verso aeroporti comunitari, e i controlli sono fatti a campione, visto che con l’attuale traffico dei cieli non sarebbe possibile esaminare tutti gli aerei che atterrano in ogni aeroporto. In altre parole c’è il rischio che la lista nera delle compagnie bandite non sia del tutto completa. Senza voler screditare la legislazione comunitaria e nazionale, Altroconsumo da tempo chiede standard più elevati di sicurezza per i velivoli e maggiori garanzie sui controlli delle strutture aeroportuali, da intensificare nei momenti critici come le settimane di alto traffico vacanziero.
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